Camillo Sbarbaro: un uomo solo dall’«anima stanca di godere e di soffrire» (di G. Barcella)

Chi conosce un poco l’intricata e contraddittoria situazione della letteratura italiana negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, delle sue strade solo tentate, delle mosse appena accennate sulla scacchiera poetica, ritrova in Pianissimo, libro di Camillo Sbarbaro pubblicato nel 1914 nelle edizioni della «Voce», una meta certa. La poesia d’apertura si presenta al lettore come una illuminante rivelazione: «Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire./ (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)/ Nessuna voce tua odo se ascolto:/ non di rimpianto per la miserabile giovinezza, non d’ira o di speranza, /e neppure di tedio./ Giaci come/ il corpo, ammutolita, tutta piena d’una consolazione disperata/ Noi non ci stupiremmo/ non è vero, mia anima, se il cuore/ si fermasse, sospeso se ci fosse/ il fiato…/ Invece camminiamo./ Camminiamo io te come sonnambuli./ E gli alberi sono alberi, le case/ sono, le donne/ che passano son donne, e tutto è quello/ che è, soltanto quel che è./ La vicenda di gioia e di dolore/ non ci tocca. Perduta ha la sua voce/la sirena del mondo, e il mondo è un grande deserto./ Nel deserto/ io guardo con asciutti occhi me stesso/». Inizia così l’avvenuta estraniazione del poeta da sé e dal mondo e dalla sua stessa anima. E questa scoperta personale, proprio grazie alla poesia intensamente emblematica, acquista una valenza universale.

La condizione generale dell’uomo del suo tempo, come per incanto si dissolve dalla nebbia e viene alla luce. La forza della lirica di Sbarbaro sta proprio nella concreta rappresentazione di una dimensione interiore che è prima di tutto condizione dell’uomo. È l’alter ego del d’Annunzio di Maia che canta la lode alla vita, anzi più esattamente esalta la capacità della comunicazione per eccellenza: La sirena del mondo («Nessuna cosa/ mi fu aliena;/ nessuna mi sarà/ mai, mentre comprendo,/ Laudata sii, Diversità delle creature, sirena/ del mondo!»). Il lettore sente così, avvicinandosi a Sbarbaro, di essere finalmente fuori dai fuochi artificiali della realtà superomistica, senza dover passare dall’ironico rovesciamento del sublime, operato dai Crepuscolari. Il linguaggio della poesia sbarbariana ci persuade perché mette interamente a nudo la realistica condizione del cuore ed anche la letteratura assume un senso nuovo, lontana dalla accezione negativa che aveva assunto in quegli anni. Rivela così una dimensione interiore che mancava. È quanto andavano realizzando in quegli anni Rebora e Boine e, pur su livelli diversi, Serra, Slataper, Jahier, Campana, le voci più significative della nuova letteratura, di quella cioè che si pose definitivamente oltre Pascoli e d’Annunzio. Proprio Boine e Rebora, più direttamente impegnati di Sbarbaro nella «Voce», avevano fatto dell’interiorità il loro punto fermo, il loro criterio di giudizio, il loro campo d’indagine che li avrebbe salvati dalle seduzioni più superficiali. Per questo motivo Sbarbaro si deve considerare vociano, più che per la collaborazione alla rivista, iniziata nel gennaio del 1913 e che si limitò all’invio di alcune poesie e prose liriche.

Più importanti invece furono i contatti con Soffici soprattutto, e con Papini, che nacquero in seguito a tale collaborazione. Di quanto sia stata viva l’amicizia con Soffici, per mezzo di essa poté penetrare nell’intimità dell’ambiente vociano, troviamo testimonianza in una prosa di Liquidazione (Torino, Ribet, 1928, pp. 146-148). Ma come fanno capire queste pagine e il ricordo del poeta di un suo incontro con Papini (che è bene ricordarlo, suggerì il titolo Pianissimo anziché Sottovoce, come aveva proposto Sbarbaro), egli non poté mai essere totalmente uno di loro. «La mia compagnia – scrisse in una lettera – anche allora, non fu di letterati». Forse lo divideva da loro l’impegno ideologico, la fede nella cultura e nelle idee, che egli sentiva non avrebbero mai risolto i suoi dissidi interiori. Per contro l’ambiente vociano lo affascinò probabilmente per il suo carattere bohémien, per la sua accoglienza e il sostegno che vi trovava l’artista, per l’aria di libertà e di autonoma ricerca che vi respirava. Ma qualcosa di profondo, una vocazione alla quale si sentiva costantemente chiamato gli impediva di integrarsi al gruppo vociano, di dare importanza alle loro idee e battaglie; era il suo modo di obbedire all’interiorità che lo distingueva anche dagli stessi Boine e Rebora. Questa sue solitudine esistenziale ed ideologica lo mise così in una posizione relativamente periferica rispetto alle battaglie letterarie d’avanguardia.

A Genova infatti, dove viveva, i contatti con Firenze e con la letteratura militante italiana erano promossi dalla «Riviera Ligure», la rivista dei fratelli Novaro, alla quale collaborò fin dal settembre del 1912. È sufficiente ricordare i nomi di alcuni collaboratori per precisare il senso di questo rapporto con la cultura italiana: Palazzeschi, Slataper, Saba, Onofri, Boine, Govoni, Rebora, Papini, Campana, Ungaretti, Jahier. Come si vede, cospicuo era il numero dei vociani. E aveva alle spalle la tradizione ligure e una figura in particolare come Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Sbarbaro scrisse anche su «Lacerba» dal giugno 1913. Anzi, dai modi lacerbiani egli si lasciò chiaramente influenzare durante la composizione dei primi Trucioli: è il solo momento in cui la sua attività sul piano dello stile può confondersi con quella di un gruppo, ma nemmeno questa fu un’esperienza capace di incrinare quella sua solitudine la quale attraversa integra questi nodi cruciali della poesia di quegli anni, ed è una solitudine. Si riconobbe per qualche attimo nei vociani e nei lacerbiani e fu un vero fratello di Campana.

Il primo libriccino di versi di Camillo Sbarbaro si intitolò Resine e fu pubblicato nel 1911 a spese di un gruppo di compagni di liceo. Fu seguito da Pianissimo, tre anni dopo. La poesia del giovanissimo Sbarbaro è concepita come quadro di natura, rappresentazione dei mesi e delle stagioni realizzati con un linguaggio ottocentesco. In sintesi, è la scherzosa riduzione in abiti borghesi del dannunziano Pan. Aprendo Pianissimo ci si accorge subito che non esiste alcuna soluzione di continuità con Resine. Molta critica italiana è caduta addirittura nel curioso equivoco di considerare Pianissimo appunto come il primo libro del Nostro, considerarlo come una promessa in attesa del capolavoro, malgrado «una certa discontinuità espressiva, una certa approssimatività della versificazione e la non sempre risolta riduzione della sofferenza personale  nello sconforto universale» (i limiti indicati da Montale). Resta comunque un libro fondamentale e sufficientemente compiuto.

Ma riprendiamo in esame, più da vicino, quella lirica d’apertura. Gli endecasillabi sciolti sono abbastanza tradizionali, ma la struttura in cui il poeta li organizza è invece singolare, per la sua tendenza a una geometricità costruita su una rete di parallelismi («Taci…Giaci… Noi non ci stupiremo… Invece camminiamo») e su una serie di negazioni che svolgono una funzione importante in questa prima parte. È uno svolgimento con un movimento di adagio, segnato da forti pause che rallentano il ritmo metrico. Nel contempo, la struttura complessiva offre un carattere di assolutezza e di essenzialità allo svolgimento tematico che si costruisce in forma di colloquio del poeta con la propria anima. Il punto nevralgico della lirica è nei versi 11-16 che segnano una svolta, un ulteriore approfondimento della coscienza: mentre tutto sembrerebbe dover scivolare nell’indifferenza totale che equivale ad un annientamento, ecco sorgere invece lo stupore per la vita che continua. È il momento di massima suggestione, la forza con cui il linguaggio visualizza lo stupore di questa scoperta è il fatto capitale dell’intera poesia nel quale prende forma tutto il senso profondo di quella morte interiore. Il mondo è diventato un grande deserto nel quale il poeta si sorprende a contemplare, senza alcuna residua partecipazione emotiva, un unico oggetto, se stesso. È come se Sbarbaro si trovasse fuori dalle cose, condannato ad assistere a loro senza alcuna partecipazione di coscienza. Si può valutare pienamente l’importanza di questa frattura solo se si consideri che essa si pone all’origine della dimensione espressionista dell’opera di Sbarbaro. Vale infatti per lui ciò che L. Mittner (L’espressionismo, Bari 1965, p.31) scrive degli Espressionisti: «Le cose ora esistono in sé, ma non esistono più per l’uomo».

Non è facile trovare nella nostra poesia, non solo in quegli autori che appaiono più vicini, un annuncio così profondo dell’avvenuta separazione tra le cose e l’anima. Forse Boine questo intuiva quando scriveva: «Mi par d’essere innanzi a una di quelle poesie su cui i letterati non sanno né possono dissertare a lungo, ma di cui si ricordano gli uomini nella vita loro per i millenni»; intuiva cioè quanto poco fosse legato alla contingenza questo Sbarbaro e quanta verità si raccogliesse in questo rovesciamento della figura mitica, la sua storia che al di là delle intenzioni dell’autore, era diventata la storia di tutti. Tutto questo ha riscontro anche sul piano della vita privata se prendiamo in considerazione lo scambio epistolare del Nostro con l’amico Angelo Barile. Le lettere sono raccolte nel volume di Sbarbaro, Cartoline in franchigia, Firenze 1966. Egli scrive nel 1913, esprimendo gli stessi motivi ispiratori nella poesia dei Trucioli: «Dopo le ore di creazione, così rare e seguite da nausee e da aridità, non vedo splendere che quelle liberatrici dell’ebrezza e i cinque minuti con le pauvres petites putaines (con che affetto le nomino!) spaventate. Così sogno con l’ardore d’una fede di scomparire prima che la fine mi raggiunga; che nessuno sappia più nulla di me e se possibile io dimentichi anche il mio nome. Ma sono cose che per farle bisogna non parlarne, altrimenti si è ridicoli e si continua ad essere poeti i quali credono di aver fatto quando hanno detto.» Ed ecco il tema dell’indifferenza dell’anima, in una lettera del 21 giugno ’13: «con arrivare volevo dir molto meno dell’esprimermi interamente e dell’esperimentare tutto. Volevo dire vivere senza dovermi privare di quel tutto che chiamo vita […] A proposito del mio presentimento di non aver lunga vita, mi chiedi se mi curo. Mi curo, certo; ma conservarmi alla mia amarezza è prolungarla; preferisco augurarmela corta. Solo formalmente sono oggi diverso dall’autore di Resine. Con una differenza: l’anno scorso mi sentivo, moralmente, in un pozzo. Quest’anno no: non ho più nausee, rimorsi, non faccio più proponimenti, tutto mi è diventato uguale e mi pare sia peggio… Solo la creazione e qualche volta, l’alcool, sembrano poterlo strappare a questa angoscia , patita come vuoto, non certo il lavoro d’ufficio che “ingrettisce, acciacca, storpia moralmente”. […] Come uscii da quel purgatorio? Una sera rincasando annunziai raggiante a mia sorella che il peggio era passato. L’indomani infatti scrissi i versi che si chiudono con E venuta la sera […] E piansi di contentezza. Da allora, è un mese, sono casto e sobrio; ma dopo quello sgorgo, mi sono di nuovo ammutolito e la privazione è tremenda.»

L’immagine poetica di questo vuoto va ben oltre la dimensione privata e per quanto il rapporto sia fortemente mediato, è ricollegabile a quel vuoto che, nascosto dai fragori dannunziani e nazionalistici, è il frutto del disorientamento generale della borghesia, proprio nel momento in cui il Paese si trova alla vigilia della tragica svolta della guerra delle cui dimensioni catastrofiche sta per prendere coscienza. Le smaglianti e chiassose manifestazioni futuristiche sfiorano spesso il cuore della condizione borghese dell’uomo del ‘tempo nulla più’. Accade invece che colui che vive alla periferia del corso ufficiale degli avvenimenti, scavando dentro la propria solitudine, riesca a costruire un’immagine dell’uomo così essenziale ed essenziale da apparire come la condizione essenziale dell’umanità del tempo. Si respira un’atmosfera di vuoto che è proprio del mondo poetico di Sbarbaro. Esso è anche il vuoto, il caos di Boine e Rebora, forse storicamente più consapevoli di Sbarbaro, ma non molto diversamente da lui alla ricerca di una soluzione dentro i confini della soggettività. Torna alla mente a tal proposito ciò che aveva scritto Adorno: «Molto induce a credere che l’opera d’arte attuale colpisca la società tanto più esattamente quanto meno tratta di essa». Sbarbaro descrive la sua condizione come una ‘verità’ che nessun evento sociale ed umano possa scuotere come fosse già fuori dal tempo. Ed è probabilmente l’autenticità della sua solitudine che ancora ci ammalia..

© Gianfranco Barcella

2 comments

  1. E’ una cosa bella ricordare e tracciare un breve profilo delle rare ma importranti opere poetiche di un autore di cui non si parla e non lo si legge come meriterebbe. Camillo Sbarbaro è uno dei poeti da me più amati. Aggiungo solo che è anche autore di pregevoli prose d’arte, raccolte nel volume Trucioli. Potrebbe rappresentare, per chi lo volesse leggere, una scoperta. Soprattutto nelle prose in cui Sbarbaro affonda il suo sguardo acuto nel paesaggio ligure (quello caro a Eugenio Montale, per intenderci).

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    1. Grazie Renzo. Doppiamente grazie per cogliere il portato di questo intervento e, naturalmente, della poesia di Sbarbaro. Ma soprattutto grazie per averci ricordato quanto siano belle le prose raccolte in “Trucioli”, altra declinazione di poesia per immagini.

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