Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni.
Dal primo periodo di scrittura, iniziato per la necessità di denaro, arrivano piccoli gioielli. Brevi reportage dei suoi tempi, dei suoi luoghi: la folle Vienna dove la miseria è mascherata dal tutto esaurito nei teatri, che «non sferza gli uomini a sangue» e per questo «uccide quelli che vogliono realizzare qualcosa»; e i sobborghi, dove «si smerciano i romanzi da quattro soldi, i piccoli giornali della sera e le riviste illustrate traboccanti di storie di furti, stupri e omicidi, e la triste, squallida domenica, in cui bisogna divertirsi a tutti i costi, non può offrire altro che i più miseri piaceri».
Ma l’occhio che osserva la realtà è anche in grado di descriverla con la visione distopica di un sogno, come nell’articolo Un sogno: Anywhere – out of the world, in cui si cerca un biglietto per l’imbarco su una filiera di treni che sopravvivono allo sprofondare della Terra.
Jesenská traccia il grande affresco e il dettaglio psicologico. Riflette su quanto anche la giovinezza conosca il dolore, e non solo i dispiaceri come paternalisticamente si pensa; analizza la viva convivenza di riso e pianto nei film di Charlie Chaplin, estendendo il discorso alla necessità di non guardare alla vita con un occhio manicheo.
Negli anni ’30 i suoi scritti si fanno più attenti alla realtà politica che sta mutando – i cambiamenti che dalla Repubblica Cecoslovacca porteranno agli accordi di Monaco e all’occupazione nazista. Chiedendo perdono per il suo lavoro di reporter, per le sue domande dolorose («il lavoro del reporter assomiglia spesso a quello di una iena»), Milena Jesenská fotografa la realtà degli emigrati tedeschi, degli ebrei, dei socialisti, “nuovi neri” d’Europa («Per il resto, li si lascia vivere. Un singolare, orribile linciaggio compiuto all’ombra della legalità»). Il tutto con uno stile cristallino, amorevole nei dettagli, come se a comporre l’insieme non dovesse essere il crudo linguaggio argomentativo ma lo sguardo empatico di una sceneggiatura.
A chiudere, le meravigliose lettere offerte da Max Brod, il cui filo rosso è la richiesta costante di avere notizie di Kafka, e la consapevolezza di essere stata per lui motivo di angoscia nell’angoscia. Sappiamo che, del resto del loro carteggio, sopravvivono solo quelle di lui. E c’è un articolo, verso l’inizio del libro, che si intitola proprio Lettere di uomini famosi; si interroga non sul diritto da parte nostra di avere accesso agli scritti privati di un autore, ma sul loro valore per noi. Questa è la risposta:

Ecco, questa è la ricchezza dell’artista: la sua visione personale del mondo. La sua capacità di vedere «qualcosa per la prima volta», di vedere qualcosa con occhi nuovi.
Naturalmente noi ci domandiamo: Dio mio, è così semplice, com’è possibile che non me ne sia accorto prima? E come ha fatto lui a scoprirlo? Così ci gettiamo sulle lettere, cerchiamo in esse di scoprire l’uomo, divoriamo le pagine: Come ha potuto scoprirlo? Attraverso quale dolore? Quale desiderio? Quale malattia? Quale aspirazione? Per noi le lettere completano l’opera, così come una carta geografica completa il mondo. Noi, gli increduli, che non ci accontentiamo di un miracolo ma abbiamo bisogno di una spiegazione concreta, cerchiamo nelle lettere una giustificazione, un fondamento logico.
[…] Non si tratta di svelare qualcosa al mondo, si tratta di arricchire il singolo dandogli modo di comprendere. Si tratta di stabilire una connessione logica tra il mondo della gente e quello degli eletti.
E a questo abbiamo diritto, almeno finché non saremo diventati così perfetti al punto che l’opera ci basti già di per sé per credere e comprendere, finché avremo bisogno, come San Tommaso, di mettere le dita nelle piaghe, per convincerci che esse ci sono e che sono profonde.

© Giovanna Amato

 

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