Inediti di Gianmarco Busetto

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aggiusto la camicia, mastico una voglia
il pomeriggio, lo schiaccio tra le dita
queste mura di cinzano e rosette, troppe volte
mi hanno visto pregare: l’amore di pulire
il fegato di resistere, la gola di smettere
Piero dice − mia madre era strana:
leggeva Schopenhauer e portava tacchi alti

sapesse Piero quante volte ho immaginato
sua madre stesa a gambe aperte
ora non sarebbe così mieloso
− da queste parti lo strano era mio padre − dico io
− mi picchiava con la cinghia e portava le bretelle
sotto al cavalcavia oggi, hanno
gettato due cessi nuovi di zecca
domani saranno delle ortiche
oggi della stupidità

 

*
da qualche parte sarà domenica e azzurro
preghiere che partoriscono inguini, sandali
e altri splendori da leccare

il parco è una lingua amara e il cielo
lo straccio di dio

steso sull’erba nera scippo bocconi ai topi e
penso che, in fondo, il credersi indispensabili
sia solo un peccato minore, che cosa più
grave sia perseguire la bellezza
crederla saldo, pensarla salvezza

altalene e scivoli sono coperti d’ortica

i bimbi dell’ultimo nascondino non sono mai stati trovati

oggi il parco è una marcetta da camposanto
una lingua amara che accompagna a gole straniere

solo gli occhi del mio cane mi chiedono
corsa in direzione contraria

 

*
e ci sono sbagli che vorresti riempire di fiori
qualche cadavere di ricordo da seppellire nel miele
un belato di niente al quale trapiantare un fegato
c’è una rabbia, di notte, che alla luce tradisce sorrisi
e ci sono danze, scherzi e carnevali muti
come vedove, come qualcosa che tace più per decenza che
per dolore, come me che ti chiedo – Come ti chiami? –
e tu che mi rispondi – Neanche una goccia, nemmeno una –

 

*
È che di ringraziare a me non viene come vorrei.
Non mi viene come una pace, ma sempre senza una trama,
con una voce un po’ troppa bassa, troppo
roca, come una vecchia catena o una caffettiera che sbuffa.
Vorrei saper ringraziare come i monaci e i nuotatori,
ringraziare per rendere grazia e invece
mi viene l’adolescente che ha ragione,
la settantenne in minigonna, l’Elvis da karaoke.
Vorrei ringraziare chi vive e chi dà la vita, vorrei farlo con cura,
con la devozione della candela e
invece, con la fame del lanciafiamme
insulto chi rifiuta di risorgere.
Vorrei saper ringraziare, un giorno, come
soffiando zucchero su mille ciclamini
ma oggi è maggio, io e mio figlio siamo a casa e,
mentre io lo guardo e mi chiedo dove vadano a morire i merli
lui si addormenta, ascoltando Billy Holiday.

 

*
far ruggire il vecchio leone, berlo
fino all’ultima goccia, mancare
l’appuntamento e aspettare sera:
il vestito della festa addosso
un mazzo di rose in braccio

cominciare a somigliarsi e credersi
Ofelia che inciampa tra gli specchi

rompere la vecchia teiera
i piatti da pizza
le vaschette per stuzzichini e sottaceti

lasciare il tarlo, la medusa
il dolore e le bandiere, lasciare
il culo, svuotare il ventre
lasciarlo vuoto
lasciarlo pronto

camminare sulla corda, in alto
il sole negli occhi
i pescecani che sotto aspettano

e osservare piccole case tramontare
come un ultimo bolero malinconico

 

*
gli ultimi appunti lasciati sulla scrivania
le ultime lenzuola che profumano di bucato
occhi che ti conoscono a memoria, un dialogo
sul coraggio e le farfalline all’uovo, i gessi colorati
(li avevi comprati per Valerio, ricordi? Dovevi fargli
il disegno del gigante di ferro)
ti lascio scivolare su un fianco come una preghiera che
non si spreca, come un’anima che gratta cieli di lamiera
dici − non ci saranno atei nel reparto di rianimazione
e io non rispondo, vorrei solo essere
l’idrovora che aspira l’acqua del tuo male
o dio, solo per poterti tenere.

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© Gianmarco Busetto

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