Ostri ritmi #15: Barbara Korun

 

Buče!
Velike, okrogle, zlate!
Brez števila!
Polje buč!
V mehkem zavoju se dvignejo predme, nenadno, ogromne. Od horizonta do horizonta same buče. Stebličevje in listje na polju posušeno v bakrene čipke, krhke, filigranske. In med njimi sij zlatih buč.

Ta svetloba! Kot bi božala, kot bi žarki res imeli mehke dlani in v luči dotik. Svetloba boža buče, buče božajo oči, oči zibajo dušo.

Na robu horizonta dve postavi, otovorjeni s škafi, košarami, cekarji, cajnami, gajbicami. Tako majhni, tako nebogljeni pred mogočnimi bučami, pred razsipajočim se zlatom obstaneta,
začudeni,

prevzeti.

.

Zucche!
Grandi, tonde, dorate!
Infinite!
Un campo di zucche!
All’improvviso si stagliano davanti a me in una dolce curva, enormi. Da orizzonte a orizzonte solo zucche. Ramoscelli e foglie rinsecchiti sul campo come merletti di rame, fragili, preziosi. E in mezzo il chiarore di zucche d’oro.

Questa luminescenza! Come se carezzasse, come se i raggi avessero davvero palmi morbidi e il tocco nella luce. La luce carezza le zucche, le zucche carezzano gli occhi, gli occhi cullano l’anima.

Sul limite dell’orizzonte due figure, carichi di tinozze, ceste, panieri, cesti, cassette. Così piccoli, così deboli davanti alle massicce zucche, si fermano davanti all’oro dirompente,
incantati,

scossi.

*

Kaj sem videla v Neaplju – kačo z ušesi, obleke, ki držijo sulico, kamnitega psa z vrvico, okraske na zakjučkih streh, Fioro maior, zdrsan črn tlak, velika vrata z malimi vratci, ena odprta, v njih metla, smetišnica in narobe poveznjeno vedro, klavir zavit v celofan, čevlje z visoko peto, bogove z široko odprtimi, praznimi usti.

.

Cos’ho visto a Napoli − una serpe con le orecchie, vestiti che tengono una lancia, un cane di pietra al guinzaglio, decori sui colmi dei tetti, il Fioro maior, un lastricato nero scivoloso, una grande porta con una porticina, una aperta, all’interno una scopa, una pattumiera e un secchio ribaltato, un pianoforte avvolto nel cellophan, scarpe col tacco alto, dei con bocche spalancate e vuote.

*

.
Gospod Ratzinger trka na Božja vrata
Rim, Vatikan, začetek 3. tisočletja

(Toktok-tok-tok.)
Nikogar ni, Gospod. Jaz sem.

(Toktok-tok-tok.)
Nikogar ni, Gospod. Samo jaz.

.

Il signor Ratzinger bussa alla porta di Dio
Roma, Vaticano, inizio del III millennio

(Toctoc-toc-toc.)
Non c’è nessuno, Signore. Sono io.

(Toctoc-toc-toc.)
Non c’è nessuno, Signore. Solo io.

*

.
Prva kal teloha (Helleborus dumetorum) soncu
Lipnik, Slovenija, zgodaj spomladi 2010

Komaj smrček
sem pomolila
iz ivja.
Komaj tačico
sprožila,
še trdno
tiči na toplem.
A že te išče, išče,
moje oko.
.

Il primo germoglio di un elleboro (Helleborus dumetorum) al sole
Lipnik, Slovenia, inizi primavera 2010

Ho sporto
appena appena il muso
dalla brina.
Distesa
appena appena la zampetta,
salda ancora
rimane al caldo.
Ma già ti cerca, cerca,
il mio occhio.

*

.

Nisem vreden ljubezni, rečem
svoji ljubezni. Ljubezen molči.
Ljubezen ne reče, vreden ali ne,
ljubim te. Ljubezen ne reče,
kdo si, da sodiš, ne reče, tukaj sem,
zmeraj sem bila tukaj, nikoli
ne bom odšla.
(Ljubezen ni človek, ni človeška.)
Ljubezen molči. In je že skoraj ni.
Me že raztaplja praznina.
Potem zaslišim glas, ki ni glas,
besede, ki jih ne prepoznam.
Tvoj glas, oče, tvoje besede.

(Hajmon)

.

Non sono degno dell’amore, dico
al mio amore. L’amore tace.
L’amore non dice: degno o no,
ti amo. L’amore non dice:
chi sei per giudicare, non dice: sono qui,
sono sempre stato qui, non
me ne andrò mai.
(L’amore non è uomo, non è umano.)
L’amore tace. E già quasi non c’è.
Già mi dissolve il vuoto.
Poi sento una voce, che non è voce,
parole, che non riconosco.
La tua voce, padre, le tue parole.

(Emone)

.

*

Vrezala sem se v prst.
Kri teče in jaz strmim
v prihajajoči čudež, ki že boli:
zacelila se bo, rana.

Kako telo ve, kako prst ve,
kako speti skupaj,
kako zavezati zevajoče meso
nazaj v prst, cel.

(Antigona)

.

Mi sono tagliata sul dito.
Il sangue scorre e io fisso
il miracolo imminente, che fa già male:
si richiuderà, la ferita.

Come sa il corpo, come sa il dito,
come attaccare insieme,
come ricomporre la carne aperta
in un dito, intero.

(Antigone)

.

da Barbara Korun, Pridem takoj [Torno subito], KUD Apokalipsa, Ljubljana 2012

© Scelta e traduzione a cura di Amalia Stulin

Barbara Korun nasce a Ljubljana nel 1963. Fin da piccola entra in contatto con l’ambiente culturale contemporaneo attraverso l’impiego dei genitori: la madre infatti lavora come regista radiofonica e il padre come regista teatrale e docente presso l’Accademia per il teatro, la radio, il cinema e la televisione di Ljubljana. Studia Letterature comparate e Slovenistica all’università e successivamente diventa insegnante di ginnasio, per poi entrare anche lei nel mondo del teatro come drammaturga.
Ad ora ha pubblicato cinque raccolte di inediti: Ostrina miline [Grazia tagliente] (1999), Zapiski iz podmizja [Appunti da sotto il tavolo] (2003), Razpoke [Spaccature] (2004), Pridem takoj [Torno subito] (2011), da cui provengono le liriche qui proposte, Čećica, motnjena od ljubezni [Una ragazza, turbata dall’amore] (2014), opera nata nel contesto della “Postaja Topolove”, interessante festival di arti contemporanee che ha luogo ogni estate nell’omonimo borgo del Friuli orientale, e Vmes [In mezzo] (2016). Korun è particolarmente apprezzata all’estero, tanto da essere inclusa in traduzione in numerose riviste e antologie non solo dei Balcani, ma anche dell’Europa centrale, della Scandinavia e degli Stati Uniti. Si è cimentata anche nella registrazione di un audiolibro, recitando le poesie di Srečko Kosovel (autore cui deve sentirsi fortemente legata, se ha deciso di intitolare il premio letterario di cui è co-fondatrice proprio KONS), accompagnata dal percussionista jazz Zlatko Kaučič.

.

© Nota a cura di Amalia Stulin

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