ostri ritmi

Ostri Ritmi #23: Tone Škrjanec

 

Bitchkraft (Political Song)

vsi smo čaj.
topli smo in dišimo
in gozdovi so naši.
noge se nam pogrezajo
v vlažen mah
kot v tepih.
pokljuka.
bogovi smo..

Bitchkraft (Political Song)

tutti siamo tè.
caldi siamo e profumiamo
e i boschi sono nostri.
i piedi ci affondano
nel muschio umido
come in un tappeto.
Pokljuka.¹
siamo dei.

.

Staroljubljanska zgodba (von Hinten)

obrazi so si enaki kot dnevi.
tretje oko je skrito v razporku hlač.
tlakovana ulica se zlagoma spušča
in midva z njo.
ne z roko v roki
ali z glavo na rami,
temveč tako tiho,
da se brezskrbno odpirajo okna.
noč je mehka odeja,
zmečkana tišina potegnjena
preko slamnatih las.
zamolkli govor počasne zelene reke..

Una storia da Ljubljana Vecchia (Von Hinten)

i volti si somigliano come le giornate.
il terzo occhio è nascosto in uno strappo nei pantaloni.
la via lastricata scende indolente
e noi con essa.
non mano nella mano
o con la testa sulla spalla,
ma in un tale silenzio,
che le finestre si aprono senza fretta.
la notte è una morbida coltre,
un silenzio stropicciato tirato
su capelli di paglia.
il discorrere cupo di un lento fiume verde.

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Ostri Ritmi #22: Lucija Stupica

 

Školjka

Nežna, presojna školjka na okenski polici
obuja morje. Odmik pogleda poraja
strah v golo mesto, ki na postaji čaka
na pisane sprevode predramljenih izrazov.

Skoz narebreno lupino se preceja
še zaspan dan. Kot dobro pričvrščen čoln
počasi dviguje svoje sidro. Na površini
školjke se zrcali fasada nasproti stoječega
bloka, siva ograja, ograja misli, oblak iz pepela.

Tvoja prstna blazinica steče vzdolž hrbtenice,
da sleče trdnjavo kože kot zvočni signal
ladje v megli, glas vlaka, vse bliže bliže,
me prebudi in do roba napolni z morjem.

La conchiglia

Una conchiglia sottile, diafana sul davanzale
rievoca il mare. Il distogliere lo sguardo genera
il panico nella città spoglia, che alla stazione attende
le rutilanti parate dei sensi ridestati.

Lungo il guscio scanalato cola ancora
l’assonnato giorno. Come una barca ben ormeggiata
lentamente solleva la sua ancora. Sulla superficie
della conchiglia si riflette la facciata del condominio
di fronte, un recinto grigio, recinto di pensieri, nuvola di cenere.

Il tuo polpastrello scorre lungo la spina dorsale
per spogliarmi dalla fortezza della pelle, come la sirena
di una nave nella nebbia, il fischio di un treno, tutto sempre più vicino,
mi riscuote e fino all’orlo mi riempie di mare.

 

Ko se zbujajo odtisi

Ko se zbujajo odtisi, si spet sam.
Noč pestuje dvojino,
dovoli izbrise in pozabo,
razvaja te z lahkoto,
s katero pišeš in šivaš rane.

Dan je trezen, surov sogovornik,
a spet mehak, ko se potopiš
v let metulja in po tišini spolzi
spokojni narek dotika.

In tako je včasih tudi dan paren,
ko se naveličan samote primakne k sebi.

Quando si risvegliano le impressioni

Quando si risvegliano le impressioni, sei di nuovo solo.
La notte culla il duale,
permette la soppressione e l’oblio,
ti vizia con la facilità
con cui scrivi e ricuci le ferite.

Il giorno è un interlocutore disincantato e primitivo,
ma nuovamente tenero, quando t’immergi
nel volo di una farfalla e nel silenzio scivola
la quieta elegia del contatto.

E così a volte anche il giorno è una metà,
quando, stufo della solitudine, mi si avvicina. (altro…)

Ostri Ritmi #21: Primož Čučnik

***Consigliamo la lettura da smartphone con rotazione del dispositivo.

Merjenje noči

Zdelo se je preprosto. Vzameš december,
narediš kepo in ga vržeš v steklo januarja,
ki se raztrese po tleh, kristalčki odsevajo
eden v drugem, odsevajo vsi v vseh,
pred sabo imaš tepih univerzuma
– lunarno, sublunarno smer –
sam moraš posesati metafizični pepel.

In vse, kar si, je odvisno od vsega, kar nisi.
Kadar ubiješ, je v tebi sled žrtev in dobrega.
Kadar si preprost, je v tebi zapleten pečat.
In kadar najbolj ljubiš, sovraštvo guba čelo.

Tam, kjer narediš posodo, je vredno vstaviti mesec
in ga pregovoriti: Za en dan, bodi daljši za en dan.
Ker ko vzameš december, vzameš zadnjo kepo tega leta,
ko razbiješ januar, urediš prvo stvar nadalnjega štetja.

In če imaš v dobrem dan, je to ena noč in ena svetloba.
A potem, ko enkrat vržeš december, si zalučal svoj lastni konec.
Ko enkrat raniš januar, zadnje odseva v tvojem začetku.
Zdaj si december tega januarja nadene črno masko dneva

in zabija hrastovino krste.
Mrzli žeblji.
Luknje proti nebu..

Misurare la notte

Sembrava facile. Prendi dicembre,
ne fai una palla e la lanci contro il vetro di gennaio,
che si frantuma per terra, i cristalli si riflettono
l’uno nell’altro, si riflettono tutti in tutti,
davanti a te hai il tappeto dell’universo
– direzione lunare, sublunare –
devi inalare da solo le ceneri metafisiche.

E tutto ciò che sei dipende da ciò che non sei.
Quando uccidi, c’è in te la traccia delle vittime e del bene.
Quando sei semplice, c’è in te un complicato disegno.
E quando ami di più, l’odio corruga la fronte.
Là, dove fai i piatti, è il caso di fermare il mese
e persuaderlo: Un giorno, sii più lungo di un giorno.
Perché quando prendi dicembre, prendi l’ultima palla di quest’anno,
quando rompi gennaio, sistemi la prima cosa del nuovo conteggio.

E se è una buona giornata, è questa una notte e una luce.
Ma poi, una volta che hai buttato dicembre, ti sei disfatto della tua stessa fine.
Una volta che ferisci gennaio, all’ultimo si riverbera nel tuo inizio.
Ora dicembre si mette la nera maschera del giorno di questo gennaio

e inchioda il legno della bara.
Chiodi freddi.
Buchi contro il cielo.

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Ostri Ritmi #20: Aleš Debeljak. A cura di Amalia Stulin

Riprende da questa settimana la rubrica Ostri ritmi di Amalia Stulin, per una terza stagione che ci accompagnerà qualche mese ancora alla scoperta di autori legati alla letteratura slovena.

Najemniški vojaki

Umiril se je veter v goricah. Vešča buta ob karbidovko.
Večer slabotno diha. Prošnja, neuslišana, v somrak izgine
ob brezbrižnosti boga. Mi od daleč gledamo, kako se od
pravil in nujnosti tresejo nasledniki mogočnega prestola.

Tu dinastije menjajo se v nedogled. Jug in sever, vzhod,
zahod: zvesto služimo. Slavolok prebodel je oblake. Ni sok
murve, kar lepi nam dlani. Ščite tesno stiskamo. V razkosani
deželi trta čaka neobrezana. Samo ugibamo, kako ji je hudo.

Langobardi, Skiti in vladarji Norika: v imenu tuje zmage smo
odpirali zaklade in lobanje. Za nami so ostale prazne jame.
Zdaj počivamo. Končana je naloga. Začeti znova je težko.

Tudi vid nas pušča na cedilu. Kar sploh lahko ugledamo, je
enostavni red predmetov. A to je malo, manj kot nič. Še
obrazov ne spoznamo, ko včasih luža nam nakloni lastni lik..

Mercenari

Il vento si è calmato tra i vigneti. Una falena sbatte contro la lampada.
La sera respira debolmente. Una supplica, inascoltata, scompare al crepuscolo
nell’indifferenza del dio. Noi osserviamo da lontano, come
tremano per il dovere e la necessità i successori all’immane trono.

Qui le dinastie si succedono all’infinito. Sud e nord, est,
ovest: serviamo fedelmente. L’arco trionfale ha trafitto le nuvole. Non è
succo di more che ci appiccica le mani. Stringiamo forte gli scudi. In un paese
smembrato la vite aspetta, non potata. Intuiamo solo quanto soffra.

Longobardi, Sciti e signori del Noricum: nel nome di vittorie straniere
abbiamo aperto tesori e crani. Dietro di noi sono rimaste caverne vuote.
Ora riposiamo. La missione è conclusa. Ricominciare è difficile.

Anche la vista ci abbandona. Ciò che possiamo ancora scorgere è
il semplice ordine delle cose. Ma è poco, meno di niente. Nemmeno
i volti distinguiamo, quando il fango ci rimanda le nostra stessa immagine.

 

Mesto in otrok

Noben stok, zares, ni brez namena. Le kadar arhangel
se nam prikaže kot v planini modri svišč, za bežen hip
morda spoznamo, kje stoji izbrana domovina. Ne bo zamrl
tvoj babilonski vrišč. Zato ne spijo pesniki. Naloga

zdaj se jasna zdi: to bo kronika in v njej bolečina.
Velika kot gruda ledenika, ki se topi. In preplavi
nasade maka in vasi, tarče v frizu vitkega portala in
razkošne gube turškega srebra: vsaka solza te poglobi.

Stojiš na skali, ki se ne premakne. Okrog tebe svet se
kruši v prepad. Ti piješ živo vodo. Črpaš jo iz ust
ljudi, ki s tabo dihajo. Zraven so kot dokaz, ko se

zjutraj spet rodiš. Kot tale pesem. Še malo in utišal jo bo
plaz. A tisoč odmevov se namesto nje pognalo bo v zrak.
Ker ljubezen, ki teče ti skoz žile, je seme, cvet in sad..

La città e il ragazzo

Nessun lamento, davvero, è insensato. Solo quando l’arcangelo
ci appare come una genziana blu in montagna, per un fugace istante
forse capiamo dove sta la dimora prescelta. Non si spegnerà
il tuo baccano babelico. Per questo non dormono i poeti. Il compito

ora pare chiaro: sarà una cronaca e in essa un dolore.
Grande come il blocco di un ghiacciaio che si scioglie. E travolge
campi di papaveri e villaggi, bersagli nel fregio di un portale slanciato e
sfarzose pieghe di argento turco: ogni lacrima ti scava più a fondo.

Sei fermo su una roccia che non si sposta. Attorno a te il mondo
precipita nell’abisso. Tu bevi acqua viva. La succhi dalla bocca
delle persone che con te respirano. Sono lì accanto, come una prova,

quando la mattina rinasci. Come questa poesia. Tra poco la valanga
la metterà a tacere. Ma al suo posto migliaia di eco si spargeranno nell’aria.
Perché l’amore, che ti scorre nelle vene, è il seme, il fiore e il frutto.

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#Ostriritmi #secondastagione

Anche quest’anno il nostro blog ha ospitato una “stagione”, una seconda per l’esattezza, di «Ostri ritmi», rubrica a cura di Amalia Stulin, che ha visto protagonista la poesia slovena del Novecento e più contemporanea. Un percorso con, in primo piano, la scoperta di voci passate e presenti grazie alla traduzione in italiano, una scelta che la curatrice ha affrontato sempre con attenzione, andando a compiere una ricerca mai scontata, talvolta impervia − non pochi, infatti, gli autori “sperimentali” proposti quest’anno −, che tocca direzioni testuali differenti.

Vogliamo regalarvi un riepilogo in PDF di quest’annata 2017/2018: PDF Ostri Ritmi 2

E ringraziare Amalia Stulin per la costanza, l’impegno e la serietà della proposta.

la redazione

Ostri ritmi #19: Andrej Brvar

Ultimo appuntamento per questa stagione con la rubrica a cura di Amalia Stulin che presenta alcune valide voci della poesia slovena del novecento e odierna.

.

Ana Rečnik

Zdaj nosim jaz njegove majice
in iz njegovih srajc sem si napravila robce
Najemnik pa kar naprej krade
kozarce za vlaganje metlo in vedro
in premog čeprav je pošprican z apnjačo
in lomi deske iz šupe
in meče kokoši na golšo in pravi da jih je kuga
in v goricah je marca porezal za polovnjak miškulanca
in jeseni je pol sadovnjaka zgnilo na dežju
in od nikoder ni požigalca
ali potresa da bi vse skupaj pogreznil v pekel
Je samo sin ki me vzame zraven tu in tam kakšno soboto
ko se zapeljeva gor za toliko
da sname očala da si natakne predpasnik
in se gre kakšni 2 uri kmeta

.

Ana Rečnik

Ora porto io le sue magliette
e con le sue camicie mi sono fatta dei fazzoletti
E l’affittuario continua a rubare
i barattoli per le conserve la scopa e il secchio
e il carbone, sebbene sia spruzzato di calce
e rompe le assi della rimessa
e butta le galline sul gozzo e dice che è il contagio
e a marzo ha reciso sulle colline erbe miste in quantità
e in autunno mezzo frutteto è marcito nella pioggia
e non c’è mai un piromane
o un terremoto che spedisca tutto all’inferno
C’è solo mio figlio che ogni tanto di sabato mi prende con sè
quando saliamo abbastanza
perché si tolga gli occhiali perché si allacci il grembiule
e facciamo un 2 ore il contadino

*

Kunigundica na izletu

Rekla je da ni še jedla skuš
in porabila je celo škatlo aspirinov
ko je pisala po deblih
Ko pa smo prišli na jaso
je za hip obstala
bosa in s sandali v vrečki poleg šipka
in matjaž ni mogel več
in je pokleknil in ji rekel
ave maria gratia plena in tako dalje
Drugače tudi rada strelja in balina
in navadno zadržuje smeh tako
da misli na grobove

.

La piccola Cunegonda in gita

Ha detto di non aver ancora mangiato sgombri
e ha usato un’intera scatola di aspirine
mentre scriveva sui tronchi
Ma quando siamo arrivati alla radura
per un istante si è bloccata
scalza e coi sandali nella cesta accanto a un mazzolino
e matjaž non ne poteva più
ed è caduto in ginocchio dicendole
ave maria gratia plena e così via
Le piace anche sparare e giocare alle bocce
e di solito trattiene il riso
pensando ai sepolcri.

* (altro…)

Ostri ritmi #18: Edvard Kocbek

 

Ti si skrivnost za moje oči

Ti si skrivnost za moje oči,
bodalo za moje srce,
plamen za mojo dlan.

Jaz sem žalost za tvoj spomin,
kadilo za tvoje telo,
za tvoj obraz pajčolan.

Veneva v dolgo noč,
tiho se napajajoč
kakor pelikan..

Tu sei un segreto per i miei occhi
Tu sei un segreto per i miei occhi,
una spina per il mio cuore,
una fiamma per il mio palmo.
Io sono tristezza per il tuo ricordo,
fumo per il tuo corpo,
per il tuo viso ragnatela.
Ci consumiamo nella lunga notte,
mentre mi abbevero in silenzio
come un pellicano.

 

Čuj, deklica, jablanov cvet

Čuj, deklica, jablanov cvet
ti pada tiho na oči.
Jaz, potepuh, te brez besed
polagam v divjo rast noči.
O nič se, deklica, ne boj,
jablanov cvet je luč nocoj.

Objeta čutiva temò,
kako omamljena trohni.
Telesi padata na dno,
otožna čistost ju teži.
O nič se, deklica, ne boj,
jablanov cvet dehti nocoj.

A ko bo cvet jablanov spet
osul se in narasel v plod,
takrat se bo zarasla sled,
odšel bom svojo zadnjo pot.
Takrat, o deklica, se boj,
takrat bo senca nad teboj..

Ascolta, ragazza, un fiore di melo
Ascolta, ragazza, un fiore di melo
ti cade piano sugli occhi.
Io, vagabondo, senza parlare
ti adagio nel selvaggio crescere della notte.
O nulla, ragazza, non devi temere,
il fiore di melo è luce stanotte.
Avvinti sentiamo l’oscurità
marcire, come inebriata.
I corpi piombano sul fondo,
carichi di un malinconico candore.
O nulla, ragazza, non devi temere,
il fiore di melo profuma stanotte.
Ma quando il fiore di melo sarà
nuovamente piantato e darà frutto,
allora coprirà la scia,
me ne andrò per la mia ultima via.
Allora, o ragazza, abbi timore,
allora sarà su di te l’ombra.

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Ostri ritmi #17: Alojz Gradnik

Questo mese Ostri Ritmi fa un salto all’indietro, abbandonando per un po’ i lidi della poesia più contemporanea di cui ultimamente ci occupiamo: questa la ragione per la quale la nota di lettura è anticipata. Alojz Gradnik, infatti, nasce nel 1882 a Medana, nella Goriška Brda, regione storica a cavallo tra Slovenia e Italia (dove è conosciuta come Collio), rinomata ancora oggi per la sua tradizione vitivinicola. Il padre è sloveno triestino, la madre invece è friulana. Frequenta il liceo a Gorizia, poi si iscrive all’università a Vienna per studiare legge, mentre si mantiene come insegnante privato. Muove i primi passi nei tribunali tra Gorizia e Cormons, poi in Istria come assistente del giudice. Durante la Prima guerra mondiale viene arrestato e dopo il rilascio sembra decidere di evitare il più possibile le zone di guerra: allo scoppio del conflitto tra Italia e Impero austro-ungarico lascia Gorizia e si ritira verso l’interno, arrivando a Ljubljana dopo l’occupazione italiana della Primorska nel 1920. Qui lavora come esperto giuridico al Ministero degli esteri, per poi continuare a esercitare la professione a Beograd e poi Zagreb. Nel 1941 viene sollevato dal suo incarico dal regime degli Ustaša, torna a Ljubljana e nel ’46 si ritira a vita privata, dedicandosi interamente alla produzione letteraria, che non rappresenta però una scoperta della tarda età.
La prima raccolta di liriche esce già nel 1916, all’età di 24 anni, e da quel momento in poi esce più di una dozzina di pubblicazioni, di cui alcune curate da terzi. Eros Tanatos (1962), che abbiamo scelto per questa occasione, rappresenta un’opera tarda, che testimonia la maturità del poeta pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuta nel ’67. Il titolo è programmatico: “amore e morte” sono chiaramente gli oggetti della riflessione. Soprattutto la morte, descritta talvolta attraverso suggestioni gotiche e immagini macabre che echeggiano certi versi di Baudelaire, la fa da padrona, in bilico tra il memento mori e la celebrazione dell’eros più scabroso. Ma l’amore c’è e non è per forza l’amore distruttivo che porta alla morte; come leggiamo nell’ultima poesia, V zaščitju [Al riparo], sembra piuttosto un attimo di pace, uno scudo contro la morte.

 

© nota a cura di Amalia Stulin

Splendi e bruci

Splendi e bruci e nella tua luce d’oro
palpita tutta la mia anima esausta.
Oh tu, mio sole, fino al fondo del cuore
spingimi, sfiniscimi fino alla morte.

Mi permei tutto il tuo splendore
e quando chiudo gli occhi per l’ultima volta,
sii per me il lume che in eterno
mi rischiara calmo le profondità della tomba.
.
.

Žariš in žgeš

Žariš in žgeš in tvoji zlati luči
vsa trudna duša moja trepeta.
O sonce moje ti, do dna srca
izpali me, do smrti me izmuči.

Naj tvoja vsa me prepoji svetloba
in ko zaprem posledjikrat oči,
mi bodi lučka, ki za večne dni
zasije mirno mi v globine groba.

*** (altro…)

Ostri ritmi #15: Barbara Korun

 

Buče!
Velike, okrogle, zlate!
Brez števila!
Polje buč!
V mehkem zavoju se dvignejo predme, nenadno, ogromne. Od horizonta do horizonta same buče. Stebličevje in listje na polju posušeno v bakrene čipke, krhke, filigranske. In med njimi sij zlatih buč.

Ta svetloba! Kot bi božala, kot bi žarki res imeli mehke dlani in v luči dotik. Svetloba boža buče, buče božajo oči, oči zibajo dušo.

Na robu horizonta dve postavi, otovorjeni s škafi, košarami, cekarji, cajnami, gajbicami. Tako majhni, tako nebogljeni pred mogočnimi bučami, pred razsipajočim se zlatom obstaneta,
začudeni,

prevzeti.

.

Zucche!
Grandi, tonde, dorate!
Infinite!
Un campo di zucche!
All’improvviso si stagliano davanti a me in una dolce curva, enormi. Da orizzonte a orizzonte solo zucche. Ramoscelli e foglie rinsecchiti sul campo come merletti di rame, fragili, preziosi. E in mezzo il chiarore di zucche d’oro.

Questa luminescenza! Come se carezzasse, come se i raggi avessero davvero palmi morbidi e il tocco nella luce. La luce carezza le zucche, le zucche carezzano gli occhi, gli occhi cullano l’anima.

Sul limite dell’orizzonte due figure, carichi di tinozze, ceste, panieri, cesti, cassette. Così piccoli, così deboli davanti alle massicce zucche, si fermano davanti all’oro dirompente,
incantati,

scossi.

* (altro…)

Ostri ritmi #14: Branko Šömen

Talčev sotiš

grlica kje sem jo že slišal
potok lesen most in dež
roko mi je odnesla zima
glavo pomlad noge jesen

tebe sem srečal dvakrat
ob rojstvu ob jami za krsto
tebe sem srečal dvakrat
več nisem prišel na vrsto

grlica kje sem jo že slišal
noro sva se smejala oračem
nato sem padel v vodo z mostu
mrtev od življenja poražen

čez toliko let sem te srečal
znova potok blizu mostu
in k belim kostem sem pripisal
draga še zdaj sem na dnu.

La danza degli ostaggi

una tortora dove l’ho già sentita?
un ruscello un ponte di legno e la pioggia
l’inverno mi ha portato via una mano
la primavera la testa l’autunno le gambe

te ho incontrato due volte
alla nascita nella fossa dietro alla bara
te ho incontrato due volte
non è più arrivato il mio turno

una tortora dove l’ho già sentita?
abbiamo riso come matti degli aratori
poi son caduto in acqua dal ponte
morto sconfitto dalla vita

dopo tanti anni ti ho incontrato
di nuovo un ruscello vicino a un ponte
e accanto alle ossa bianche ho aggiunto:
cara, sono già sul fondo

(altro…)

Ostri ritmi #13: Klarisa Jovanović (a cura di Amalia Stulin)

Ostri ritmi è una rubrica a cura di Amalia Stulin che, ogni ultimo venerdì del mese, ci introdurrà a voci della letteratura slovena del Novecento e di oggi. La traduzione sarà della stessa curatrice, che proporrà ad ogni post anche una breve nota critico-biografica sull’autore scelto. Dopo la fortunata serie 1 è il turno di un secondo ciclo della rubrica: Ostri ritmi 2 che aprirà, nel 2018, anche alla prosa. Sarà un’occasione di scoperta di autori mai tradotti in italiano e sino ad ora non affrontati su «Poetarum Silva», con un taglio nuovo, personale e appassionato. Il titolo è tratto da una lirica di Srečko Kosovel: Ritmi affilati.

Alenčica, Matjažu

ko se iz turških
bitk povrneš, ne bom več
jaz, ne boš več ti.

Alenčica a Matjaž[1]

quando da turca
strage torni non sarò
io, non sarai tu

 

Peter Klepec

kaj drevje. plevel,
plevel: koprive, meta,
slak v tvojih prsih.

Peter Klepec[2]

qualche albero. malerba,
malerba: ortiche, menta,
vilucchi hai in seno

 

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Ostri ritmi #12: Zvezdana Majhen

Prinašaš mi, doslej zaman iskan,
navdih, ki poeziji narekuje,
naj z jadri intuicije potuje
v neznano čez časovni ocean.

Na barki sva le jaz — star kapitan
in prvi krajec, ki me razsvetljuje,
ko Pluton Jupitru drobovje ruje
in stene biča silovit orkan.

Jadram in jadram… Jadram kot cigan
sledeč življenju, da me nadaljuje
v neskončni plovbi, ki ne potrebuje

magnetne igle, da preveri stran.
Med ujmo, pred potopom, me varuje
na premcu vžgan skrivnostni talisman.

Mi porti, finora vanamente ricercata,
l’ispirazione, che impone alla poesia
di viaggiare sulla nave dell’intuizione
nell’ignoto, attraverso l’oceano del tempo.

Sulla barca ci siamo solo io — vecchio capitano
e il primo quarto, che mi rischiara,
quando Plutone strappa a Giove le budella
e sferza le pareti un violento uragano.

Navigo e navigo… Navigo come uno zingaro
che segue la vita, perché mi continui
in un’infinita traversata, che non ha bisogno

di un ago magnetico, per controllare la direzione.
Mi protegge nella calamità, dall’annegamento,
un arcano talismano impresso nella prua.

* (altro…)