Ostri ritmi #13: Klarisa Jovanović (a cura di Amalia Stulin)

Ostri ritmi è una rubrica a cura di Amalia Stulin che, ogni ultimo venerdì del mese, ci introdurrà a voci della letteratura slovena del Novecento e di oggi. La traduzione sarà della stessa curatrice, che proporrà ad ogni post anche una breve nota critico-biografica sull’autore scelto. Dopo la fortunata serie 1 è il turno di un secondo ciclo della rubrica: Ostri ritmi 2 che aprirà, nel 2018, anche alla prosa. Sarà un’occasione di scoperta di autori mai tradotti in italiano e sino ad ora non affrontati su «Poetarum Silva», con un taglio nuovo, personale e appassionato. Il titolo è tratto da una lirica di Srečko Kosovel: Ritmi affilati.

Alenčica, Matjažu

ko se iz turških
bitk povrneš, ne bom več
jaz, ne boš več ti.

Alenčica a Matjaž[1]

quando da turca
strage torni non sarò
io, non sarai tu

 

Peter Klepec

kaj drevje. plevel,
plevel: koprive, meta,
slak v tvojih prsih.

Peter Klepec[2]

qualche albero. malerba,
malerba: ortiche, menta,
vilucchi hai in seno

 

Pitagora

in zakoličiš
robove peska, nebo
slepim mornarjem.

Pitagora

fissi il limite
della rena, del cielo
per ciechi marinai

 

Žablji kralj

in če ti vzamem
to spolzko kožo, mar res
pridem do tebe.

Il principe ranocchio

sfilando la tua
viscida pelle, forse
arriverò a te

 

Alef

zlato volovsko
rogovje gleda v jarem.
jezik se slini.

Alef

taurine corna
d’oro guardan il giogo.
salivazione

 

Raševina

vedno na preži.
peruti striže. striže.
do gole kože.

Materia grezza

sempre in agguato.
tarpa le ali. le tarpa.
arriva all’osso.

 

Popoldne

voda kopni na
srebrnem pladnju, žlička
grebe v zlato strd.

Pomeriggio

acqua cola su un
piatto d’argento, il cucchiaio
raschia miele d’oro

 

Tesnoba

oh, ta sobica
brez oken, brez vrat. ta strop,
ki lega name.

Tensione

oh, questa stanza
senza finestre, senza porta. Questo soffitto
che sopra mi pesa.

.

Tratto da: © K. Jovanović, Kimoni, na otip [Al tatto, un kimono], Založba Pivec, 2013 Maribor

© Scelta e traduzione a cura di Amalia Stulin

[1] La poesia si riferisce al leggendario re Matjaž, figura probabilmente ispirata a Mattia Corvino, re d’Ungheria (1443-1490), e a sua moglie Alenka. Il giorno successivo al matrimonio il re viene chiamato a combattere i turchi e deve abbandonare la moglie insieme a un cavallo magico che potrà correre ad avvertirlo nel caso ella si trovi in pericolo. Così, quando viene a sapere che il sultano ha conquistato il suo palazzo e ha scelto Alenka come nuova moglie, Matjaž riparte, si infiltra tra le truppe turche e con l’astuzia riesce a penetrare nella festa di matrimonio del Sultano e a convincerlo a concedergli un ballo con la nuova principessa. Alenka riconosce il suo amato soltanto dall’anello di nozze e i due riescono a fuggire insieme.
[2] Peter Klepec è il nome del protagonista di una famosissima leggenda slovena che racconta di come un gracile pastorello riceva dalla strega del bosco una forza prodigiosa e grazie ad essa protegga la sua gente dalle scorrerie turche che tra il XV e il XVI secolo colpiscono la regione della Kranjska.

Klarisa Jovanović è conosciuta principalmente come traduttrice, ma col tempo ha abbracciato diverse espressioni artistiche legate alla narrazione. Classe 1954, studia francese e letterature comparate a Ljubljana, per iniziare poi la sua carriera come insegnante di francese. Buona parte della sua produzione come traduttrice è però legata alla lingua greca: traduce romanzi e antologie da autori della Grecia contemporanea, per i quali ha anche ricevuto importanti riconoscimenti. Forse è grazie a questo stimolo che si rafforza sempre più il suo amore per la cultura mediterranea, in tutte le sue espressioni. È dall’inizio degli anni ’90, infatti, che Jovanović si esibisce come musicista nel contesto di progetti musicali che vedono come fil rouge proprio le voci del Mediterraneo, così come risuonano nelle melodie tradizionali provenienti dalla Grecia, dall’Anatolia, dai Balcani e non solo.
Dal canto e dalla scrittura della poetessa emerge chiaro un messaggio di fratellanza pan-mediterranea. Forse ancora non si può parlare di manifesto artistico ma, così come le sue sperimentazioni musicali, anche la sua produzione poetica porta il segno di questa dichiarazione d’intenti. Potrà allora sembrare singolare la decisione di servirsi in questo contesto della forma dell’haiku, molto distante, geograficamente e formalmente, dalla tradizione dal meridione dell’Occidente. Jovanović, infatti, rispetta la forma (adattata ovviamente alle lingue occidentali) di questa poesia giapponese, ma è nel contenuto che esprime la sua personale inclinazione: in questi haiku mischia le vicende tragiche dei miti greci con le suggestioni bucoliche della tradizione slovena, echi del mondo semitico con la favolistica europea. Il tutto senza dimenticare il vissuto personale, come a voler narrare un epos condiviso, un’unica, grande storia collettiva.
Nella traduzione, dove possibile, è stato mantenuto lo schema metrico originale. Segnaliamo inoltre che i lavori dell’autrice come musicista sono facilmente reperibili anche su Spotify.

A cura di Amalia Stulin

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