SECOLO DONNA 2017 – Almanacco di poesia al femminile

 

Secolo Donna 2017. Almanacco di poesia italiana al femminile è un libro di circa trecento pagine curato dallo scrittore Bonifacio Vincenzi, ed edito da Macabor Editore, inizia da quest’anno un percorso per evidenziare – si legge nella presentazione – “il cammino pazientemente tracciato dalla scrittura poetica delle donne italiane per arrivare fin qui, in questo ventunesimo secolo, che le vedrà finalmente, protagoniste. Sì, questo secolo potrà contare sulla forza, sulla sensibilità, sull’energia delle donne. Potrà infrangere, una volta per tutte, il comandamento maschile di una sciocca superiorità che anche nel Novecento, in tutti i campi, ha dettato regole reali o occulte, per oscurare il talento delle donne.”

L’edizione 2017 è dedicata a Giovanna Sicari, poetessa di origine tarantina e moglie del poeta Milo De Angelis, scomparsa a Roma il 31 dicembre 2003, una delle voci poetiche pugliesi più autentiche a dimensione nazionale.

Hanno collaborato a questo numero: Milo De Angelis, Roberto Deider, Elio Pecora, Davide Rondoni, Biancamaria Frabotta, Maria Grazia Calandrone, Elio Grasso, Guido Oldani, Rosarita Berardi, Michele Brancale, Pino Corbo, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Luigi Fontanella, Giorgio Linguaglossa, Angela Lo Passo, Gianni Mazzei, Ivano Mugnaini, Maria Pia Quintavalla, Francesca Serragnoli, Gabriella Sica, Emilia Sirangelo, Rocco Taliano Grasso, Claudia Manuela Turco.

La seconda parte, invece, presenta undici poetesse italiane collocate per aree geografiche italiane: Maddalena Bertolini, Lucia Gaddo Zanovello, Fosca Massuco (Nord Italia); Simona Cerri Spinelli, Cristina Laghi, Elisabetta Maltese (Centro Italia); Maria Pina Ciancio, Francesca Dono, Mara Venuto (Sud Italia); Valentina Neri, Sarah Tardino (Italia insulare). Nella parte finale dell’Almanacco c’è uno spazio dedicato a giovanissime poetesse italiane nate negli anni Novanta: Ilaria Caffio, Naike Agata La Biunda, Giulia Martini.

Secolo Donna 2017 ricorda anche due poetesse scomparse: Fernanda Romagnoli e Carmela Pedone. E Rocco Taliano Grasso ne “La Rilettura” presenta il libro Lisa ama il blues della poetessa calabrese Marisa Righetti.

L’Almanacco si chiude con la pubblicazione delle copertine dei libri più interessanti scritte dalle donne nel 2017.

SECOLO DONNA 2017. Almanacco di poesia al femminile, Macabor Editore, a cura di Bonifacio Vincenzi qui

Sfogliando tra le prime carte
di Biancamaria Frabotta

eravamo burattini felici
nei nostri infiammabili corpi di legno

 

Non ricordo il momento in cui Giovanna Sicari si affacciò dalla stretta scala che scendeva verso lo scantinato della libreria romana di Via Ripetta, Al Ferro di Cavallo, dove, gruppetto di giovani poeti nemmeno ancora esordienti, ci riunivamo, per guardarci in faccia, scrutare i nostri sentimenti segreti, leggere con un filo di ansia ma senza tremori i versi meditati giorno per giorno, tra i banchi dell’Università dove qualcuno di noi ancora cercava qualcosa da imparare. Ricordo Dario Bellezza, Amelia Rosselli e con lei Leonardo Sinisgalli in visita. Ma il volto crucciato di Giovanna, il suo riso impossibile, improvviso, ancora un po’ infantile, in quella sede di poesia clandestina non lo ricordo. Non era tipo da turismo culturale, lei, se ci fosse stata ci sarebbe rimasta a lungo.
Presuntuosi noi lo eravamo un po’ tutti, indipendentemente dalle nostre età, e i tempi burrascosi ci favorivano, scombussolando non poco i nostri piani. In quella libreria si stampava una rivista della paravanguardia un po’ tardiva, «Carte segrete», e uno di noi, il più intraprendente e furioso, Renzo Paris, ne era redattore. Proprio nel numero 6, aprile giugno 1968, io avevo recensito un libro di Marcuse, La fine dell’utopia, e cominciavo scrivendo che la fine dell’utopia inizia quando incominciamo a rifiutarci di considerarla tale.
Ma presto mi accorsi, quando la udii per la prima volta, che so-spesa tra un sogno visionario e irrealizzabile e l’umile mondo che a tutti spetta per nascita, la poesia di Giovanna Sicari discendeva, appunto, dallo sventurato Empireo dei testimoni integrali che anche in un abbozzato autoritratto della prima giovinezza lasciava presagire il suo destino.
Giovanna, quel fato, lo affidò da subito a una voce speciale, incrinata in superficie da un calore vitale e, nell’interiorità del corpo, afflitta da un freddo atavico che nulla avrebbe potuto riscaldare. La sua voce, la sua vita, la sua passione che tanto in questi ultimi tempi sono amate dai più giovani lettori di poesia trascorsa, ma non troncata dal tempo che tiranneggia le nostre vite mortali, ci immettevano in un clima non del comparativo trionfo del piuttosto che, ma direi dell’inevitabilità di un’esistenza condannata al bivio della scelta, del tra e tra.
Tra affetti domestici e passioni civili, tra verdiani sussulti di petto (Giovanna era capace di ascoltare per ore il suo Rigoletto, reclusa in una stanza segreta della Prenestina dove scontava la sua ansia di indipendenza) e teneri crepuscoli romani, fece il suo ingresso timido e spavaldo nel gruppo di «giovani compagni» che si ricono-scevano nel collettivo che dette alla luce due soli quaderni.
Al secondo dei due, stampato a cura del gruppo di lettura, Poesia nel movimento, uscito nell’anno di grazia 1977 e intitolato l’animale, Giovanna Sicari donò tre poesie che non credo siano mai state da lei riprese altrove. Versi che la dicevano lunga sul suo talento violento, drammaturgico, perfettamente consapevole di una istintiva tendenza alla «immolazione» di sé agli altri, a sé stessa, alla poesia, invitta signora ben nota a chi precocemente la incontra sulla sua via. «L’epifanica immolazione che ho sperato/ era più bella romantica mimo-sa ammucchiata/ e dentro più umani/ i ninnoli allineati in elegante mostra/ le chiamavi chincaglierie/ eppure…avevo altro fra me e me stessa».
In queste strofe irregolari, sbilenche, dal ritmo intermittente come un cuore troppo esposto e che tanto assomigliavano al suo modo di ridere, di soffrire, di isolarsi dal gruppo restandoci dentro, i versi finali ti venivano incontro, quasi cercando lo scontro, eccitando gli animi alla sorpresa. Ma lei era la prima a uscirne frastornata, con gli occhi pesti degli insonni che amano e temono i risvegli tardivi. Il mattino fu da subito l’ora del destino. «Le litanie dei mattini in fiamme/ e i risvegli con i pianoforti a coda/ per chi e fra quando…queste attese/ per duemila ettari di felicità».
Chi non riconoscerebbe in questa poesia del 1977, il presagio del «mattino aperto» che sfolgorò poi in Rosso mistico, tra le prime avvisaglie della joie de souffrance di Decisioni: «Mattino aperto è questo che si vive come in guerra». Nel suo libro d’esordio il “viaggio clandestino” di questa meridionale trapiantata a Roma, capitale della vigilia e poi forzosamente a Milano, che avrebbe in-seguito nei passi di Franco Loi, assunse immediatamente le movenze di una fuga o di una rincorsa. Come quando la vita opprime o sfugge, per eccesso o per difetto, sospinta dalle opposte passioni della libertà e della fedeltà, il tema dell’esilio s’intrecciò in lei all’ossessione della guerra che Amelia Rosselli introdusse fra noi, postumi alle grandi tragedie del Novecento. E che Giovanna assorbì quasi con voluttà e l’accompagnò per sempre come una stridente e meravigliosa fanfara, fino alla sua ultima raccolta dove in-fine trovò il coraggio di deprecare a piena voce la sua epoca «immobile», leopardianamente accusata con generoso sdegno: “Oh tempi sordi, logori e ridicoli/ fuori abbaglianti dentro sgomenti…”.
E proprio in Epoca immobile, il suo libro più maturo, eppur sempre trascinante, ribadì per l’ultima volta la sua scelta giovanile di una poetica della decisione anticlassica, sottoscritta con il sanguigno «sigillo» di una lirica chiamata alle armi, votata all’epos del sacrificio. La sua protesta esaltò il mito della giovinezza senza scampo, insofferente di stratagemmi e astuzie, fedele ma non subalterna ai suoi modelli: Amelia Rosselli, come si è già detto, del tutto depurata di lapsus e di puns, Pasolini, Fortini, Franco Loi, maestri non tanto di realtà, quanto di fiera avversione all’ «irrealtà».
Persistendo pure la dizione frontale ed esclamativa di Marina Cvetaeva. Epoca immobile fu un crogiuolo in cui tutto si fuse nel calor bianco di versi-verità forgiati ancora a temperature altissime, ma immessi in un clima meno agonico, in una musica più severa, adulta, dolcemente solenne. […]

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