Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione.

Tornando alla misura di questa poesia viene da verificarne l’andamento nell’intera opera; si potrebbe dire ‘obliquo’, con forti tendenze alla prosa che si allinea al verso tramandandone il senso.
Altra caratteristica è la presenza forte di tre colori principali: il bianco, il nero, l’azzurro. Dall’assenza di colore al tono freddo dell’azzurro, dalla neve a ciò che è sterile; dal nero legante e diabolico all’azzurro che fa «eccezione», per dirla con le parole della studiosa Irene Ronga: la poeta problematizza il proprio dire non rinviabile con un trittico cromatico dal forte valore simbolico, a rappresentare di volta in volta la natura e i suoi risvolti, i valori più reconditi che essa cela, in un gioco tumultuoso e vibrante che il verso fa. Quella di Maria Borio è una continuità che si manifesta come un infrangersi non riducibile − e per questo di difficile decifrazione. Da p. 55:

Mi fermo per guardare come corrono le ruote: volevo dire
capisco il rumore che taglia i timpani, rompe la retina.
Ogni suono nell’iride è ondulato: spazi oscuri,
assenza, colore, parti elastiche.

Una figura resta appoggiata all’albero, si finge un animale:
volevi dire un inseguimento fra animali, un serpente
e una mangusta, che sia simile alle ruote tese
mentre vanno senza traccia, senza chi le muove.

La mangusta insegue il serpente sulla strada di crepe
che assomiglia a un tronco che assomiglia agli spazi chiusi
nell’iride che può essere la grana delle ruote, l’odore
della gomma come gelatina vitrea e sporca.

Respiravo le squame, la fibra, il tronco, il caldo:
il serpente si nasconde, la mangusta si nasconde
dietro ai timpani, dietro alla retina e appare
un corpo proiettato senza timpani, senza retina.

Con i piedi in punta spingo le pigne cadute, la corsa
apre un nero improvviso e ti stringi al braccio
cieca come la vera vita che porta ovunque:
dentro iridi frante, disegni densi.

Se la densità è allora consistenza, consistenza della poesia in grado di eludere ogni genere di disgiunzione, nel testo appena letto ritroviamo gli elementi esposti, compresa la teoria dei colori mutuata da Michel Pastoureau. La presenza animale e ancora del corpo umano sovrapposto all’animale, confuso con esso, con il movimento prodotto dall’animale, nella sua partizione ma anche nella surrealtà di cui si veste, risulta tesa a quell’«ovunque» del penultimo verso, parola chiave che porta in sé tutte le direzioni del possibile. Troppo facile affermare che la chiusa racchiude il significato, anche se per la poeta è spesse volte così; come, ad esempio, a p. 57, dove «insieme a tutto leggero tutto è/ definitivo» che si sposa con l’antecedente «La forma è, non è ciò che volete/ io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.» o il mettere in discussione.

C’è un passaggio della poesia Del male (p. 43-44) in cui la poeta tratta della ‘divisione per zero’ matematica; dal testo:

Non pochi i rimandi matematici a un altro poeta contemporaneo quale Bruno Galluccio (di cui Francesco Filia ha scritto qui). Borio tuttavia propone ciò che in aritmetica o algebra non ha significato (la divisione di zero per zero) mentre «la vita è propria di divisioni infinite». Così l’uomo «ha iniziato a pensarsi eterno dividendo», tra le sue scelte e non scelte, sempre nelle disgiunzioni e all’interno delle proprie inconciliabili contraddizioni. Il testo prosegue in questo modo:

Questa poesia, emblematica dal punto di vista del tema in un presente immerso nella violenza, ma anche da un punto di vista più ampio, di una richiesta e di una sfida letteraria, suggerisce una necessità esclusivamente poetica: ‘migrare all’altro zero incorruttibile’ come fanno le rondini, uccelli simbolo di libertà e dell’unione fraterna, non soltanto secondo altre tradizioni lontane dalla nostra. Si tratterà allora di tornare al punto di inizio, forse smembrarlo e da lì ricominciare a scrivere − e a interpretare.

.

© Alessandra Trevisan

 

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