Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

fabbri_01Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

di Luca Cenacchi

 

In questo articolo mi propongo di analizzare Stato di Vigilanza (Manni, 2007) di Gianfranco Fabbri al fine di delineare un rapporto tra lirismo e rappresentazione della realtà che non ponga unicamente l’enfasi sulla modalità diaristica e autobiografica, sempre aperta ai pericoli della mitizzazione privata, ormai invalsa in molti autori del panorama contemporaneo.
In questo libro Fabbri riprende il lirismo proprio dei maestri (per lui Saba e Caproni sopra a tutti, ma anche Sereni), e pone l’accento sulla descrizione-rappresentazione che finisce per trasfondere l’esperienza personale nella realtà stessa. L’autobiografismo, se è lecito parlare in questi termini – in realtà pare di essere più davanti a un diario di un osservatore scrupoloso, dunque diario-mappa –, è utilizzato da Fabbri come strumento in grado di stabilire un rapporto di continuità con il reale e la propria intimità.

Prima di passare al cuore del libro, con la sezione gli oggetti i sogni e l’altra vita, la parte prima del radio­dramma merita una menzione non solo per competenza stilistica, ma anche perché è in questa sede che vi è la riappropriazione del femminile, che permette l’autocoscienza e dunque consente di mettere in moto la macchina della nominazione centrale nelle fasi successive del libro.
In questa sezione il femminile sembra sottrarsi continuamente. Sin dalla prima poesia Fabbri rimarca la distanza tra l’io e la figura femminile, ma nonostante il continuo sottrarsi questa si dimostra necessaria, come se desse la possibilità all’io lirico di riconoscersi: «come se la coscienza/ potesse no­minarsi senza di te». Anche quando si pensa di averla scovata essa si disfa palesando la propria sfuggenza: «assalti nel cono/ d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle». Per questo si può in fondo dire che il libro si apra con l’enunciazione di un’assenza. Dimensione idilliaca, che collima sempre con la sofferenza e l’infezione del giorno. È in questo frangente che Fabbri torna nel tessuto della tradizione e dimostra di saperla variare tra Saba e Palazzeschi: l’assenza diviene un fantasma fra gli echi di un rubinetto gocciante.

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.
.                   Sei tu che gemi
.                   Nelle ossa di una
.                   morte apparente?
Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
-ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana?-

Come si evince da questo testo la figura femminile è rappresentata come entità sfuggente; tuttavia si rivela centrale poiché, come espresso nella lirica ti so frangente, è solo attraverso il ricongiungimento con quest’ultima che l’io poetante potrà chiamare «le cose col nome delle cose». Fabbri, poi, procede a delineare con chiarezza i momenti fondamentali in cui il poeta opera. Il primo di questi è una dimensione di sospensione e potenza rituale: l’alba. Un secondo è la notte nella quale si dispiega l’intimità dell’io «un porta-gioie dove conservi l’oro di famiglia». In ultimo abbiamo il giorno leopardianamente inteso come infettato anzitutto «dell’abominevole colpa del vissuto». La tripartizione in questi tre periodi intende fungere da spazio in cui il poeta si muove e osserva la vita, le cui parti ed elementi potranno essere ‘detti’ attraverso una riduzione oggettuale.

Resta da chiarire cosa sia lo Stato di vigilanza. Esso è un particolare stato capace di creare una mappatura del reale, ottenibile solo attraverso un gioco focale di ricercata contiguità fra esterno e interno. Così alle prime luci si intuiscono «i bellici intenti […] ipotesi funesta del venire». Fabbri non delinea solo la contiguità fra sogno e realtà, ma anche la coesistenza tormentata di sacralità e dolore. L’attività percettiva si rivela composta da due elementi: l’introspezione e la percezione. L’introspezione si svela composta di ritualizzazioni intime durante la fase notturna alfine di denotare l’azione mutagena della percezione, ovvero di registrare ritualmente un cambiamento intimo a partire da una suggestione esterna, per poi approdare a una dimensione più propriamente percettiva che vuole riconsegnare al lettore il reale: questo risultato è raggiungibile attraverso l’oggettivizzazione e una precisa nominazione al limite del tecnicismo.
Questi due momenti della coscienza sono collegati da un rapporto di reciprocità: l’uno fluisce nell’altro. In questo modo le ritualizzazioni intime si condensano in correlativi oggettivi «i tuoi poeti/ sono anche oggetti/ nell’antichità del legno li sovrasta» così come il dolore, il patimento e il travaglio investono il giorno tanto quanto lo scrivente e il lettore «mettiti indosso un poco di dolore; due ciottoli/ un filo d’erba/ l’azzurra vision di san martino».
Nonostante i contorni di ogni cosa siano ben delimitati, questo comunicare di oggetti e intimità, attra­verso l’insistenza dello sguardo autoriale che su di essi vi ritorna per ampliarli, crea un insieme di rap­porti i quali complicano e superano i limiti di questi ultimi, anticipando così un flusso narrativo che lega gli oggetti meticolosamente collezionati nei componimenti.

Ulteriore peculiarità di questo libro sono le caratterizzazioni dei personaggi in costante movimento. Esse si susseguono continuamente e questo moto è reso stilisticamente dall’enfasi che i pronomi personali acquisiscono nella raccolta. È attraverso questi che rivela la capacità metamorfica dell’io, il quale attraverso la finzione esplora nuova possibilità esistenziali.
Questa peculiarità mostra il modo in cui l’autore colga l’opportunità di utilizzare la finzione come po­tenza esperienziale. Un esempio è la donna geminatasi dall’io stesso in presa di posizione.
Nell’ultima parte del libro Fabbri non ha paura di esplorare ogni piega dell’esistenza, fino a prendere in considerazione le inquietanti suggestioni di una coscienza «in fuga verso il coma/ acclama dolcissima la morte». Sboccia così una necessità di silenzio, un ripiegare dell’io nell’oblio forse per fermare quello che diviene un ormai palese riconoscersi ed estraniarsi continuo: «ti prego fuggi via con me/ nelle immedia­te vicinanze del silenzio./ Ho voglia di tenderti la mano/aiutarti./ sono sconosciuto a me stesso/ lon­tano dalla cuccia. Ogni giorno/ pulisco le mie unghie,/ cerco di regalarmi qualche attenzione.» Di tutte le forme che l’io autoriale assume, in questo libro, la più interessante è quella di una presenza astratta, ma obliqua: una sussistenza che accompagna quel tu apparso lungo tutta la raccolta.
Soltanto in piccole prose della sinaspi, che in poche pagine riassume l’essenza del libro in sé, si può vedere, finalmente, tutto il procedimento mobile all’opera. Fabbri drammatizza un ripiegamento narcisistico dell’io il quale si sfalda appena la coscienza si accorge di una seconda presenza, che alberga dentro la mente: «un dottor Jeckyll, un mister Hyde». La serie narrativa si muta nell’incubo di un Doppelgänger che minaccia l’identità stessa dell’autore. La bestia è riflessa in ogni cosa, dallo specchio alla calligrafia «la tua calligrafia è simile in tutto e per tutto a quella di Hitler». Attraverso la decostruzione dell’intreccio tradizionale Fabbri riduce queste prose a una spazialità drammatica dell’autocoscienza in cui la storia è piegata all’istante.

Da queste brevi osservazioni è possibile trarre una conclusione: se da una parte la metamorfosi con­tinua dell’io e degli oggetti è sicuramente una efficace rappresentazione della liquidità contemporanea, bisogna però a questo aggiungere, con Baumann, che questa impossibilità della stessa di cristallizzarsi svela l’incapacità della società liquido-moderna, e degli uomini che vi vivono, di consolidarsi in procedure. L’io autoriale, quindi, si rivela espressione stessa di questa società che resta incapace di mantenere la propria forma e di consolidare le proprie prassi.
In Stato di vigilanza si intravede, tuttavia, un percorso che viene delineato meglio e in modo più spietato nel tempo del consistere del quale ho già parlato in un’altra sede, ma su cui vorrei tornare brevemente per compendiare la naturale evoluzione del percorso qui intrapreso. Confrontando i due libri si nota come il meccanismo narrativo del secondo si presenti con una separazione tra percezione e introspezione. Questo forse come segnale del disincanto dell’autore verso ciò che lo circonda. Se in Stato di vigilanza non si arriva mai a una cesura effettiva tra scrivente e mondo, questo non è il caso dell’ultimo libro. Ovviamente questa presa di posizione non sfocia mai in una prosa lirica sterile e autoreferenziale, ma allo stesso tempo permette all’autore di dipingere il paesaggio urbano con totale disincanto, osservando la passività fredda degli oggetti stessi, che in Stato di vigilanza sono ancora percepiti come vitali ingranaggi della mappa. Alla mobilità ereditata dalla molteplice focalizzazione di Stato di vigilanza, Il tempo del consistere associa l’inerzia degli oggetti, per lo più nature quasi morte, e l’insalubre causticità della città «i lampioni laggiù verso l’hotel del’autostrada friggono una nuova forma di luce» acquisendo figure nuove.

Il lavoro di Gianfranco Fabbri, per tornare a Stato di vigilanza e concludere, nel suo procedere lirico riesce a creare istantanee e a recuperare frammenti, i cui contorni si rivelano mobili. Questo non è sinonimo d’effimera inconsistenza, ma è rappresentazione della realtà nel momento in cui gli oggetti e l’io lirico stesso fluiscono l’uno nell’altro, grazie alla variatio. A ogni elemento viene posto un arco di vita limitato al termine del quale l’elemento di partenza sfuma in un altro.
Infine la forma lirica, o prosa lirica del tempo del consistere, è vero che tenda a cristallizzare i frammen­ti, ma è anche vero che l’assenza dell’intreccio, allo stesso tempo, impone una rappresentazione spaziale del tempo stesso, quella particolare rappresentazione dunque cinematica che collega i frammenti in un susseguirsi tematico e non cronologico.

© Luca Cenacchi

 

3 comments

  1. Grazie, Luca, di questa tua fine riflessione su questo mio lavoro ormai lontano nel tempo. Grazie anche ai sempre generosi amici di poetarum silva che ospitano questo tuo scritto così pieno di osservazioni, a mio avviso equilibrate e convincenti. Grazie di nuovo, amico giovane e appassionato della scrittura poetica. Ti auguro un avvenire pieno di soddisfazioni culturali. Tuo Gianfranco..

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  2. Il tuo rigore di poeta e precisione del dettato, Gianfranco, meriterebbero ancora più attenzione. Grazie comunque per la stima che riservi alle mie parole e il credito e gli auguri: sto lavorando per essere, diventare, più competente; questo mi basta. Al di là dei riconoscimenti, per me è importante nella critica riuscire ad arrivare a qualcosa di oggettivo (più o meno).
    Poi poetarum silva di soddisfazioni culturali me ne ha date e me ne dà sempre molte.
    Grazie anche a Fabio e la redazione di poetarum tutta per dare credito ai miei articoli.
    Un abbraccio e un bacetto a tutti!

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