Gianmaria Testa, Da questa parte del mare

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare, Einaudi 2016; € 12,00, ebook € 6,99

 

Il motivo per cui ho molto amato Da questa parte del mare, libro postumo di Gianmaria Testa, curato dalla moglie Paola, innanzitutto sta nei suoi presunti “difetti”. È come se fosse sopraffatto dalla sincerità e dall’urgenza, ed è come se la sua intimità, la delicatezza, ci rendessero intrusi in un mondo nobile, ma nobile perché spurio e mescolato, semplice e umanissimo, che è il contrario della purezza sofisticata a cui vorrebbero anelare certe idee di libri e cose perfette.
Da questa parte del mare possiede una lingua altrettanto semplice e autentica. Testa mette gli occhi sulle ginocchia e guarda il mondo. Da lì vede lo spaesamento, lo smarrimento di un’epoca, percepisce la perdita dei nomi e dell’identità del prossimo, lo sradicamento di Babasunde per esempio, rassegnato a farsi chiamare in altro modo: un uomo che ha perso tutto, anche il nome.
Quello che mi sono chiesto, però, è la provenienza della pietas di Testa? È lui stesso a lasciarlo intendere in un racconto autobiografico del 1965 o ne La Nostra città, nei rimandi all’odore del ferro di Torino, alle strade di campagna senza nomi, oppure ne I seminatori di grano, per esempio. Sono brani che dicono molto delle origini della sensibilità dell’autore. Dicono come mai Gianmaria abbia una tale riconoscenza per le radici, da comprendere e voler testimoniare il dolore di chi le ha perdute.
La sua pietas viene da quel mondo contadino in grado di ridurre tutto all’Uno, in quella prossimità fatta di necessità che è la campagna, dove vi è la consapevolezza, a volte tragica, del destino comune. Provenire dal mondo degli ultimi, della semplicità rurale, aiuta a guardare i “nuovi ultimi moderni” con questa consapevolezza innata. Non c’è nulla da spiegare o giustificare oltre. Non servono tante parole, direbbe Testa, ma “porte aperte”.
Ecco, penso che Gianmaria venga da lì e sappia cosa vuol dire vedere le comunità, la lingua, i gesti svanire, e assistere alla perdita di senso e significato, dei valori, di una vita precedente. Per questo a lui basta posare lo sguardo su queste storie semplici e quotidiane di sradicati, perché sa decifrarne ogni gesto, ogni postura, ne intuisce naturalmente la portata e gli esiti.
Credo sia questo il mondo di Gianmaria, un luogo in cui naturalmente alberga un forte senso dell’amicizia. Ne danno prova i brani su Jean-Claude Izzo, Erri De Luca. Rital, spiega Testa, è il nomignolo dispregiativo per gli italiani in Francia: rital è il terrone o l’extracomunitario odierno. Izzo, come Testa, ma per altra via, perché figlio di Gennaro da Castel San Giorgio, lo sa bene cosa si prova a essere Rital, così come Testa conosce il disprezzo dei ragazzi di città per quelli di campagna, il senso di inferiorità che andando avanti diventa ricchezza.

Da questa parte del mare, grazie a Paola Farinetti e Giuseppe Cederna oggi è diventato uno spettacolo teatrale. Uno spettacolo che riporta sul palcoscenico le parole, lo sguardo e la musica di Gianmaria, le quali si fondono con la recitazione e la presenza scenica dell’attore romano. È solo un altro tassello, un’altra storia di amicizia, quella con Giuseppe Cederna, che si somma al resto e porta nuovo affetto, nuovi viaggi e altri racconti intorno a una persona di cui si sente la forte mancanza e di cui quest’epoca aveva ancora bisogno.

© Sandro Abruzzese

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