Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok, di Paolo Carlucci

Konstantin Somov, Ritratto di Aleksandr Blok

Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok
Su Bestia di Porpora, la Sposa. Il secondo battesimo.

«Divampano simboli arcani/ sul muro  cieco, profondo./ Dorati e rossi papaveri/ gravano sopra il mio sonno.» Davvero basterebbero già questi versi a caratterizzare lo stato di simbolismo onirico di molta poesia di Aleksandr Blok, relativa alla città, sentita spesso come il gran baraccone. Già s’avverte in lui il bisogno di dire il nodo cruciale di un simbolismo urbano, metafora dell’anima sua, resa con accesi toni di lirismo espressionistico. «E la mia città  ferrigna e grigia/ tutta foschia, mareggio, e pioggia e vento/ con una strana fede inesplicabile/ ella assunse a suo regno./ cominciò ad incantarsi delle moli/ assopite nel folto della notte,/ e alle finestre le serene lampade/ si fusero coi sogni della sua anima./ Riconobbe il fumo ed il mareggio,/ i fuochi e le case e le tenebre-/ tutta la mia città incomprensibile-/ incomprensibile lei stessa.// Mi regala un anello di bufera…» Simboli arcani e tema dell’incomprensibilità, dunque, sono già il marchio di un disagio esistenziale di fronte alla città mostro, luogo e prospettiva d’inquietudini del sottosuolo dell’anima che connota la poetica di Blok.
Egli fu a lungo seguace delle teorie e delle istanze messianiche di Solo’ev, e in linea con una lunga tradizione scritturale e letteraria di mondi allo specchio. Un’attrazione crescente per la teatralità del mondo porterà il poeta a staccarsi dal misticismo iniziale. Blok, il poeta che sente la musica inquieta delle nuvole, il freddo terribile delle sere, medita e sempre racconta in versi la sua storia, la sua metamorfosi tra astratte luci dello spirito (primo battesimo). Seguirà la consapevolezza storico-artistica ed esistenziale di un nuovo dannato-angelico impulso ad andare nella città. Lo spazio urbano, appunto, verrà sentito come teatro del mondo in estasi di terribili cambiamenti. Questo viaggio singolare  porterà Blok verso la consapevolezza di un secondo battesimo, reso con toni e immagini di sapore espressionista, che egli descrive in questi versi iniziatici. «Ed entrando in  un nuovo mondo, so/ che vi sono uomini e faccende./ Che la via del paradiso è aperta/ a chi batte le strade del male». In modo nuovo e terribile. Ora, dunque, il poeta russo, mostrandosi «stanco dei vezzi dell’amica/ sulla terra che sta assiderando», allude al distacco dalle forme sacrali della Bellissima Dama, per far sedere appunto «la Sposa su quella Bestia di Porpora» che, biblicamente, è la città, la bettola, il circo di luci nella notte bianca di ubriachi, puttane ed ombre del male, pure nuove creature in cerca di una voce e di un volto nuovo, come già con maestria psicologica, aveva fatto nelle sue opere, prose di confessione, Dostoevskij. Blok, ribattezzato al martello del vento, che dà luce «di una preziosa pietra di bufera», vede teatralmente il mondo della città e la suggestione della donna, in questa fase, per così dire dualistica, dapprima con occhi fortemente intrisi di uno spiritualismo progressivamente respinto da chi, solo guarda nel terribile vetro del vero.
Blok è via via ammaliato dal nichilismo della fine, messianicamente risolta  fino nella sua produzione  estrema -si pensi al tragico finale de I dodici-. La filosofia della scena di allucinate maschere e marionette, gli Arlecchini di Picasso sono nell’aria, prelude al terzo battesimo, quello della Morte. La visione della città circo demone affollato di luci e di sazi lacchè lo affascina e lo disgusta e lo spinge ad un canto di prossima eticità in chiave simbolica, con toni spesso crudi e graffianti di realismo. Come Dante! Perenne è dunque il canto del destino di Aleksandr Blok, nel messianesimo delle diverse rivoluzioni di Rus’. Metamorfosi centrale di linguaggi ed immagini si ha in uno dei componimenti più famosi di Blok, La Sconosciuta. Nel poeta che canta la Sconosciuta, che se ne va misteriosa, angelo  delle solitudini, in simbolica passeggiata nella città taverna, bolgia di risa e di corpi in ebbra festa. «Nelle serate sopra i ristoranti/ l’aria infocata è selvatica e sorda e governa i clamori degli ubriachi/ lo spirito pernicioso della primavera.//…, Lentamente, passando tra gli ubriachi sempre senza compagni, sempre sola passando/ esalando caligine e profumi si va a sedere  presso la finestra.// Hai tutte le ragioni, mostro ubriaco,/ lo so bene In vino veritas» conclude il poeta, ribattezzato all’inferno scenico alla danza terrena. Il cielo azzurro è tramontato nel boccale della notte urbana, che seduce, consuma e va alla morte danzando. Siamo allo zenit di questo secondo battesimo. Dal misticismo iniziale, quello del primo battesimo di luce, Blok si allontana sempre più, andando nella deriva della vita e della storia. Ma il cammino è lungo e un flashback è doveroso. All’inizio, pervaso da un clima mistico, il poeta aveva invece  composto quei Versi sulla Bellissima Dama, tutti intrisi di teurgia mistico amorosa. Potenti e supremi questi versi, pubblicati nel 1904, esprimono un platonismo russo particolare, diffuso nei circoli intellettuali teosofici della Mosca di fine Ottocento. Un mondo in crisi vibrante di fuochi metafisici e slanci messianici sono il sottofondo, il basso continuo della musica poetica del primo Blok, come in larga misura, come pure di gran parte dell’opera critica e letteraria di Andrej Belyi, il caposcuola del simbolismo russo tra Otto e Novecento. Belyi fu l’autore, tra l’altro, del romanzo-manifesto di quel movimento, Il colombo d’argento, elaborato tra il 1906 e il 1909, pervaso di attese spirituali e di prodromi di una rivoluzione contadina confusa tra angeli, ardori carnali e maschere confuse di futuribili guardie rosse. Un senso fosco di attesa che si fa storia in un clima di acceso sensualismo simbolico tipico dell’arte di Belyi, che Blok, da poeta, in certa misura riprende, usando toni di adorazione religiosa, e la donna, vista come Madonna, Vergine di un’icona, risplende alta. L’Amore è vetta di un cielo di sguardi che sale dalla bruma della terra. «Davanti alla tua  finestra tu eri pura e dolce,/ tu regnavi  sulla folla rumorosa./ Io ero là, dimenticato,/ dalla folla nascosto/ nell’amore prosternato davanti a te». Progressivamente, in Blok i richiami biblici ed apocalittici di ascendenza medievale si vanno arricchendo di una nuova coscienza del mondo e del suo essere poeta dell’ora, nel solco anche di una teatralità espressionista, in parte derivata  da suggestioni diverse, che torneranno più avanti nella poesia tedesca, cui egli guardò sempre con vivo interesse.
«Allegria nella bettola notturna./ Sulla città un’azzurra nebbiolina./ Sotto il rosso crepuscolo nei campi/ lontani fa baldoria l’Invisibile» E la città assume i contorni e i colori evangelici, di una nuova antica Babilonia, una taverna di peccati e meretrici.  «Latra come una cagna abbandonata, miagola come una dolce gattina, scaglia mazzetti di rose che imbrunano/ nel finestrino delle meretrici». E irrompe a forza appunto la forza espressionistico teatrale della scena, con le sue cromie potenti ed espressive. La città è sentita/vista raffigurata in quadri di vita in atto e di esseri alienati, le maschere di uomini e donne. Blok canta con sogghigno glaciale il grigio corpo di pietra, il fumo-nebbia delle fabbriche riverbera il regno di maschere. Lontano da qualsivoglia progetto bolscevico, Blok va oltre nella cupa tragedia della storia  di un mondo destinato alla distruzione, sia pure con il mezzo di una rivoluzione in nuce di nuovi progetti sociali. Blok vede da poeta ed artista del sogno l’infernaccio della città, ma senza l’utopia futurista di un Majakovskij, né gli struggimenti rurali e panslavi di Esenin. Blok è terribilmente solo nella sua oscura forza numinosa. La sua poesia urbana resta così taccuino di una metamorfosi battesimale tra luce imperiale d’azzurro e vorticoso teatro della maschera corpo d’ombra nella città incomprensibile d’ogni primavera della storia. «Barcollava la luce a una finestra,/ nella penombra-tutto solo-/ bisbigliava all’ingresso/ con l’oscurità un arlecchino…/ di sopra oltre il muro.» La realtà della città è dunque in Blok un buffonesco ballo in maschera, sentito e visitato dal poeta immerso in una sua particolare notte bianca, come un’entità tentacolare tra bettole e icone di bellezza, il sogno d’amore di libertà contemplante il cielo azzurro, che la notte ghermisce, nero cigno di perdizione. Il coltello della storia ha vinto sulla neve il rosso della rivoluzione di una misteriosa rinascita.

© Paolo Carlucci

Blok, Poesie, traduzione e cura di A. M. Ripellino, Guanda, Parma, 1975

 

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