Plinio Perilli, Il cuore animale. Lettura di Paolo Carlucci

Plinio Perilli, Il cuore animale, Empiria, Roma, 2016, pp. 216, € 20,00

 

GRAFFIO DI VERITÀ

I versi vissuti di Alfredo de Palchi
etici ed anarchici, caudati
d’Espressionismo e Inconscio …
romanzati ne Il Cuore Animale,
appassionato saggio di Plinio Perilli

Profondo che risale, la Storia al nero è nelle corde della poesia-vita di Alfredo de Palchi, sin dall’opera d’esordio, La buia danza di scorpione (1947-51, ma edita solo nel ’93).

Si decentra la notte sul muro si decentra
michelangiolesca
la lesione dell’occhio

la cella  costringe  silenzio
si spacca  il silenzio alle sbarre il trauma
è combustione

io
groviglio di piedi e mani
prevenendomi
farnetico perfezione

urlo al muro il muro
assorbe  da me l’eco risponde
alla sagoma straniera.

Versi che evocano dolore e ansia di verità, senza infingimenti letterari. Il luogo cui si allude è il penitenziario di Procida, dove furono concepiti, nell’immediato dopoguerra, dal poeta ragazzo, detenuto per un delitto non realmente commesso da lui, ma consumato nel clima furente e funesto di quella guerra civile, che fu l’inizio dell’Italia repubblicana. Alfredo de Palchi racconta in versi, con disperata forza etica, l’avventura di sé: uomo reale, stralunato nella follia della Storia. Le sorti di un nuovo e autentico processo kafkiano sono alla base di uno stile espressionista assolutamente suo, radicale ed esistenziale.
Un cupo, fiero Es che si fa scrittura. In lui, un cadenzato furore di vita azzera nichilisticamente il conformismo d’ogni illusione, che non sgorghi potente e nuova dalla franchezza dell’Esserci. Questo ed altri nodi scioglie, indagandoli con perizia psicologica e finezza critica, l’appassionato saggio di Plinio Perilli, il cuore animale, attraverso un ampio ventaglio di  testi e altri sospiri letterari, e non solo, al sapor dell’assenzio, che negli anni hanno scandito scritture travagliate, e lente, complesse  vicende  di riproposizioni  editoriali dell’opera.
I meriti di questa biografia in progress sono molteplici. I vari capitoli della prima sezione sono in genere intitolati con versi e rimandi diretti all’opera di De Palchi: in particolare penso a lo straniero De Palchi, in cui si vede un’estraneità forte, assolutamente biografica e vissuta al di fuori di letture o paludamenti filosofici di marca francese. Insomma De Palchi è straniero a tutti, a partire da se medesimo: ma non è un étranger sulla linea del rien; anzi, all’epoca, Sartre o Camus sono quasi sconosciuti al rustico poeta italo americano, futuro autore di Foemina tellus, uno dei suoi testi più intensi e vorticosi di vita: «non guardiamo indietro/ indovinare cosa si è abbandonare / non lo sapremo mai».
Anche ne Il ripullulare dell’orrore, si presenta un cammino di sapore bruniano , un’autocoscienza lenta di essere “Refuso stesso della Storia”, un altro titolo pregnante che ci porta a trovare ben oltre il bisogno vitale e spirituale della bellezza nella natura (si veda il  denso capitolo Bellezza mi viene sui ginocchi).  Parlavamo non a caso di Bruno, per arrivare all’approdo di un ricchissimo nihil, oceano-mare di tutto un mondo letterario e poetico in fermento, specie alla fine degli anni ’60. Nel 1967 escono appunto, per i tipi mondadoriani, quelle Sessioni con l’analista, caposaldo  della poetica di De Palchi.
Questo cammino, spesso in flash-back, o contornato di affreschi letterari italiani e stranieri, viene orchestrato magistralmente dalla regia “narrativa” di Perilli, critico estroso e capace di soluzioni quasi cinematografiche di sicuro effetto. Sostiene l’intero volume una rodata felicità di scrittura viva, mimetica, che sente il bisogno umano, oltreché critico, di comunicare sempre il messaggio e la forza dolorosa e gagliarda della poesia.  E l’opera di De Palchi offre a Perilli  la possibilità di un’analisi vasta e sinestetica, intrigante, che spinge alla lettura del libro costruito come un vero romanzo critico, in quanto offre, di volta in volta, ponti preziosi tra i versi del Nostro e fitti legami con autori e isole culturali molto ricche e diverse, correnti letterarie dalla letteratura al cinema, all’arte, intese come finestre sul cielo oscuro e la vita agra di Alfredo De Palchi. Ciò permette, ribadiamo, una efficace applicazione di metodi aperti, interdisciplinari, e vivaci soluzioni psicocritiche, centrali nell’approccio d’analisi di Perilli.
Frammenti caldi  d’amicizia illuminano, con passi scelti di lettere e di versi scandiscono i titoli dei vari capitoli. Il Cuore Animale è un saggio che nasce e si configura così come documento storico di un’anima virata al nero: tra fortune, poche, e sfortune, molte, di critica e di vita. Densa, fervida monografia, e opera critica, questo testo si configura, dunque, vibrante documento (quasi un docu-film) di Vita romanzo e poesia/ messaggio di Alfredo De Palchi, come appunto riporta il sottotitolo. Perilli, con larga generosità e volontà febbrile, mira a  ricostruire –  felice cura anti-accademica, per il lettore e non solo per il critico – la vicenda umana e letteraria di Alfredo De Palchi. Inquadrando le citazioni dei versi nel magma esistenziale del poeta, Perilli sembra, in queste sue pagine, darci l’impressione di  ri-camminare col poeta le stazioni di un vero calvario in versi. I capitoli delle due fitte sezioni in cui si articola il libro, delineano infatti le tappe della singolare avventura etica, poetica e storica di De Palchi, poeta veronese, classe 1926 esulato negli USA, dopo una balda scapestrata giovinezza, segnata dagli incubi di una Storia tragica, quella postfascista e post bellica.
Perilli entra nel male oscuro depalchiano con occhi attenti e totali. Scrivere la storia di uno scrittore pone sempre dubbi e problemi notevoli. Si rischia, infatti, il biografismo freddo di un’anima, insomma la noia perfetta di un’erudizione che sviscera il florilegio di una creazione. Ma se la poesia è vita, bisognerà darne allora il basso continuo, e gli stridori o le disarmonie vitali della trascorse stagioni etiche dell’essere nella Storia. La scrittura ha bisogno del contesto, per così dire quasi tellurico, del profondo: che illumina e risveglia dall’incubo le peintas nigras della Es-storia, la groddeckiana Storia dell’Inconscio, furia di vita, che giace, a nero di china, espressionista sul calamo, acre soglia di scrittura.
Ma può diventare, in un poeta vero, in uno scrittore creativo, la porta di un Sé che s’apre,  genesi oscura e oscura danza di sé.
L’opera e la vita di Alfredo De Palchi, voce importante e originale della poesia del ’900, è quindi ora indagata con criteri essenzialmente psicocritici (sentiti e consoni al Plinio Perilli poeta di Preghiere d’un laico, ma anche critico d’un disegno ampio e trasversale come Melodie della Terra), più di altri strumenti d’analisi, meramente formali e strutturali, che incasellano solo cartesianamente e non spiegano che le funzioni tecniche, meccaniche della scrittura. Metodi che dicono ben poco, in realtà, dell’uomo e delle ferite del tempo, che invece stillano sangue di verità dentro e dopo la versificazione: «esegesi, percorso – ma soprattutto appello critico, missione storiografica a voler riaprire un caso…».
Alfredo De Palchi, che ha scontato il carcere e la dura violenza del penitenziario, ha scritto col suo sangue di poeta versi scorpionici e altre costellazioni anonime: versi caudati d’Espressionismo e di bilancio inconscio, che si fanno spesso graffio di una verità misconosciuta e ferita, che andava sentita e raccontata: ma come messaggio trasmesso, compreso, e non solo inquadrato in un’algida storia letteraria. Alfredo De Palchi, irregolare quant’altri mai, ha invece tutte le carte in regola per essere, o meglio diventare protagonista di un Novecento forse da riscrivere e ridefinire nella qualità della vera ricerca dell’essere poeta, e non solo del fare vellutati esercizi di stile in base ad un effimero vento di convenienza: «[…] Riaprite il Novecento – segreto od omertoso che sia! Riaprite il Canone! – e noi ancora riapriamo, mitighiamo, riapriremo il cuore. Il cuore dei poeti forti. Il Cuore Animale

© Paolo Carlucci

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