Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole, Giunti 2017, euro 16,00

Parto da una considerazione lontana.
Io sono sempre assai arrabbiata quando, e capita spesso, uno dei miei alunni si lascia scappare il finale di un libro o di una saga che in qualche modo riguarda o può riguardare i suoi compagni di classe. Il mostro dello spoiler, che abbiamo imparato a temere nella febbrile ricerca di un episodio ancora non doppiato della nostra serie televisiva oppure, i più raffinati di noi, nella tentazione di andare a spulciare la parola conclusiva di un libro temendo che sia la parola fatale. Ma come, protesta a quel punto il mio alunno: non conosciamo il finale de I promessi sposi e lo leggiamo comunque? Non sappiamo che alla fine della sua prima tappa Dante uscirà a riveder le stelle?
C’è una realtà, a quel punto, che non possiedo gli strumenti per spiegare: qualcosa che fa sì che il danno non sia paragonabile al finale rivelato di Assassinio sull’Orient Express ma che comunque sposta gli equilibri, modifica le percezioni, chiede che l’attenzione si tenga desta in una maniera che prescinde dalla volontà di farsi trascinare dal racconto, di sapere cosa accade.
Non tutti i libri, ecco cosa vorrei dire, sono calibrati per questo.
Tutto ciò per dire: Il contrario delle lucertole (Erika Bianchi, Giunti 2017) è perfettamente calibrato per questo, e ci riesce con maestria.
L’incipit è l’epilogo. Sappiamo immediatamente della morte di un capostipite il cui albero genealogico, diretto quanto fumoso, verrà dipanato a cascata, tutto all’indietro. Sarà un libro a ritroso. Facciamo appena in tempo ad abituarci alle prime due prospettive (Giovanni, guardato in terza persona, e Isabelle, che da lontano dialoga con lui in prima) che ecco fare irruzione, nella chiesa dove si tiene il funerale, un nutrito gruppo di personaggi imparentati con una districabilità ora appena intuibile, presto puntuale come un orologio. Quattro generazioni, se si tiene conto del morto (e qui gli assenti, defunti o lontani, sono le presenze più rumorose), di cui Erika Bianchi dipana all’indietro la morte e poi la vita, i risultati e poi le premesse, le separazioni e poi gli incontri.
Le ripercussioni di una gestione così azzardata (azzardo vinto) sono tutte in una nuova gioia di leggere. L’introspezione, innanzitutto, lo scavo che fa da padrone sulla linea temporale. Una nuova prospettiva da cui leggere i colpi di scena, che somigliano sempre di meno ad accadimenti e sempre più si avvicinano al processo in atto durante una buona terapia. Sappiamo già che alla fine: non vediamo l’ora di scoprire come, perché, soprattutto in che momento passato. E raramente ci capita di amare un personaggio come quando, in qualche modo, sappiamo già tutto di lui, come l’incontro con un nuovo amico che non vediamo montare davanti ai nostri occhi ma di cui abbiamo sete della storia passata.

Ma se dovessimo fermarci a questo, Il contrario delle lucertole sarebbe solo un’operazione ben riuscita. La realtà è che si tratta di un libro magistralmente scritto, dove lo spazio si compone con parole precise e dosate, i caratteri lasciano intuire la loro personalità con i gesti, ogni persona ha una sua sintassi e un suo parlato. Tutto questo ne fa un libro vivo. Dove i personaggi sono fatti per imprimersi; tra tutti, la forastica, malinconica Isabelle.
Tutto inizia, appunto, dalla fine: Giovanni aspetta davvero che Isabelle venga al funerale di Zaro, l’uomo che dovrebbe essere il padre di entrambi ma non l’ha mai riconosciuta? Per Giovanni, Isabelle è sua sorella. Zaro sa solo di aver seguito Bartoli in Francia e di avere lì passato qualche minuto con la giovane Léna. Seguiamo quindi la linea di discendenti di Isabelle, una continua storia di abbandoni e abbandoni mancati, il cui rombo sono il cuore del libro e il suo titolo stesso: «Ma vedi, papà, io penso che noi siamo proprio il contrario delle lucertole. Perché il pezzo di coda che abbiamo perso, a noi non solo non ci ricresce, ma continua a farci male, come l’arto fantasma degli amputati».
Episodi che chiariscono personaggi, li dilatano e li mettono in scena. Come nel caso di Cecilia, di cui sappiamo già nelle prime pagine la morte, e le cui pagine successive sono una grande prova di scrittura:

Ho fame.
Ho cercato in rete la parola “fame” per vederla tradotta in tutte le lingue del mondo. Tutte le lingue del mondo esprimono il concetto di fame. Fame è una parola necessaria alla sopravvivenza.
Nella maggior parte delle lingue scritte in alfabeti per me decifrabili, la parola fame sembra carica di rancore onomatopeico. Hunger, hungern, honger, hungra. Fome in portoghese. La mia preferita è hambre, che ti sbrana le viscere e ti fa digrignare i denti. In italiano “fame” ha una certa urgenza animalesca, come un cane che abbaia. O come un gatto che soffia, con quella effe dei denti voraci sulle labbra.
L’ unica lingua in cui la fame si rammollisce è il francese. La faim. Quando ero piccola non distinguevo la faim da la femme, e Isabelle mi correggeva con una fame tutta di naso.
«Femme. Con la a. E già che ci sei, apri quella bocca e mangia qualcosa.»
Però, confondere la femme et la faim. Profetico, da parte mia.
Isabelle era magra, e io volevo essere più magra di lei. Era madrelingua francese, e io, a parte la questione della femme e della faim, volevo parlare il francese meglio di lei.
Ci odiava, e io volevo che il mio odio fosse più grande del suo. Volevo essere diversa da lei, ma di una diversità che potesse riconoscere, e dire: Cecilia ha qualcosa in più di me.
È persino più arrabbiata, più indipendente, più determinata.
Quel persino mi sembrava importantissimo.
Papà teneva una sua foto nel cassetto. All’inizio stava in una cornice sul comodino, ma quando io la fracassai minacciando di tagliarmi i polsi col vetro se non la faceva sparire, la mise nel cassetto. Era una foto di Isabelle giovane, venti, ventun anni. Finché ero più giovane di lei nella foto, andavo a guardarla regolarmente. Isabelle era bella. Forse bellissima. Aveva un seno prorompente e non era affatto magra come sarebbe diventata poi, ma era bella lo stesso.
Nella foto non sorrideva. Guardava nell’obiettivo coi suoi occhi a spillo, e avrei voluto chiedere a papà chi aveva scattato quel ritratto, ma non potevo perché dovevo fingere di non sapere che lo teneva chiuso nel cassetto. Finché ero più giovane di Isabelle nella foto potevo illudermi che un giorno sarei stata anch’io bella così. Poi la foto e io diventammo coetanee, e dato che non potevo più ingannarmi smisi di andare a guardarla.
Mi bastava vedere Marta, che era bella come lei. Marta le somiglia. Stessa bocca, gambe, seno. Gli uomini che avrebbe potuto avere Marta, li so solo io. Lei nemmeno se ne accorgeva. In compenso a me non sfuggiva uno sguardo, un commento, un sorriso. Marta lasciava una scia di sospiri e cuori infranti. Io mi mettevo i tappi nelle orecchie e mi tagliavo le braccia.
Lo sapevo, che non è così che si vive. Lo so ancora. Il mio stomaco è vuoto, il mio intestino pure, e se fosse questo il modo giusto di vivere a quest’ora avrebbero smesso entrambi di lamentarsi. Li avrei domati. Tutti questi anni di digiuno forzato, e non è cambiato niente. Ho fame. Sempre.
Posso impormi di non mangiare, ma per smettere di avere fame ci vuole un altro tipo di determinazione.

© Giovanna Amato

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