Lalla Romano: una poesia lunga una vita (di Daniel Raffini)

Forte è la tentazione di cercare un momento iniziale, originario ed epifanico, che si ponga come punto di partenza delle parabole dei grandi scrittori. Se nel caso di Lalla Romano volessimo cedere a questa tentazione, dovremmo citare l’incontro con Eugenio Montale nel 1940 in un bar di Forte dei Marmi, così raccontato dalla stessa Romano:

Al Forte (nel ’40) abbordai Montale al Caffè Roma – era solo – disinteressatamente. Si stupì che l’avessi riconosciuto e s’informò sul mio paese; poi mi domandò se scrivevo e mi chiese di leggere qualcosa. Portai un mazzetto di fogli alla sua pensione; mi restituì le poesie con crocette in cima alle preferite e piccole osservazioni. Mi chiese anche se ne avevo delle altre, si poteva farne qualcosa; non ne approfittai: ero troppo contenta.

Le poesie lette da Montale confluirono in parte nella prima raccolta di Lalla Romano, Fiore, che è l’esordio letterario di quella che fino ad allora era stata una promettente pittrice della scuola torinese, poi insegnante di storia dell’arte e bibliotecaria a Cuneo. Tra Fiore del 1941 (per Frassinelli) e Giovane è il tempo del 1974 (per Einaudi), raccolta definitiva, c’è L’autunno, pubblicata nel 1955 (Edizioni della meridiana). Tre tappe di un percorso poetico limpido e coerente che Lalla Romano porta avanti per tutta la vita, affiancandolo alla produzione in prosa che la renderà famosa. La poesia sembra essere il luogo di riflessione, personale e letteraria, dove si sviluppano temi, idee e poetiche che ritroviamo nella produzione narrativa della scrittrice. Tre tappe – Fiore, L’autunno e Giovane è il tempo – che possono essere considerate come un solo movimento lungo tutta una vita. Le prime due raccolte confluiscono infatti nell’ultima, mostrando attraverso un percorso variantistico esibito l’evoluzione non solo della scrittura, ma anche della poetica della scrittrice. Un’evoluzione che – per dirla in poche parole – si concretizza in una sempre maggiore importanza data all’immagine, all’elemento visivo ed istantaneo, e a una progressiva universalizzazione dei concetti, dalle prime personalissime narrazioni amorose di Fiore fino alle riflessioni metafisiche e universali che chiudono Giovane è il tempo.
Non dobbiamo però pensare che l’ultima raccolta sia una negazione delle precedenti, che anzi le comprende e le riassume, mostrando il divenire del pensiero e il percorso della scrittrice. Quello descritto è prima di tutto l’itinerario della sua vita – e della vita di tutti – dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Giovane è il tempo si impone allora come summa e superamento delle due raccolte precedenti, prodotto ultimo e definitivo della poesia di Lalla Romano. I temi cari alla poetessa vengono ora inseriti in una struttura precisa e interviene un’azione di omologazione stilistica maggiore rispetto alle raccolte precedenti. Dal punto di vista tematico il filo conduttore è la riflessione intorno al tempo, magnificamente espressa nella poesia che dà il titolo alla raccolta:

Giovane è il tempo

Come un fanciullo
cade ogni sera addormentato e stanco
e noi vediamo illanguidire il cielo
lontano, dietro cupi archi di foglie

Si ridesta felice
mentre intatto
sugli assorti giardini e sulle ville
emerge dalle nere ombre il mattino

Già da questa poesia si ravvisa la semplicità e insieme la forte carica sapienziale della poesia di Lalla Romano, una poesia che attraverso immagini quotidiane e minime riesce a sondare le aree più elevate della riflessione.
Giovane è il tempo, a differenza delle raccolte precedenti, è organizzata in sezioni, che ci mostrano il percorso del pensiero di Lalla Romano e la sua evoluzione nel corso del tempo. Nel suo insieme la raccolta si configura allora come il racconto della vita interiore della scrittrice. Converrà percorrere brevemente questo itinerario, seguendo la pista indicata dall’autrice componendo le cinque sezioni della raccolta.
La prima di esse, I flauti acerbi, ruota attorno ai temi della natura e delle stagioni. Partendo da una primavera che, pur essendo momento di rinascita, si popola di nubi e ombre, in cui gli uccelli impazziscono e gli alberi sono schiantati al suolo dal vento, si arriva a un inverno che congela le campagne e le città, l’opera naturale così come quella umana. La natura si presenta dunque con il suo volto doppio, in tutta la sua contraddittorietà irrisolta e irrisolvibile. Nella sezione successiva, Il caro odore del corpo, Romano ritorna all’esperienza amorosa di Fiore, un amore che vive nel sogno ma che sa anche mostrare il suo lato più passionale. Le poesie de La bocca arida rimandano invece al tema dell’attesa, del distacco e dell’allontanamento, della pena e della colpa che minacciano l’amore; l’io poetico di ribella a questo distacco, cerca di lottare, prima di arrendersi. Anche qui siamo nei territori di Fiore, le cui poesie vengono riprese e modificate in nome della nuova poetica dell’immagine.
In Giovane è il tempo, la sezione che dà il titolo alla raccolta, aumenta il distacco progressivo dall’elemento personale in favore della riflessione universale. Il tempo – come abbiamo notato – è elemento tematico cardine di questa sezione. Al senso del trascorrere del tempo si lega, leopardianamente, quello dello sfiorire della giovinezza, con il consueto accostamento alla primavera e al ciclo delle stagioni. Tuttavia, per la poetessa ormai matura, il fuggire della primavera non è più un cruccio, diventa piuttosto un «sottile piacere». L’autrice, alle soglie dei settant’anni, prende le distanze dalle paure di un tempo, che ora diventano blande consapevolezze accettate senza amarezza. Gli spazi si fanno più vasti e la natura si presenta nella sua grandezza e nella sua dimensione di paesaggio. In questa sezione e nella successiva sono forse le poesie più belle di Lalla Romano, come questa, che è riflessione esistenziale e dichiarazione di poetica allo stesso tempo:

Soltanto con te, straniero,
posso parlare nella mia lingua
poiché anche tu vieni di lontano
e il nome della terra l’abbiamo scordato

Non è necessario, come credono i più,
dire parole meravigliose:
anche le più semplici e usuali
sono parole d’amore
nel dialetto nativo

Da una ruvida mano, ultima sezione della raccolta, si caratterizza per un tono già postumo. I temi cari alla poetessa, quelli che avevano acceso la sua poesia, ora vengono espressi in forma quasi aforistica, come verità raggiunte e serenamente accettate, con un tono che a tratti diventa testamentario, a tratti apocalittico. Si fanno spazio tra i versi visioni celesti e universali, la poesia diventa metafisica, fa i conti in modo lucido con la morte per approdare al silenzio, un silenzio che vince l’ultima parola e rimane l’unico sopravvissuto, l’unica cosa veramente eterna. Su questo tema Romano tornerà nella sua opera postuma, Diario ultimo (Einaudi, 2001), e su questo si chiude anche Giovane è il tempo:

Musiche nascono e muoiono
sono ancora parole
soli ardono si spengono
sono ancora tempo

Solamente il silenzio
oltre il gelo dei mondi
oltre il solitario passo dei vecchi
oltre il sonno dimenticato dei morti

solo il silenzio vive

Le tematiche attorno a cui ruota la poesia di Lalla Romano sono chiare già da Fiore e L’autunno; ciò che cambia in Giovane il tempo è la messa in prospettiva di queste tematiche all’interno del percorso della vita, dalle iniziali e combattute riflessioni delle prime sezioni, derivate da Fiore, fino alle immagini pacate e universali delle ultime poesie, segno di un equilibrio conquistato, che passa attraverso l’accettazione degli squilibri della vita. In questo senso Giovane è il tempo è una raccolta straordinaria, tappa ultima di una riflessione lunga una vita, di un paziente ed elaborato ritornare su temi e immagini di grande potenza, in un continuo perfezionamento dell’esperienza e del pensiero. Un lavoro esibito all’interno di questa raccolta, che si ritaglia un posto di primo piano tra le più alte espressioni di poesia lirica del secondo Novecento.

© Daniel Raffini

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