pittura

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani. Convegno Internazionale a Ca’ Foscari

Convegno Internazionale di Studi
Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani
Università Ca’ Foscari di Venezia
17 e 18 ottobre 2019

Venezia e due autrici al centro di un Convegno Internazionale di Studi che si terrà il prossimo 17 e 18 ottobre all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Protagoniste Paola Masino e Milena Milani, la loro comune esperienza d’esilio imposto dal fascismo ma anche gli inediti legami all’interno di un’ampia comunità artistica isolana vissuti tra primo e secondo Novecento; questi sono solo alcuni dei temi che emergeranno da “Venezia Novecento”, organizzato dalla Professoressa Ilaria Crotti, docente ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Ca’ Foscari e dalla Professoressa Monica Giachino, ricercatrice in Letteratura Italiana presso l’Ateneo.
Paola Masino (1908-1989) visse un periodo di confino decennale nella città lagunare a fianco del compagno, lo scrittore Massimo Bontempelli. Qui trovarono inizio le sue riflessioni sulla relazione donna-società e fu concepito il romanzo “Nascita e morte della massaia“, a oggi la sua opera più celebre. Proprio a Venezia, inoltre, la scrittrice ebbe l’opportunità di incontrare e conoscere numerosi intellettuali, tra cui Anna Maria Ortese, misurando in pochi anni il proprio difficile senso d’appartenenza all’isola, frequentando alcune tra le manifestazioni artistiche più importanti che vi trovano ancora oggi spazio, tra cui La Biennale Cinema. Proprio nel 2019 ricorre il trentennale della sua scomparsa.
Anche per Milena Milani (1917-2013) Venezia fu un luogo di scambio con figure del panorama dell’arte, uno spazio di costruzione della propria poetica ma anche la sede privilegiata del mestiere di traduttrice per il Cavallino di Carlo Cardazzo. In città pubblicò le prime raccolte di poesia, tra cui “Ignoti furono i cieli” (1944), ambientò “La ragazza di nome Giulio” (1964) – romanzo che le costò la censura e un processo, in cui fu coinvolto anche Longanesi, il suo editore. In laguna la Milani fu operatrice culturale e costruì una rete di rapporti importanti, che valicavano i confini dell’acqua per arrivare in terraferma, soprattutto a Cortina e nel trevigiano. Un soggetto “geniale”, come l’ha definita Silvio Riolfo Marengo, che fece di Venezia, dopo Albisola, la propria casa.

Durante la due giorni saranno proiettate alcune immagini delle autrici provenienti dall’Archivio Paola Masino di Roma, dalla Fondazione Milani in memoria di Carlo Cardazzo di Savona grazie al Presidente Silvio Riolfo Marengo e dall’Archivio privato di Maria Ester Nichele, fotografa ed amica dell’autrice.

Il Convegno si terrà presso l’Aula Magna S. Trentin della sede di Ca’ Dolfin (17 ottobre, dalle 15.00) e presso l’Aula Morelli del Dipartimento di Studi Umanistici, a Malcanton Marcorà (18 ottobre, ore 9.00). Ingresso libero.

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Dipartimento di Studi Umanistici
Dottorato in Italianistica
MOD – Società italiana per lo studio della modernità letteraria

Comitato scientifico
Professoressa Ilaria Crotti
Professoressa Monica Giachino

Comitato organizzativo
Dottore di ricerca in Italianistica Arianna Ceschin
Dottoranda in Italianistica Alessandra Trevisan

17 ottobre 2019
Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin

ore 15.00
Saluti del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici Giovannella Cresci
e del Coordinatore del Dottorato in Italianistica Daniele Baglioni

Presiede Ilaria Crotti

Sabina Ciminari, Université Paul-Valéry Montpellier 3
«Vorrei diventare una scrittrice importante», l’esordio narrativo di Milena Milani

Angela Fabris, Universität Klagenfurt
Seduzioni e scenari veneziani: la percezione del corpo e le categorie del maschile e del femminile in La ragazza di nome Giulio

Irena Prosenc, University of Ljubljana
Quando acqua e sole bastano a consolare: paesaggi urbani e paesaggi marini nella narrativa di Milena Milani

Marinella Mascia Galateria, Università “La Sapienza” di Roma
Dalla scrivania tutta per sé al confino della Massaia: la Venezia di Paola Masino

Cecilia Bello, Università “La Sapienza” di Roma
«Il festival rinascerà», Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia

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«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

(at) 

Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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“Mediterranima” (Kimerik 2018): Vincenzo Calì racconta la pittura di Lorenzo Chinnici

Le Reti – The Nets – tempera su tela – tempera on canvas 100×100 copia

Usanze di Mare

Tele amaranto,
alle mani torte, sagge vanno,
ridanno di forme ai brogli dei fluttui,
dei pesci ansanti alla morsa di morte,
mare amaro, mi culli ormai raro,
distorco gli ossi, deforme è la presa,
ma è unica impresa, al fine allentare quel velo irreale,
alle corde mortale..
Usanze di mare, la flemma è valore…

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Cactus – Melania Panico e Matteo Anatrella

[…] Nel desiderio di veder incarnata la voglia di bellezza la poesia e la fotografia decidono di cucire una preziosa dialettica. E nasce CACTUS. Un dialogo dove le più infrasottili sensazioni cominciano ad albeggiare. Questo dittico ci sorprende e ci inquieta. Ci sorprende per la forza espressiva che equamente abita il segno visivo di Matteo Anatrella e la parola poetica di Melania Panico. Ci sorprende perché quest’opera ha nervatura che pulsa d’antico senza dimenticare il modellare oggidiano. Ci inquieta perché le forme della perfezione sono sempre sentimenti complessi, fatti di ferite, lacerazioni, tagli nella memoria e nel respiro. Sia ben chiaro CACTUS va letta come unica tensione concentrica ed espressiva dove lo sguardo spettatoriale potrà perdersi in quella “forza di espansione” (come Barthes sintetizzava il punctum) e parallelamente dentro “l’estasi del tempo” (come Proust nominava la tirannia del dettaglio). CACTUS è voce unica. (Dall’introduzione di Alfonso Amendola dal titolo “La distanza e il dettaglio”).
Cactus, Melania Panico – Matteo Anatrella, Gechi edizioni, 2018

 

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Lui era lì
con la bocca raccolta e muta
disposto a sacrificare l’equilibrio
per una venatura di clorofilla
si è aperto alla promessa
di ricucire la ferita
con mani strette a pugno
mentre il tonfo del secolo
scuoteva insieme viso e suolo
la terra trema costretta
rinasce il giorno in lacrime orizzontali
grigio inebetito
posa le dita sulla fronte di una vite
può grattarne via l’odore
contemplare il rischio di una rinascita.

Sul solco che riconduce a casa
si affretta l’uomo che sa aspettare.

 

*
Del ricordo intendo un verso a respingere
soluzione a tutte le corde spezzate
il giardino che si nasconde nei vetri
e le cose ancora da dire
dell’andare intendo la forza
i pugni di una farfalla ragazza cicatrice
costrizione di palpebre fraintese 

faceva il passo di uno scricciolo
faceva il suono di un rantolo
la bambina da poco

intorno al ventre sottile
un cerchio di luce
le mani svuotate nella faccia
la ricerca delle questioni grandi.
Vorrebbe gridare il suo equilibrio, ora
dire c’ero a sussurrare vittoria. 

Certi passati spaventano anche da seduti.

 

*
Scelgo un bar a caso il momento sbagliato
piango ascoltando musica da spotify
le medicine danno alla testa
tutto l’acciaio e poi le lacrime facili
il salmone in forno e l’acqua bollente della doccia
i capelli perdono colore noi cosa abbiamo perso?
io non dimentico niente non dimentico niente
metto su un film brutto. STOP. ne metto un altro
lo chiudo tossisco e fumo e anche così
non me la ricordo la strada di casa so che è vicina
ma forse è una sensazione sbagliata
come quando ho scelto il bar e tu non c’eri più

 

#Pareidolia (di Carlo Tosetti)

copertina-CECI-romagnaPareidolia/Vedere ciò che non c’è (Pietre Vive, 2016) di Alessandra Romagna e Elvio Ceci, è un libro atipico, un catalogo d’arte che raccoglie delle opere di Alessandra Romagna, artista terracinese, la quale invera il processo mentale della pareidolia, le cui tele sono accompagnate dalle parole di Elvio Ceci.
I quadri riportati nel libro sono tele ispirate dalle macchie dei muri, dalle pareti scrostate di Terracina. Alessandra “vede ciò che non c’è” e, ispirata dal muro intaccato dall’incuria, ne ricava immagini oggettive.
Dietro all’arcano vocabolo di “pareidolia” si cela un fenomeno che quotidianamente viviamo; un notissimo esempio è l’intravvedere la figura di un animale nelle continue mutazioni di una nuvola.
Altro esempio, meno poetico, ma efficace, è la naturalezza con la quale riconosciamo un viso, una precisa espressione in pochi segni stilizzati: l’emoticon.
A seguito di una mostra di Alessandra Romagna, svoltasi a Terracina, (durante il cui percorso nei vicoli del centro era possibile osservare la tela affiancata alla macchia-musa), nel realizzare un catalogo delle opere, è nata l’idea di affiancare a ognuna di esse una poesia di Elvio Ceci, linguista e poeta, anch’egli terracinese, poesia scritta ispirandosi ai quadri (mutuandone il titolo).
Questa “pareidolia alla seconda potenza” ha dato alla luce il libro edito da Pietre Vive Editore, nonché a diverse performance dei due, durante le quali le poesie di Ceci vengono recitate, contemporaneamente all’azione pittorica e improvvisata di Alessandra Romagna, in un’artistica sinergia linguistica e visiva, ma che, infine, sempre viene condotta dall’immagine: una dipinta, l’altra descritta.
Il lavoro dei due ha attirato l’attenzione di David Riondino, da sempre studioso della poesia popolare, tanto che il 30 giugno 2017, a Locorotondo, si è svolta una doppia presentazione: Pareidolia è stato presentato da David Riondino, unitamente all’ultimo lavoro di David: Lo Sgurz (Nottetempo, 2016). (altro…)

Pizzinato e la poesia di Zanzotto. Di Silvana Tamiozzo Goldmann

Pizzinato-Zanzotto
«Questi versi […] li ho subito sentiti “miei”»: Armando Pizzinato e la poesia La contrada. Zauberkraft

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Armando Pizzinato muore nella sua casa veneziana nei pressi della Basilica della Salute il 17 aprile 2004 (era nato a Maniago il 7 ottobre 1910).[1]
Mi sembra bello ricordarlo, come mi ha chiesto di fare l’amico Fabio Michieli, con una piccola scheggia a latere della sua straordinaria carriera artistica, vale a dire attraverso una poesia che gli fu cara nel tempo: La contrada. Zauberkraft di Andrea Zanzotto, che segnò un momento di singolare intensità nella storia della loro amicizia.
La poesia appartiene alla seconda sezione di Idioma ed è vero centro di questa raccolta[2] il cui motivo dominante è l’incontro con le presenze della contrada (il paesaggio è quello familiare di Pieve di Soligo) in una tensione – colloquio con i trapassati cui fa da tramite il mondo di chi sta ai confini e sta per traghettare all’altra riva portando con sé tesori di piccole rare esperienze e preziose storie.
Il mio breve excursus riguarda un segmento poco noto del tragitto compiuto da questa poesia che, come avverte giustamente Stefano Dal Bianco nel commento alle Poesie e prose scelte di Zanzotto (Mondadori, i Meridiani, 1999), funge da introduzione razionale (e per questo in italiano) alla serie successiva delle poesie in dialetto di Onde eli (Dove sono).
Ricordo, en passant, che Pizzinato fu tra i fondatori nel 1946 (insieme a Santomaso, Vedova, Guttuso, Viani, Corpora, Turcato, Birolli, Leoncillo, Morlotti e Franchina) del Fronte nuovo delle Arti e che con Guttuso nel 1950 fu tra i protagonisti del Realismo (tra le sue realizzazioni più significative di questo periodo va ricordato il ciclo degli affreschi per la sala consiliare di Parma, arredata da Carlo Scarpa). Seguiranno le nuove stagioni dei Giardini di Zaira, nel 1962, delle Betulle, nel 1970, dei Gabbiani, nel 1973 fino al ritorno, alla fine degli anni ’70, alla primitiva ricerca espressiva di un astrattismo in cui le forme movimento nello spazio assumono trasparenze e limpidezze inedite in un discorso dai tratti anche lirici.

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio - 11 luglio 1999)

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio – 11 luglio 1999)

Riassumo brevemente le tappe principali del sodalizio tra Pizzinato e Zanzotto.
Il primo abbozzo in forma manoscritta della poesia in questione (datata da Zanzotto: 1980) a lavoro compiuto sembra nuotare in una sorta di felice fusione nelle Forme in movimento della serigrafia di Pizzinato. È Zanzotto stesso a proporgliela (o meglio, a riproporgliela, se guardiamo le date) in una delle lettere conservate al Centro interuniversitario di Studi veneti di Venezia, datata 2 luglio 1984 (CISVe: “Archivio Carte del Contemporaneo”, Fondo Pizzinato): «Caro Armando, ti unisco qui il testo autografo da riprodurre per la nostra serigrafia. Puoi sceglierne delle parti ed anche collocare le strofe qua e là, oppure, lasciando insieme, puoi tagliare. Vedi tu, mi fido dei tuoi colori. Questa stesura è un po’ diversa da quella che conosci, e quindi fatta ad hoc per la serigrafia».
La versione che si fonde con Le forme in movimento di Pizzinato ripropone dunque un primo nucleo di quello che diventerà il testo definitivo di Zauberkraft. Zanzotto si fida dei “colori” dell’amico e gli dà carta bianca sulla distribuzione delle strofe e dei versi, che gli trascrive. Le tre serie di puntini di sospensione che intervallano le strofe che entrano nella serigrafia alludono infatti a un testo più lungo e compiuto, adattato e compresso per l’occasione pittorica. Rispetto alla versione definitiva, qui il primo gruppo di versi della poesia, dopo l’epigrafe iniziale isolata, parte infatti dal verso 37 («Occorre una Zauberkraft senza pari») e si arresta al verso 42 («Tu non tornare alla decenza dello stato minerale») per poi proseguire, dopo la seconda sospensione rappresentata con puntini, riprendendo e giustapponendo versi precedenti (30-36): inoltre i versi 30-32 qui appaiono spezzati in 4 unità («Come si può pretendere che qualcuno | sopravviva con piccoli commerci | in precarietà più delicate | che vapori sui vetri»).
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Emanuel Carnevali: DON’T KICK ME OUT (di Lorenzo Mari)

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Emanuel Carnevali: ritorno al presente.
Al via il bando DON’T KICK ME OUT

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di Lorenzo Mari

 

…O Italy, o great boot,
Don’t kick me out again…

[….O Italia, o grande stivale
Non cacciarmi di nuovo a pedate…]


Così scrive il poeta Emanuel Carnevali (1897-1942) al suo ritorno in Italia, dopo aver vissuto otto anni negli Stati Uniti, sperimentando la miseria economica, cambiando lingua, venendo accolto nel circuito della poesia americana da personaggi del calibro di William Carlos Williams. Nelle sue parole di può leggere attaccamento e amore, ma allo stesso tempo insofferenza e frustrazione.
Da questa citazione nasce DON’T KICK ME OUT, il nuovo progetto del Girovago, collana editoriale e progetto digitale di Edizioni Nuova S1: si tratta di un bando aperto, gratuito, ospitato su questa pagina.
L’intento è di riportare le parole di Carnevali, e le questioni a cui alludono, al presente. A volte si arriva a dire DON’T KICK ME OUT rispetto al luogo dove si vive (la città, la regione, la nazione, etc.); altre volte può succedere di arrivare a formulare queste parole in contesti molto diversi: il lavoro, la famiglia, un legame affettivo importante, la religione, la scuola, l’università…
DON’T KICK ME OUT è il grido che nasce in qualsiasi situazione dove sono all’opera due forze contrastanti: il senso di appartenenza a un luogo o una situazione e il sentirsene, in qualche modo, respinti.
Altre ancora possono essere le suggestioni legate a DON’T KICK ME OUT, che accoglierà le vostre proposte senza porre limiti di forma o di linguaggio.

 

Generi: Prosa, poesia, pittura, fumetto, illustrazione, fotografia e video.
Scadenza: il bando è aperto fino al 30 giugno 2015.

 

DKMO-bando