Nel ‘miele’ bruciante di Sandro Campani. Di Paolo Steffan

Nel «miele» bruciante di Sandro Campani
di © Paolo Steffan

Mi trovo qui a scrivere di uno dei più bei romanzi contemporanei che mi sia capitato di leggere in questi anni: è Il giro del miele di Sandro Campani (emiliano, classe 1974), una lettura estremamente facile, se pure questo sia anche un romanzo difficile. Vi è infatti, nella scrittura di Campani una capacità comunicativa che sa trasmettere il piacere e la leggibilità, l’ascoltabilità di qualcosa di lieve, semplice come una chiacchierata in dialetto davanti al camino, di notte, con una bottiglia di grappa sul tavolo. La sua prosa è familiare, pulita, sonora e per questo ascoltabile: perché vi è una encomiabile attenzione all’oralità, ma nella scrittura. E questo è un fattore di stile alto, di cui il tecnico si accorge, mentre il lettore appassionato può godere con l’innocenza che il critico ha perduto. Come quando si legge la grande poesia, Il giro del miele consente in numerose sue pieghe di considerare diversi piani di lettura, senza che questa sia preclusa al semplice fruitore di narrativa. Non occorre cercare a fondo, per spiegare cosa sto cercando di dire basta prendere lo splendido incipit:

«Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.»¹

A chi di noi non è mai capitato di sognare il fuoco? O perlomeno queste impressioni chiaroscurali, magari influenzate semplicemente dai fosfeni, i puntini luminosi che sotto le palpebre si creano quando la sera spegniamo la luce? Questo è l’effetto che fa, credo, un primo livello di lettura dell’incipit. Poi sottentra la magia, che mescola realtà e finzione quando il dormiveglia fa diventare la luce realistica del camino, presso cui sediamo assieme al narratore interno, immagini realistiche nel sogno. Eppure, questo attacco lascia aperti anche altri livelli di lettura e, senz’altro, la chiave stilistica aiuta: infatti quel settenario, laconico e indelebile, che sancisce «Stavo sognando il fuoco» può lavorare fino a penetrare la natura originaria del Verbo, coinvolgendo un portato mistico che è alla radice dell’umano. E allora sovviene un altro settenario (certo, tale in traduzione), da porre all’inizio di ogni testo, sia esso letteratura o vita: «In principio era il Verbo» (Giovanni 1, 1). Ci accorgiamo così che fuoco e verbo possono essere la stessa cosa, se li intendiamo come lógos, come ragione e principio primo di ogni cosa, e dunque della narrazione, come per l’incipit per un romanzo, punto di incommensurabile peso specifico, che su tutto fa luce, se pure in modo ancora ombroso: «bocche di animali luminosi» ma «nell’ombra», così come in Giovanni 1, 4-5: «Egli era vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

La lettura dell’incipit di Campani, la sua figurazione e interpretazione-base, come si diceva, sono facili, meglio ancora nel prosieguo del libro, quando la trama si chiarisce e quel fuoco si fa concreta azione cui il ricordo dei personaggi allude di continuo, fino al disvelamento. Ma un romanzo non può (sempre) essere solo trama; anzi, se la qualità dell’opera è consolidata, gli abissi possibili che si riparano sotto la pelle sottile del dire familiare stanno alla complessità di ciascun lettore, meglio se questi è un critico, ovvero colui che si pone in dialogo con un gruppo di lettori quale garante. (Proprio il critico, dunque, deve proporre motivati aspetti di precipuo valore, e lo deve fare con una scrittura che abbia a propria volta la bellezza di un’opera cui vale prestare attenzione: poiché, se manca il lavoro su una raffinata ‒ che non vuol assolutamente dire difficile ‒ prosa critica, allora è inutile riporre la propria fiducia in quel recensore.) Per tornare a noi, il testo di Campani è esemplare nel proporre una letteratura che, senza impoverirsi, si mostri elevata ma per sue doti intrinseche, senza pavoneggiamenti: collocata nella sincerità quotidiana del dire. È qualcosa che mi riavvicina ancora una volta alla poesia, in particolare a quella di Emilio Rentocchini, poeta di Sassuolo, località vicinissima all’Appennino del nostro narratore e citata come ambientazione, nei suoi dintorni più periferici, dentro Il giro del miele. Rentocchini ha scritto soprattutto in dialetto, in una di quelle infinite varietà locali che nella nostra penisola hanno rappresentato il dominio dell’oralità nei secoli. Eppure, nel dar forma scritta a questa oralità, egli si è dotato della misura dell’ottava, metro canonico, classicissimo e anche abusato della tradizione in lingua. Sicuramente l’ottava si presta alla cantabilità, alla trasmissione di storie, d’altronde è la misura eletta dell’epica nazionale. Ma forse anche per questo, si rischia di averne repulsione, di sentirla retorica, come lo sarebbe l’edificazione di un edificio in stile romanico-gotico negli anni Duemila: anche i massimi cultori di quelle forme ne capirebbero il cattivo gusto. La scelta del dialetto sposata all’ottava in Rentocchini ha invece qualcosa di cristallino e sublime: è l’incanto della scarpetta da principessa sul piede dell’umile sguattera Cenerentola! Qualcosa di affine succede alla prosa di Campani, quando davanti alla candida copertina einaudiana ci attendiamo un romanzo tutto tecnica, bello ma per palati fini, e invece troviamo la nostra giovinezza periferica, raccontata in una fredda notte appenninica, con coloriture regionali ‒ sempre lievi eppure così calde e onnipresenti, così cantabili ‒ in un intreccio di storie e di piani, complice l’astuto e difficilissimo (da rendere e mantenere, per lo scrittore) punto di vista, che non fa mancare la certezza di avere in mano la storia di un artista della narrazione. Dopotutto, in Europa, da quasi tremila anni, è sempre Odisseo che racconta ai Feaci le solite peripezie, con o senza l’ausilio della grappa, per cui la differenza la fa l’artista.


Così, uno stesso incipit può sia prestarsi una lettura quotidiana, pop, sia ricordare il principio del mondo. E qui se la gioca, oltre che il romanziere, anche il critico, che deve interrogarsi sulle ragioni della riuscita letteraria e proporne i risultati ai fruitori medi di letteratura. Così, in questo senso, per lo stile encomiabile che Campani adotta ne Il giro del miele, mi piace fare un altro parallelo con Rentocchini, che ‒ stavolta in lingua ‒ nel parlare del più “perfetto amore” con le forme alte del sonetto non si preclude le sonorità pop di un cantante di massa come Ligabue (tra i meno amati dai letterati) nel testo di Walkman, dov’è posto platealmente in esergo e poi, ancora, intertestualmente nella prima quartina:

… che lo sai di chi sto parlando
Luciano Ligabue

Certe notti che l’anima non regge
la soma indecifrabile del corpo
ti affidi al Liga ed esci con il walkman,
se c’è la neve è meglio e sia di ghiaccio

come uno specchio rotto anche la luna:
volume matto, verità nessuna,
la mano della tenebra non sfratta
né ti accudisce, geme e un po’ sogghigna

ad ogni passo un intimo spessore
di aldilà, per orme trasparenti
vaghi anziché aderire al tuo ritratto

con labbra che canticchiano in silenzio,
sei unica ed identica al tuo tempo
sul ciglio che cammina dentro me.²

Così ne Il giro del miele la perfezione del Creato e l’alleanza tra il mondo delle api e quello degli uomini (e così il mistero della lince fotografata in copertina e la scientifica osservazione della biologia di piante e animali, che fanno di Campani tanto un autore dalle doti antropologiche, quando uno scrittore profondamente ecologico)³ non escludono il sottofondo pop dei Massimo Volume, storico gruppo rock bolognese amato da Silvia o, meglio, dalla Silvia, la protagonista femminile, amata perdutamente, ovvero fino a perderla, da Davide. Perché, come la poesia citata di Rentocchini, anche il libro di Campani contiene una storia d’amore i cui attori, sempre sul ciglio dell’abbandono, sono ridotti a storie, come «labbra che canticchiano in silenzio», tra le ombre sfumate del fuoco nella stanza semibuia che fa da cornice al romanzo.

In quei ricordi che sono il fulcro bruciante del lógos, del dialogo-fiamma che tiene svegli per duecento pagine notturne Davide e Giampiero, il narratore in prima persona, e noi con loro, si può arrivare ad avere passaggi di inaudita bellezza, come nel leggerissimo e delicato inquadramento aurorale di Silvia, la protagonista femminile, sotto un acero; o il sensuale ironico occhio del narratore su delle patate dimenticate dalla stessa Silvia in una buia dispensa. Qui la prosa entra in egual misura nelle corde del lettore-tecnico e del lettore comune, come in un cuore affascinato dagli alberi e dalle patate che germogliano, o nella lente dell’appassionato di stilistica, cui interessino i giochi sul punto di vista o la prosodia:

«Quel tre di novembre a Bologna, quando la Silvia s’era svegliata nel parco, verso le sei e mezza della mattina, c’era un acero sopra di lei con i rami ormai privi di foglie: l’aveva riconosciuto subito perché era il suo albero preferito in tutto il parco; aveva sentito sulle labbra il sapore di uno di quei semi dell’acero che da piccola chiamava “elicotteri”, perché più che volare cadono a terra roteando.»4

«C’è qualcosa di sessuale e minaccioso nel modo in cui certi ortaggi, dimenticati nello scomparto di un mobile squadrato, in alto vicino al soffitto bianco, in un appartamento pulito, continuano a vivere e spingono fuori delle protuberanze rigogliose, oscene, cercando la terra da penetrare. Nascosti alla vista si muovono lascivamente, sforzano le reti in cui erano rinchiusi, si arrampicano su superfici lisce. Ti ricordi di loro all’improvviso, chiedendoti se siano ancora buoni. Ti allunghi ad aprire lo sportello, in cui, senza una sedia, non arrivi a vedere tanto bene: li scopri lì, che si muovono, al buio senza sole e sono vivi.»5

Vorrei dire molto altro, citare altri brani, ma ho forse già scritto troppo; non mi resta perciò che augurare al lettore di imbattersi nelle pagine dolci e brucianti di Sandro Campani, e occorre ringraziare Saffo di aver coniato l’aggettivo γλυκύπικρον, «dolceamaro», perché altrimenti sarebbe toccato a noi trovarlo, per dire di questo romanzo.6 In verità vi dico: leggete Il giro del miele, senza altri giri di parole!

© Paolo Steffan

Note
1 S. Campani, Il giro del miele, Torino, Einaudi, 2017, p. 3.
2 E. Rentocchini, Walkman, in Del perfetto amore, Roma, Donzelli, 2008, p. 26.
3 Una salda propensione ecologica è dimostrata dallo stesso Campani, nella partecipazione all’interessante volume collettivo curato dal fotografo Fabrizio Ceccardi, Il bosco dei nomi propri, stampato dall’editrice Incontri nel 2014; oltre a testi di Paolo Donini, Francesco Genitoni e Roberto Valentini, la pubblicazione ospita proprio un racconto di Campani, Ventoso in primavera, e una serie di ottave di Rentocchini.
4 Il giro del miele, cit., p. 36.
5 Ivi, pp. 182-183.
6 Il riferimento è al frammento 130 V. di Saffo.

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