Considerazioni su “Casa rotta” di Valentina Maini (di A. Alessandrini)

Maini, Casa rotta (Arcipelago Itaca)

CONSIDERAZIONI SU CASA ROTTA DI VALENTINA MAINI
ARCIPELAGO ITACA EDIZIONI

di Alessio Alessandrini

.

Cominciamo con l’asserire fin da subito che Casa rotta di Valentina Maini, giovanissima scrittrice emiliana trapiantata a Parigi, non è sicuramente un libro “facile”, anzi, se proprio dobbiamo essere sinceri, l’aggettivo che ci è venuto spontaneo da sussurrare a conclusione delle ripetute letture è sempre stato “faticoso”; faticosa lettura, lettura ostica. Ci troviamo di fronte a una poesia ardua, dura, petrosa – a prendere in prestito un attributo di tanto nobile tradizione.
Questo perché non si tratta di un verseggiare chiuso o ermetico, si badi bene, semmai perché la comunicazione non è mai esibita, anzi sottile e il parlare non è colloquiale, amichevole, trasognato quanto spiazzante e sradicato.

Per entrare nel meccanismo di Casa rotta ci pare opportuno ricorrere a una sosta prolungata della lettura, a una rabdomantica ricerca, a una pratica estenuante quale è la rilettura, proprio perché a ogni esperito contatto con questi versi si apre un nuovo orizzonte di visione, una nuova crepa, che, per quanto invisibile e secondaria, ci distoglie da precedenti percezioni e ci costringe a ricominciare daccapo l’indagine di senso.
È, altresì, una lirica “faticosa”, perché la visione del mondo che se ne ricava non è sostanzialmente felice, anzi, solcando e portando alle estreme conseguenze una tradizione novecentesca, la poesia di Valentina Maini si innesta nella linea decadente, fatta come è di ansie e atmosfere frante, una percezione negata elevata all’ennesima potenza che è poi la potenza del negativo assoluto con cui il mondo contemporaneo ci chiama continuamente a fare i conti.
È sicuramente delle cose che riguardano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” a parlarci Valentina Maini, e lo testimonia il ricorso ossessivo alla negazione presente, in pratica, nella quasi totalità dei testi e in molte occasioni esibita in posizione di incipit come a voler salmodiare un elenco ininterrotto di fallimenti, divieti, delusioni, abdicazioni. Di seguito solo alcuni esempi per possibili spunti di lettura e riflessione:

Non un movimento il cane (pag. 10)

Non parlano le mura della stanza (pag. 12)

Non fonda cardine né ruota (pag. 24)

Non può tutto sopportare l’amore (pag. 32)

Non sono io il centro del quadrato (pag. 36)

e via dicendo.

D’altronde se si analizzano i temi portanti della raccolta ciò che ne emerge è un procedere di dimensioni gemelle, tutte votate alla delusione e al male; a seguire un minimo elenco a mo’ di suggerimento:

  • Dimensione claustrofobica
  • Sensazione oppressiva dell’imponderabile
  • Dimensione algida e asettica
  • Senso di colpa
  • Senso di smarrimento
  • Senso di decomposizione
  • Dimensione atonale, di asfissia
  • senso di immobilismo

In questo habitat di annegamenti e scorni, di fragilità e cecità, si avviluppano le vicende plurime di un io poetante che non è quello di un solipsistico intelletto che si piange addosso o che lamenta le proprie incomprensioni come universali, accusando il mondo deludente con cui si va interfacciando. Tutt’altro, nei testi di Valentina l’io si alterna a un tu, a un lei (o meglio a una lei), a un noi, tutti avvezzi a ricercare un qualche spiraglio di luce, un qualche lembo di cielo, una carica, dentro questa gabbia di bianco atono che li avvolge come caglio impossibile da dragare.
L’io poetico, dunque, è un io franto, diviso e spesso si rifrange in una serie di soggetti impersonali, singolari o plurali, che gremiscono le pagine della raccolta; sono quasi sempre soggetti sconfitti, spesso risultano essere impalpabili e le loro azioni, nella molteplicità dei casi, sono spesso e volentieri inani.
Dove l’io fallisce, anche il tu si deforma, resta un’improbabile via di comunione nell’identificativo noi, ma una via che si rivela altrettanto inaccessibile e negata:

[…] non ci conosceremo
pur vedendoci quasi chiaramente, non ci conosceremo –
non a incontrarci. (pag. 35)

e ancora:

Seguitiamo a versare dalla tua mano (alla mia mano)
dalla mia mano (alla tua mano)
grigia cenere non brucia più
dici, continuiamo. (pag. 44)

Se il noi sconfessa qualsiasi accesso alla ri-conoscenza, il lei impersonale e impoetico, (si diceva nella maggioranza delle volte femminile), nasconde un’ulteriore possibilità di incontro, colloquio nascosto, misterioso e mistico, che tuttavia appare, come dice bene Stefano Colangelo nella postfazione, affacciarsi “sull’impossibilità di esprimere, e insieme sull’attesa spasmodica di espressione”, in una contraddizione, in una contrattura, che nel tentare l’apertura si ritrova incatenata e imbozzolata.
Ci troviamo dunque davanti a un’identità spezzata, come rotto e franto è lo spazio del mondo in cui essa vive e in cui si muove alla ricerca di un senso. Mondo franto, sogno infranto, se la casa – simbolo di una lunghissima tradizione poetica, metafora del rifugio, luogo di salvataggio, (non a caso Colangelo cita Emily Dickinson, anche se più patriotticamente si sarebbe potuto citare con altrettanta cognizione di causa il nostro Giovanni Pascoli) – appare facile alla rottura, fragile, esposta alle intemperie:

Crolla, disfa i muri vento
guasta tegole raffredda:
l’agente atmosferico qualunque
erode. (pag. 26)

La bambina impertinente che si aggira in questi versi e di cui si narrano le vicende è un’Alice a cui si vietano le meraviglie:

Fatti bastare ciò che hai, figlia
figlioletta ingrata butti via
invece di raschiare non finisci
ciò che hai ricevuto: … (pag. 26)

Chiusa tra le pastoie di un esterno e di un interno coincidenti nella loro versione di gabbia, ella si muove in un dondolio che sa molto di supplica inascoltata.
D’altra parte spesso l’immagine della bambina si associa a quella della bambola di porcellana, della ragazza cieca, a un tratto si parla persino di “ragazza sterilizzata” (pag. 48), di “donna trasparente” (idem), incarcerata figura nella asfittico territorio che la circonda e da cui, invano, cerca di liberarsi:

La si vede, è quella contro il muro, con le unghie scava
vie d’uscita, è talmente di frontiera che nemmeno
riesce ad essere nemica. (pag. 50)

La casa, la città, le mura, la crepa e viceversa, in una dimensione alla Matrix, senza una prospettiva, dove dentro e fuori si intrecciano, così come gli spazi e i vuoti che risultano soffocanti e laceri, oltre che luridi.
La vertigine e lo sprofondamento (si leggano nell’epigrafe tratta da Pierluigi Cappello i versi tratti da Azzurro Elementare: “l’albero è capovolto, la radice è nell’aria”), si bilanciano in una luce opacizzata e bianca dove il biancore si dà segno dell’indistinto, dell’imperturbato, del senso senza senso. Assedio.
È di questo assedio e della minima scappatoia utile a vincerlo che ci parla Valentina Maini.
Il tema del doppio, dello specchio è infatti topico di questa poesia come testimonia, già ben sottolineato da Colangelo, il testo gemello che chiude la prima parte della silloge e apre la successiva. Si tratta di due testi speculari, identicamente assediati da una parentesi, si tratta di un inciso poetico che, però, dà senso al taglio e ci fornisce, per forza di cose, una prospettiva ulteriore di lettura.

Nulla è lasciato al caso in questa raccolta così ben concepita, ne è un vezzo naif il ricorso a questo doppione, semmai ci indica che è proprio lì che dobbiamo  ricercare la chiave di volta per scassinare, finalmente, questo forziere.
A questo punto rileggiamola bene questa lirica presente alle pag. 38 e 39:

(io vi ho visti. Raccogliete cocci
dietro i vetri scompaiono le mani
allacciate al pavimento spazzano
vecchi gomitoli di anni gonfiano
questioni immaginate per non
piangere la polvere sparsa dappertutto
dietro i mobili attaccati alla parete
sotto i tappeti veneziani nelle orecchie
avvicinate alla porta
che non s’apre)

In questi versi Valentina ci parla di un io, ma è un io che si è fatto da parte, rimpicciolito –  è d’altronde con la lettera minuscola che lo presenta e per di più dopo una parentesi apertagli in faccia. Esso sembra agire in tono di accusa: io vi ho visti – dice. A chi si riferisce? A chi parla? Con chi si interfaccia?. Sembra piuttosto colloquiare con dei fantasmi (“scompaiono le mani”), con degli spettri – quelli chiusi dentro l’armadio – e con il loro bagaglio di “questioni immaginate” (di qui la dimensione amletica che pervade tutto il libo) e “polvere sparsa dappertutto”.
Sono reclusi, la porta non si apre più,  e se ne posso ascoltare solo sussurri ciechi. Chi sono questi spettri segreti così palesemente esposti?

A rileggere più di una volta l’intera raccolta si ha la sensazione che Valentina Maini abbia deciso coscientemente di affrontare una volta per tutte e di petto “i padri”, quali padri se non quelli padri-padroni della tradizione letteraria?
Tanti, troppi testi sembrano volerci parlare della poesia stessa, in molte occasioni quel lei impoetico e quel tu negato, sembrano nascondere l’identità stessa della poesia.
Insomma, Casa rotta, (e se fosse proprio la poesia quel giocattolo “rotto” di cui sospetta già nella postfazione Colangelo?), altro non è che un ottimo libro di meta-poesia dove chi scrive affronta un tema accidentato e spesso deliberatamente evitato, ossia quello del valore della scrittura poetica nel quotidiano contemporaneo.
Leggete i versi delle seguenti liriche e vedrete voi stesse quanto fondata sia questa nostra ipotesi: Non un movimento il cane (pag. 10), Non parlano le mura della stanza (pag. 12),Ho in giro dieci padri altrettanti (pag. 19), La mano è sporca ha traversato (pag. 21), Io – scrivi (pag. 24), Sono stati rinvenuti (pag. 29), Non sono io il centro del quadrato (pag. 36), Hanno paura di sentire dolore non sono più (pag. 46), La ragazza sterilizza il ventre (pag. 48), Ha provato ad entrare nell’assemblea generale (pag. 50), Dove mi conduce la ragazza cieca (pag. 54).
Chi altro non è che la poesia a essere esplosa? Chi altro non sono se non i poeti ad aver paura del dolore?
Certo, come spesso accade nell’interpretazione critica, non sarà andata proprio così, Valentina avrà auscultato il suo mondo e quello che lo circonda, avrà dato voce alle sue paure e alle sue aspettative ma da ottima scrittrice qual è lo ha saputo fare in modo abilissimo, sublimando se stessa e dando una voce originale al proprio tempo che, non possiamo negarlo, è un tempo nefasto, rotto, spaccato (non a caso la spezzatura è, di conseguenza, la divisa stilistica di molti versi del Nostro). Sarebbe però cosa vana e fatica sprecata se la ricerca di Valentina finisse in una resa incondizionata, ad armi bianche, come pur a volte appare possa accadere: 

Conosco tutti i nomi, i volti.
Non ho armi. (pag. 66),

e, invece, e per fortuna, come accade nella poesia di pregevole fattura, c’è un tentativo di costruire un dissenso al dissesto del mondo che ci circonda. Un modo flebile di resistere, ma pur sempre un moto di resistenza, ed è quello di recuperare i minimi assoluti che la vanità della realtà ancora ci concede:

Vero, esiste: un leggero ridere
di niente, il peccato che sbianca
il lenzuolo, la mischia che nutre
il primo numero, il caso che
solido innalza, esiste. (pag. 64)

In queste minime moralia si vede la poetica della resistenza che fa sì che Casa rotta sia, pur sempre nella continuità di una lontana tradizione poetica, un’opera innovativa e propositiva.
Non c’è snobismo nel lirismo colto e raffinato di Valentina Maini, semmai una visione tragica della vita associata al suo fascino negato, una voglia matta di rialzare la testa e di tentare, pur nel dubbio, pur nel disorientamento generale:

Possibile ch’io debba dubitare dei confini,
a ogni giro di cornice
scatta foto ai miei contorni – chiedo –
quale il mio colore, tempra grave, sottile?
Necessito del peso universale
del completo calendario,
pur con occhi bene aperti
non mi vedo. (pag. 67)

.

© Alessio Alessandrini

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4 comments

  1. Mi sembra davvero un’autrice di valore, bellissimi i versi e anche il titolo del libro. Grazie all’autore della recensione, a cui però chiedo se non sia troppo forzato considerare il tutto come un discorso metaletterario… Almeno, fin qui non lo sento “dimostrato”, e forse l’eventualità di un discorso della poesia sulla poesia renderebbe in fondo autoreferenziale e meno interessante questa scrittura… Io ci sento molto altro, come in altri passaggi hai ben rilevato

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    1. Gentile Andrea la ringrazio per la sollecitazione e mi scuso per la risposta tardiva. La mia è un’interpretazione tutta personale sostenuta da una rilettura plurale ed evidenziata dai testi che invito a leggere, ovviamente non la credo come idea unica, quanto come elemento che aumenti il lavoro di una raccolta polisemica e da una forte connotazione. Questo permette a ogni lettore una sua visione prospettica. Anche io sono convinto che l’autoreferenzilitá limiti una qualsivoglia produzione poetica ma il mio intento non era quello di sottolineare una progettazione squisitamente meta-letteraria. Sono sicuro che la grandezza di “Casa rotta” stia nell’aver fatto diventare una voce privata, voce generazionale.

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  2. L’ha ribloggato su .sillages.e ha commentato:
    Alessio Alessandrini elenca con straordinaria puntualità alcuni dei lati migliori di me, e del mio libro:
    -Sensazione oppressiva dell’imponderabile
    -Dimensione algida e asettica
    -Senso di colpa
    -Senso di smarrimento
    -Senso di decomposizione
    -Dimensione atonale, di asfissia
    -Senso di immobilismo

    E insomma.

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