Riletti per voi #15: Dorothy Allison, Trash

Dorothy Allison, Trash, traduzione di Margherita Giacobino, Il Dito e la Luna, 2006, € 16,00

di Renzo Favaron 

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Leggere Dorothy Allison è toccare con mano il fatto, se così si può dire, che l’America ha un nucleo di popolazione non “colored” aborrita e discriminata, il che fornisce una prova tangibile della profonda lontananza e divergenza dalla favola che essa sia la patria del sogno a cui normalmente e superficialmente è stata ed è associata. Trash (Il dito e la luna, 2006) di Dorothy  Allison è una raccolta di racconti che aggiunge un tassello interessante e arricchisce la percezione di un paese a cui non poca letteratura e cinematografia è sembrata cieca o comunque ha lasciato più intuire che mettere a fuoco. In particolare, ciò che colpisce è l’accento, il tono, il punto di vista di un’autrice e insieme di una donna che si è sentita appiccicata l’etichetta di “bianca spazzatura”, un’etichetta che ha quasi lo stesso significato di “colored” e quindi di una macchia non meno carica di conseguenze. Forse non è casuale il fatto che Dorothy Allison sia originaria del South Carolina, ovvero di uno di quegli stati dell’America che hanno dato (sì) i natali a William Faulkner e Flannery O’Connor, ma rispetto ai quali è piuttosto diffuso lo stereotipo che siano abitati da persone (stupide, cerebrolese, moralmente carenti), che sono l’esatto contrario dello stereotipo Yankee.

Come che sia, centrale nella raccolta di racconti è la figura della madre, una donna dalla scorza dura e che a poco a poco, anche se non è più di tanto istruita né colta, si rileva essere ricolma di scienza infusa. Infatti, alla figlia Dorothy, consiglia: «Non dire a nessuno quello che succede veramente. Non siamo al sicuro, l’ho imparato da mia madre. C’è gente al mondo che è al sicuro, ma noi no. Non far sapere a nessuno i fatti tuoi». Oltre a ciò, orgogliosamente conscia della propria condizione, aggiunge: «Non volere quello che non puoi avere». La madre di Dorothy sa di essere una bianca trash, ma ha una qualità rara non meno che cristallina: la “grinta”, e grazie a questa contrasta e sopporta gli urti della “storia” personale e familiare. Del resto,  non solo la madre si staglia e spicca, ma altre figure dell’universo parentale, come la nonna e la zia Alma. Quest’ultima, in uno dei racconti più più toccanti della raccolta, un giorno si sposta da Greenville e inopinatamente compare davanti alla nipote, che ormai da alcuni mesi si è stabilita altrove. E’ stata la madre a mandarla in avanscoperta e la casa in cui vive Dorothy è una topaia; non ci sono sedie, ma banchi di chiesa, e la nipote ricorda che la zia si rifiutava di andare in chiesa perché non c’erano le sedie a dondolo. Però, quasi fosse una cosa normale, all’interno c’è un tavolo da biliardo, e a un certo punto zia Alma rastrella le biglie e le sistema “in un triangolo perfetto”. Mentre la zia si piega sul tavolo verde, Dorothy si volge indietro e la ritrae come una donna generosa e sui generis. Già, la sorella della madre gestiva una trattoria e le piaceva giocare, tanto che non andava mai a casa senza farsi “prima tre o quattro partite, da sola”. Facendo una digressione, appare chiaro che l’avere messo al centro del racconto il tavolo da biliardo è qualcosa che va al di là della mera trovata narrativa, nel senso che zia Alma si può a tutti gli effetti considerare il prototipo della donna in grado di competere in un campo tradizionalmente appannaggio o, se così si può dire, culturalmente fatto su misura per l’universo maschile. Tuttavia, è una donna “vecchio stampo” e il cruccio che l’ha portata a far visita alla nipote è racchiuso nella domanda: «Hai pensato ai figli?». Nel leggere il racconto, tanto per cambiare, ci sono venute subito in soccorso le raccomandazioni della madre già esposte e trascritte da Dorothy, ovvero: «Non dire a nessuno che il patrigno ti picchia. Succederebbero cose terribili che non si possono neanche dire». Come la stessa autrice ha ammesso, però, lei non è come la madre, non ha la sua stessa forza e ora non sveleremo la storia che racconta a zia Alma. Pensando al lettore, ci limiteremo ad aggiungere che l’autrice contravverrà alla regola materna di mantenere il massimo riserbo in merito a ciò “che succede veramente”.

Tornando al tavolo da biliardo, intorno al quale zia Alma rotolava “la stecca tra le dita come si rotola i biscotti nel burro”, è senza dubbio opportuno notare che Dorothy Allison è stata un’assidua frequentatrice di locali in cui, su venti tavoli, ce n’erano “sempre almeno cinque dove giocavano delle donne, delle vere dure”. E il perché si spiega con il fatto che l’autrice ha legato la propria pulsione sessuale all’oggetto femminile e non a quello maschile. In altre parole, risentendo della sua origine sociale e dell’influsso nefasto del patrigno, si è scoperta e ha messo in atto i comportamenti di una dyke, cioè di una lesbica più corpo e meno lesbian civilizzata. Trash, sostanzialmente, è un libro di storie che ricalca i modelli dei racconti e romanzi di formazione, con tratti non solo singolari e socialmente pregnanti, ma altresì onesti e tracciati da una voce che non vuole e non si percepisce mai come superiore alle storie che allestisce. Le quali, va detto, sono piccanti, succose e condite di crudo realismo, anche se mai compiaciute o inclini a compiacere scadendo in descrizioni di fattura grossolana e volgare. Anzi, la scrittura di Dorothy Allison sembra essersi assunta il compito di riscattare ciò che è basso, impuro e grezzo, e lo fa infilando frasi in cui trasuda e traspare una grazia ruvida e insieme accompagnandole con uno sguardo sincero e aderente alle cose narrate. In Demom lover, tanto per dire, l’autrice riceve la visita di un’amante morta e, dialogando e rievocando i momenti della loro storia, si passano uno spinello come se il tempo non fosse mai passato e lo stesso spinello avesse il sapore di quello che avevano preso ad Atlanta tre anni prima, anche se la mano che lo regge, quella dell’amante, è trasparente. Già, proprio così; ispirano, espirano, e in questo modo apprendiamo ciò che piaceva all’una dell’altra, e insieme prendiamo coscienza dell’iniziazione di Dorothy agli usi e costumi della vera dyke, come pisciare “in piedi, con le ginocchia un po’ piegate, i jeans attorno alle caviglie”, più o meno alla stessa stregua di un ragazzo. L’amante era una tossica e, dopo che Dorothy se ne era andata e l’aveva lasciata sola, era morta di overdose. Di fatto, leggendo il racconto si respira un forte senso di colpa e allo stesso tempo si coglie e viene portato in superficie il lato aspro di Dorothy, capace di forti sentimenti ma in fondo tutt’altro che incline all’amore, al darsi tutta e in modo esclusivo a una sola persona. Non sembra esserci cattiveria, diffidenza, ostinata irriducibilità alla base di ciò, ma una ferita aperta e perpetuamente sanguinante, in merito alla quale la stessa autrice risulta piuttosto vaga (per non dire reticente).

Comunque sia, è nello sciorinare sentimenti genuini che dà il meglio di sé, come nel caso di Lupus.  Questo racconto, tra l’altro, omaggia Flannery O’Connor e lo fa andando a visitare una donna del Sud, il cui marito è appunto morto di questa malattia. La donna si chiama Temple, ha i capelli rossi e, oltre al marito, ha perso anche un figlio a causa del Lupus e un’altra figlia ha minuscoli noduli sulle spalle, che “sembrano lentiggini ma non lo sono”. Temple vive incatenata a un passato dal quale non riesce e di cui non vuole liberarsi, è cioè l’esatto contrario di Dorothy, a cui ora piace “la luce fredda dell’inverno che arde sui tetti d’ardesia, che sta sospesa sulle autostrade del New Jersey”; non solo, nel senso che ha imparato ad apprezzare anche le  “macchine che lasciano dietro una scia di musica rock, i vestiti aderenti della gente, i palazzoni altissimi, la dolcezza dell’alba quando non dormi da giorni”. Sì, ne ha fatta di strada lei, ma quasi tutti gli anni va a trovare Temple, forse la prima donna che ha svegliato in Dorothy la passione lesbica. La donna è altresì l’esempio vivente di un Sud sempre uguale a se stesso e che non cambia, un Sud che l’arroganza Yankee  disprezza e di cui farebbe volentieri a meno. Eppure è lì, ucciso ma non morto, come un dialetto. E Dorothy Allison, empaticamente in sintonia con il personaggio, ne tratteggia un ritratto pietoso e struggente, tanto che non è azzardato associarlo a un esempio di resistenza eroica o, meglio, alla fedeltà a un luogo contrapposto al resto del mondo (il che sembra alludere a quella che è stata, per quanto non vissuta, la principale e forse unica passione amorosa effettivamente provata dall’autrice).

Senza dubbio in questo racconto si raggiunge un’intensità narrativa davvero ragguardevole, anche se non è il solo. Anzi, in molte altre pagine Dorothy Allison sa dosare in maniera perfetta le parole in relazione alle situazioni e persone descritte. Compito più facile a dirsi che a farsi, non per altro ma perché è un’impresa che richiede in ogni momento la massima serietà e onestà quella di provare a non uscire dal solco che separa la vita dalla scrittura, e l’autrice dimostra in questi racconti di esserne all’altezza.

Ancora un’ultima annotazione: in anni passati ci è stato detto e ripetuto che l’avanguardia è nelle forme. Scorrendo le pagine di Trash, ci è invece venuto da pensare che si trova nei sentimenti. Se avrete la voglia di acquistare e leggere il libro di Dorothy Allison, fateci sapere come la pensate voi.

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© Renzo Favaron

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