Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

Chirù narra una storia eterna, forse banale. Come sono banali le storie di uomini che attraversano i mari su una barca, di guerre che vengono combattute e di bambini che crescono nelle foreste. È la storia dell’insinuante, appassionata formazione di un ragazzo – lo scompigliato e ombroso Chirù – da parte di una donna luminosa e complessa, dalle grandi generosità e le sottili reticenze. Eleonora ha un passato familiare turbolento, e dietro la presa che ha sul mondo, imparata a strattoni, continua a essere visitata dagli incubi di un senso di colpa che non è il caso qui di svelare.
Il libro si struttura in lezioni, quelle che vicendevolmente i due personaggi non si scambiano, bensì si scaraventano addosso nei loro impatti; e una struttura ancora più sottile cadenza la maniera che Eleonora e Chirù hanno di arrivare al limite della loro incandescente vicinanza prima di ritrarsi. Del resto «È la dose, amica mia. È sempre la dose che fa il veleno», ricorda a Eleonora il più pacato Fabrizio, come lei abituato a prendere giovani allievi per modellarli verso la loro intima direzione.
Molti sono i flashback,  la storia si compone a tasselli, seminando motivazioni ai gesti, ragioni alle paure. E nel frattempo la geografia del libro porta lontano, come in una tournée che è in effetti quella della protagonista narrante; un secondo fuoco di un’ipotetica ellisse si accende nell’Europa del Nord, dove Eleonora affronterà il più socievole ed estroflesso dei ritiri spirituali, sempre meditabonda sul suo rapporto con Chirù, in inesorabile ma comunque ambigua evoluzione.
Eppure tutti gli spostamenti, nello spazio e nel tempo, gravitano attorno alla Sardegna come una falena attorno alla luce: una Sardegna che è sagra di paese d’infanzia (infanzia mai idealizzata ma sempre ferina, brutale), luce sulle pietre e costa di mare, ma soprattutto lingua, quel sardo che Chirù conosce a stento ma che per Eleonora diventa idioletto di riferimento per un legame da interpretare, sviscerare, custodire, a volte allontanare come un oggetto rovente che sia stato involontariamente trattenuto in mano.
La breve nota di lettura si ferma qui. Perché quello che vorrei è far ascoltare il pensiero di Eleonora – e dunque la prosa di Michela Murgia – nella sua analitica, dolente precisione. Prosa che costruisce la voce di una donna sottile, appassionata ma piena di una forte struttura. Ed è a questa voce che lascio i lettori, con tre piccoli brani. Buona lettura.

«Dev’essere triste tornare a casa e non trovarci mai nessuno», mi ripetevano in confidenza le coppie che conoscevo, come se la tristezza fosse un fatto di sottrazione numerica, un disagio che l’avere qualcuno per casa avrebbe potuto scongiurare. Ho provato per un po’ a smentire queste letture commiseranti, ma nessuno aveva davvero interesse a sentirsi dire che a me andava bene così. Sono troppo destabilizzanti gli appagamenti raggiunti fuori dalla norma, oltre i confini di quei patti taciti su cui si reggono molte relazioni che amiamo definire solide. Le varianti di struttura non sono gradite. Ogni volta che ho detto che ero felice così, ho sempre scorto negli occhi altrui il bisogno di non crederci. Al contrario, ogni volta che ho concesso la falsa conferma della mia incompiutezza li ho visti rassicurati di aver fatto bene a considerarsi per tutta la vita la metà di qualcun altro e tenere insieme sotto lo stesso tetto, dentro lo stesso letto, solitudini e patrimoni a qualunque costo. Per questo io non insistevo. Non ho mai provato il bisogno di prendere a calci le quinte dei teatri altrui quando non era necessario. Oltretutto è rischioso: nessuno può sapere quanto rumore fa una certezza che si rompe.

Gli tremava la voce. Non riuscivo ad abituarmi all’adolescenza che si portava nascosta addosso e che a volte mi appariva all’improvviso, con lo scatto spaurito di una bestia di bosco. Sapevo che avrebbe imparato presto a nascondere quella sua fame emotiva, come sempre si fa con ciò che è nudo e indifeso, ma quel pomeriggio mi pareva che tutte le innocenze fossero ancora possibili, persino le mie. Della sua fragilità in quell’istante amai proprio quello che dell’amore si paga più caro: l’assenza di calcolo e di misura che appartiene solo alle cose nate libere.

Ho coltivato una speciale diffidenza per chi si compiace di dire sempre quello che pensa. Temo con ogni fibra quel tipo di persona che è pronta a scambiare per pensiero il moto casuale di tutto quello che gli passa per la testa e chiama sincerità l’incapacità di controllarlo. Quello che io chiamo pensiero non somiglia in nulla a un lampo illuminante, perché è il risultato di un delicato processo di risalita da certi fondali solo miei. Anche dopo avverto il bisogno di filtrarlo attraverso l’esperienza, una maglia che con gli anni si è fatta sempre più stretta. E comunque, nemmeno alla fine di questo percorso le cose che ho ragionato mi sembrano quasi mai pronte per essere dette. Per questo ho paura di quelli che affermano di avere l’abitudine di dire tutto quello che pensano: il flusso scomposto di giudizi avventati, umori e temerarietà brucia allo stesso modo le labbra di chi lo pronuncia e le orecchie di chi lo ascolta, e lo fa nell’istante stesso in cui vi prende forma.

© Giovanna Amato

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