proSabato: Massimo Pacetti, Le ronde

Massimo Pacetti, Le ronde

Passo per strada, sul marciapiede dal lato in ombra, che oggi fa caldo, e da una finestra aperta, al primo piano esce una musica, una canzone che ho già ascoltato.
Sono trascorsi quarantacinque anni.
Il terremoto quarant’anni fa spazzò via la torre e la piazza, a Gemona del Friuli.
Al cinema gli alpini stavano da un lato, la fanteria d’assalto dall’altro lato, e in mezzo i civili, al centro.
Si chiamava, o meglio, tutti lo chiamavano “Fort-Apache”, e c’era un bel campo di calcio, nella vecchia caserma di Artegna. Le montagne della Carnia su a nord, e a est… la cortina di ferro.
Non so di quale ferro si parlasse.
Ci guardavamo, fra i monti del Carso, vestiti tutti uguali, di verde marcio.
Avevamo tutti vent’anni, a est e a ovest. E i cani abbaiavano, nella notte fredda ed elettrica del confine.
I cani abbaiavano a est e a ovest, e avevano tutti lo stesso ululato, lo stesso uguale latrato.
I cani parlavano la stessa lingua.
A nord, il nord dell’ovest, i terroristi preparavano il tritolo.
Ovest, contro ovest, o nord-ovest. A ovest, ci odiavamo.
A est e ovest non ci conoscevamo, non ci eravamo mai incontrati, né scontrati.
Ci guardavamo fra le lenti dei cannocchiali.
E al mattino riposavamo senza odiarci, senza volti, esausti, sfiniti, indifferenti. Ci divideva il mare e ci dividevano i monti, e la cortina di ferro!
La cortina di ferro, una barriera.
Carri armati e soldati, fucili carichi, inerti. Pallottole bagnate dalla brina e dalla pioggia, dalla neve e dalla nebbia, fra le terre e le valli, fra le pietre affilate come lame. Voci, fra l’abbaiare dei cani, incomprensibili parole di lingue sconosciute, grida secche.
Nelle notti di luna, ombre sui picchi e una bottiglia di grappa che scorre fra le mani.
A est e a ovest.
Cambia solo il nome, la grappa è la stessa. Slivoviza o grappa.

Il confine è una linea immaginaria, fra vette e rocce che non sanno da che parte stanno.
Potremmo sederci insieme, siamo tutti vestiti uguali.
La cortina di ferro è solo una linea inesistente di odio nella notte, che non divide chi ha vent’anni.
A sud, oltre il Mediterraneo, si fa la guerra.
Non c’è la cortina di ferro, c’è la guerra. E ci saranno i morti.

Passano i carri armati: da nord a sud. A est? Chissà! C’è la cortina di ferro, e c’è il silenzio.
Passano i carri armati e vanno a sud: a fare la guerra? E sennò, a fare che? A proteggere la guerra?
Le navi già pronte nei porti, sul mare. Gli aerei già fumano sulle piste grigie e gelate.
E la cortina di ferro è inutile.
Nessuno ferma la guerra.
Ci guardiamo, al mattino, prima di scomparire sui sentieri fra i monti. Ciao a domani, sorridono i volti, dietro le lenti dei cannocchiali. Noi dovremmo odiarci, e ci sorridiamo.
Laggiù, a sud, si muore.
Attoniti, non ci eravamo accorti che i nemici li avevamo alle spalle. Dentro le nostre case, e fra il tritolo si alzarono le fiamme, a ovest, e i nostri vent’anni si spensero.
Attoniti, non si accorsero, a est, che i nemici avevano bevuto la stessa grappa, lungo la cortina di ferro, nelle notti fredde, fra i picchi della Carnia quando avevamo vent’anni.
Guardavamo a ovest, e a est già si caricavano i fucili. E fu l’orrore, l’odio, la morte tra fratelli.
La cortina di ferro era scomparsa nelle notti di neve.
Ci eravamo voltati le spalle senza una parola, senza sparare un colpo di fucile.
I fucili li rivolgemmo contro di noi. Contro la nostra gente. E sparammo, dentro le nostre case, nelle nostre strade e nelle piazze.
Dovevamo fare la guerra sulla cortina di ferro. Ci sorridemmo, e la battaglia si infiammò nelle nostre città.
Parlavamo la stessa lingua e bevevamo la stessa acqua, e ci uccidemmo.
A est, e a ovest.

Sulla cortina di ferro crollano vecchie casematte arrugginite che mai hanno sentito l’odore della polvere e il sibilo delle pallottole.
E a ovest, e a est, si visitano i cimiteri, si ricordano i morti, ora che il fuoco si è spento.
I nostri vent’anni hanno il profumo della grappa e dei monti nelle notti di pioggia. A ovest e a est.
E ora che i capelli si sono colorati di bianco come i picchi della Carnia, gli occhi hanno visto la verità. Che un’altra storia è stata scritta, e non è quella che aveva portato fra le vette e i dirupi del confine orientale i ragazzi a vent’anni. E la cortina di ferro si è dissolta, e il confine orientale, e il confine occidentale, sono parole che si sono perdute nel vento, e abbiamo paura di voltarci indietro.
Credevamo che i nemici fossero davanti a noi e, con tristezza, abbassiamo lo sguardo per non vedere quel tradimento dell’esistenza, quella menzogna infernale: i nemici erano fra di noi.
A est e a ovest.
Come sempre.
Una dura sconfitta, una pesante lezione, che non abbiamo ancora imparato.

La cortina di ferro è un ricordo.
I confini, una linea immaginaria.
Ma l’odio degli uomini rimane.
E, nell’angoscia, finalmente sappiamo…

Il nemico non è né a est, né a ovest: è solo dentro di noi.

Massimo Pacetti, Racconti impertinenti, EdiLet 2016, pp. 92-95

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