Per Derek Walcott

Oddjob, un bull terrier

Ti prepari a un dolore
ma ne arriva un altro.
Non è come il clima,
non puoi fronteggiarlo,
essere impreparati è tutto.
Il tuo compagno, la tua donna,
l’amico che ti è accanto,
il bambino al tuo fianco,
e il cane,
tremiamo per loro,
guardiamo il mare e pensiamo
pioverà.
Dobbiamo prepararci alla pioggia;
non colleghiamo
il sole che àltera
gli oleandri oscurati
nel giardino in riva al mare,
l’oro che si spegne sulle palme.
Non colleghiamo questo:
il puntino di pioviggine
sulla pelle,
col mugolio del cane,
il tuono non spaventa,
essere pronti è tutto;
ciò che ti segue ai tuoi piedi
sta cercando di dirti
che il silenzio è tutto:
è più profondo della prontezza,
è profondo come il mare,
profondo come la terra,
profondo come l’amore.
Il silenzio
è più potente del tuono
siamo colpiti nel profondo, ammutoliti,
come gli animali che non dicono mai l’amore
come noi, sennonché
diventa inesprimibile
e dev’essere detto,
con un mugolio,
con le lacrime,
con la pioviggine che ti sale agli occhi,
senza dire il nome della cosa amata,
il silenzio dei morti,
il silenzio dell’amore sepolto più in fondo
è il vero silenzio,
e sia che lo proviamo per una bestia,
un bambino, una donna, o un amico,
è il vero amore, è identico,
ed è benedetto
nel modo più profondo della perdita
è benedetto, è benedetto.

(trad. M. Campagnoli)


Approdo, Grenada

                                  per Robert Head, marinaio

Dove sei ancorato saldamente,
l’onda morta delle colline azzurre, le canne smosse
che si gonfiano in cumuli non si possono sentire;
come l’oceano lento e ininterrotto,
un moto ripiega l’erba dove sei sepolto,
e il mare in andane,
la cui magnificenza detestavi,
s’innalza senza suono.

I suoi umori non contenevano mitologie
per te, era un luogo di lavoro,
di tonnellaggio e stelle ordinate;
hai scelto il tuo approdo con la certezza
disinvolta di un marinaio,
calmo come quella razza
nel cui cuore trovasti un porto;
la tua morte è stata un’annotazione
sul giornale di bordo,
la tua sofferenza conteneva la strenua
reticenza di coloro
che non ostentano mai i propri riti,
perché odiano imporsi, offendere.
Amico profondo, insegnami come imparare
tanta serenità, tanta facilità di approdo,
la tolleranza derisoria di quelle
terse elegie tombali
che rimano la nostra fine.

(trad. M. Campagnoli)


Blues

Quei cinque o sei ragazzi
acquattati sulla veranda
in quella arroventata notte estiva
mi fischiarono addosso. Cordialmente.
Così mi fermo.
MacDougal o Christopher
Street in catene di luce.

Una festa d’estate. O qualche
santo. Non ero troppo lontano
da casa, ma non troppo chiaro
per un negro, e nemmeno troppo scuro.
M’immaginavo che fossimo tutti
una cosa sola, latino, negro, ebreo,
e poi non eravamo in Central Park.
Ho il passo un po’ pesante? Indovinato!
E questo negro giallo lo picchiarono
fino a farlo blu e nero.

Già. Durante tutto questo, per paura
che uno usasse un coltello,
appesi a un idrante la mia giacca sportiva,
appena comperata, verde oliva.
Non feci niente. Quelli si battevano
l’uno con l’altro, in fondo. Perché la vita
concede loro poche emozioni,
ecco tutto. Ai negri, agli ispani.

La faccia fracassata, sanguinante
il mio lurido muso, la mia giacca – ramoscello
d’olivo – messa in salvo da tagli e da lacrime,
mi trascinai su per quattro rampe.
Riverso nello scolo, mi ricordo
di alcuni che guardavano e gestivano
a gran voce, e una madre che gridava
più o meno “Jackie” o “Terry”
“adesso basta!”.
In fondo non è niente.
Ragazzi a cui manca un po’ d’amore.

Tu sai che non volevano ammazzarti.
Solo gioco pesante,
come vuole la giovane America.
Eppure, mi ha insegnato qualche cosa
sull’amore. Se è così brutale,
non parliamone.

(trad. G. Forti)


L’amore dopo l’amore

Verrà il momento
in cui, con gioia,
saluterai te stesso mentre arrivi
alla tua porta, nel tuo specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

dicendo: siediti qui. Mangia.
Amerai di nuovo l’estraneo che era te.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, all’estraneo che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro, che ti conosce a memoria.
Togli le lettere d’amore dallo scaffale dei libri,

le foto, gli appunti disperati,
sbuccia la tua immagine dallo specchio.
Siediti. Banchetta con la tua vita.

(trad. M. Campagnoli)

Leggere Derek Walcott per comprendere un’origine

La vita di Derek Walcott, a vederla ora che si è fermata, sembra un appuntamento con la leggenda prima ancora che con il destino. Sì, è così! Perché il solo fatto che lui sia cresciuto leggendo i classici, dal momento che a Saint Lucia – “la Elena dei Caraibi” –, dove nacque nel 1930, mai un libro era stato stampato ancora, segna profondamente la sua arte tutta, e non solo la poesia. Walcott apprenderà una lingua da una letteratura che non aveva mai descritto i suoi luoghi se non per similitudini, perché era una lingua che non aveva le parole per indicare, nominare, e quindi non solo descrivere, quella natura caraibica. A Walcott spettava il compito di dare forma e sostanza a quella natura e alle sue voci, come un poeta delle origini; come il primo poeta di una nuova letteratura. L’appuntamento con Omero era solo una questione di tempo, poiché tutto era tracciato in quell’insistito uso del verbo to start, o del suo simile to begin, sin dagli esordi – come indicò Luigi Sampietro, nell’articolo che apre il fascicolo nr. 247 di “Poesia”. I suoi Omeros erano (sono) i volti che quella letteratura importata di cui si era cibato non aveva mai fatto parlare, agire, vivere. I suoi Omeros erano (sono) l’espressione di una nuova letteratura che si è nettamente contrapposta agli Orfei negri, a mio avviso: una poesia di luci e colori, di nomi e lavori anche modesti, in grado di descrivere il suo mondo senza cedere a certo revanchismo. Il suo Odisseo non è diverso da un pescatore caraibico, perché è la quotidianità che si fa epica come in Omero, e perciò precede ogni classicità come Omero stesso precede la grecità. Walcott è un poeta delle origini, come recita in Sea Grapes: «l’incavo creato dal masso del Ciclope, dalla cui ondata i grandi esametri arrivano» (1976).
Nella vasta proposta di poeti che affollano (e a volte intasano) le vie che conducono i lettori alla poesia, Walcott dovrebbe essere letto perché nelle sue poesie scorre piena la musica e il ritmo, e la misura del verso ha un senso preciso, e la presenza delle rime hanno un significato altrettanto preciso: certificano, testimoniano la poesia stessa che deve essere memorabile. Il verso libero non è affar suo e, per Walcott, non è mai stato nemmeno affare della poesia. Il bello che non nasconde il vero (e quindi il brutto) non teme di nascondere anche il male, perché il bello raggiunto con una poesia che si mantiene fedele alla sua natura musicale sconfigge e non nasconde soltanto il male stesso.

White Egrets

The chessmen are as quiet on their chessboard
as those life-sized terra-cotta warriors whose vows
to their emperor with bridle, shield and sword,
were sworn by a chorus that has lost its voice;
no echo in that astonishing excavation.
Each soldier gave an oath, each gave his word
to die for his emperor, his cause, his nation,
but still to stand still, breathlessly erect
as his own effigy that silence will select
and station like a chessman on a board.
If vows were visible we would see ours,
the way these changeless chessmen stand in the light
vowing eternal fealty to a cause
whose queen you are, vigilant through the night,
and suffering silently from love’s deep curse,
that not all the clamour of battle can set right,
only the chessmen’s silence, while trees toss
on the lawn outside with the music that is time’s
and vows that die and harden in their loss,
while a sable blackbird twitters in the limes.

Aironi bianchi

I pezzi sono immobili sulla scacchiera come i guerrieri
in terracotta a grandezza naturale, il cui giuramento
di fedeltà all’imperatore, con spada scudo e briglia, fatto
da una voce a questo punto spenta, aleggiava come fosse
una eco in quello scavo strabiliante. Ogni soldato
un voto e ciascuno pronto a morire per la causa,
per la nazione e per l’imperatore, e tuttavia tuttora
immobile e diritto, senza respiro, come un simulacro
di se stesso che dovrà essere il silenzio a vigilare
collocandolo al suo posto. Se i nostri giuramenti
fossero visibili, li vedremmo al pari di questi pezzi
sulla scacchiera, immutabili e fermi sotto la luce,
sudditi votati per sempre a una causa che ti vede
regina, vigile la notte e vittima silenziosa dell’amore
e di un incantesimo a cui non può porre rimedio
il fragore di nessuna battaglia ma solo
la tranquillità degli scacchi, con gli alberi che fuori,
sul prato, si muovono al ritmo del tempo, i giuramenti
che vengono meno e che, morti, sono ancora più forti
mentre un merlo, nero, fischia sui limoni.

(trad. di Luigi Sampietro)

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© Cristiano Poletti, Fabio Michieli

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