Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale.Così siamo una dozzina, tra gli otto e i dieci anni, e abbiamo percorso i vicoletti in salita che portano fino al cancello posteriore della casa. Io sono quello leggermente a destra, più arrabbiato. Lo sono perché quando abbiamo deciso di entrare in quella casa io ho comprato un quadernino apposito, e ho disegnato una mappa di tutto il sistema di vicoli studiando tragitti alternativi che avremmo potuto seguire tracciando linee colorate sulla piantina. In realtà ho segnato anche i tombini, per scrupolo, nella speranza che corrispondessero a un percorso fognario ben organizzato; ma non mi sono mai illuso che i miei compagni avrebbero accettato di passare per le fogne. Invece i miei compagni hanno ignorato le mie mappe in blocco. Quei disegnini erano chiaramente figli del mio disturbo ossessivo compulsivo che iniziava a fare capolino, ma adesso ho tra gli otto e i dieci anni, e questo lo ignoro: sono solo molto offeso. Sono arrabbiato perché speravo in una commistione di generi tra l’avventura e la detective story, invece i miei compagni hanno portato al massimo una forcina per capelli (Michele) e una torcia (Patrizia), ma nessuno che si sia preso la briga di caricarsi qualche borraccia d’acqua, una bussola o dei viveri. O di seguire la mia cartina, perdio.
Dimentico il mio livore quando Francesca poggia la mano sul cancelletto d’entrata. Non c’è bisogno di forzarlo: è aperto, e cigola. Al di là c’è un cortile che, va detto, è ben messo, e un portone che Michele ci assicura essere in grado di scassinare.
Tratteniamo tutti il respiro.
Finché dietro di noi, affacciata alla finestra di un piano terra, così vicina da poterla prendere per i capelli, una vecchietta spinge il collo oltre l’intelaiatura e ci avverte in dialetto stretto che se facciamo solo un passo nel cortile cerca sull’elenco telefonico i cognomi di tutti i nostri genitori e provvede per interposta persona a renderci difficoltosi anche i passi atti ad andare a scuola.
Ci disperdiamo senza una parola. Mi accorgo, scendendo verso la piazza, di quanto non mi ero neanche permesso di sognare l’entusiasmo che avrei provato a mettere piede in una casa deserta.
Non so quanto la signora sia responsabile del fatto che non mi sono mai permesso, neanche più tardi, di superare cancelletti cigolanti per prendere possesso di cose proibite. So che per quanto morta, per quanto mai più rivista, penso a lei con una frequenza che non dedico nemmeno ad alcuni parenti lontani. La gloria è una civetta, e certo lei non immaginava di conquistarla, quel pomeriggio, mettendo fuori il collo rugoso per urlarci contro da una finestra.

© Giovanna Amato

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