Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

lenigma-delloracolo-1910

Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.»
La mia strenua lotta per tenerlo ancorato davanti a questi cassetti sta svaporando dispersa dai trilli di una campanella e dalla sua memoria ballerina. Gli guardo i piedi come ho imparato a fare impartendomi qualche corso di controspionaggio emotivo: le punte rivolte verso di me attestano che, abbia o no qualcosa da dirmi, Maurizio ha intenzione di restare.
«Posso dirti io qualcosa per ingannare l’attesa», propongo. Lancio a lui la pallina della nostra permanenza in questa sala che si sfolla. Monitoro il battito e il flusso di sangue alle guance – il mio corpo si è reso conto e minaccia cedimenti – per non influenzare nessuna sua decisione.
«Sentiamo», sorride. È un sorriso al grado uno, le labbra guizzano alla conquista della guancia sinistra.
«Vorrei che tu leggessi Forster. Passaggio in India
Maurizio non mi chiede perché. Posa il libro che stringeva al petto e apre il borsello in cerca di qualcosa.
«Devo segnarmelo da qualche parte», dice. La sua ubbidienza mi sorprende e mi riscalda.
«Ti do un pezzetto di carta. Hai una penna?»
«Sì.»
Cerca un piano d’appoggio. La schiena si inarca per permettere alla penna il gesto dello scrivere. Improvvisamente penso alla flessibilità delle spine dorsali. All’atto di imparare la scrittura. Mi domando a che età abbia imparato l’alfabeto. A che età abbia imparato a inarcare la schiena.
«Ti sei ricordato quello che volevi dirmi?» dico, per riempire il tempo e per curiosità.
«No. Ecco, l’ho scritto giusto?»
Mi tende il foglio. A che età ha imparato la sua propria grafia?
«Sì.»
Vorrei essere abbastanza coraggioso da trattenerlo ancora per dirgli che ha la voce più bella che io abbia mai ascoltato. Che tutte le volte in cui mi cerca per i corridoi per dirmi cose che mi ha già detto, per stringermi il braccio senza darlo a vedere, io non lo interrompo per la bellezza delirante della sua voce. Invece resto immobile al mio posto come se la fede che ha al dito mi inchiodasse a una trave, mentre analizzo il modo morbido in cui si lascia guardare senza proteste e svicolo dal tremore che prende le sue mani più delle mie.
Dopo un attimo di silenzio Maurizio sorride. Grado tre. Il secondo grado – labbra distese fino quasi al tremito, occhi strizzati – saltato in blocco. Vinco uno sfoderato sorriso che sfiora la risata. Qualcuno mi biasimi per la mia voglia di guardare i suoi bianchi denti irregolari.
«Non mi ricordo ancora quello che dovevo dirti.»
Mentre lo dice mi tocca un braccio. Rischiosa gentilezza in un luogo che sta smettendo di essere affollato ma persevera nell’essere pubblico.
«Non fa niente», rispondo.
La mano che era sul mio braccio va all’attaccatura del naso. Gesto familiare come quello di sistemare la tracolla, usare il medio per chiamare l’ascensore, scrollare i capelli quando si siede. Divido questi gesti con qualcuno che li ama da più tempo e più precisamente di me.
Leggo nella stanza un movimento dietro le sue sopracciglia alzate. Con un gesto la vicepreside cerca di attirare la mia attenzione, vorrà sapere cosa facciamo ancora in sala professori invece di salire in classe. Restituisco il gesto, tocco il braccio di Maurizio all’altezza del gomito, il suo giubbotto è un piumino, abbasso la voce.
«Ci chiamano.»
«Chi?»
«La vicepreside, con la mano.»
Maurizio stringe gli occhi come per richiamare un’idea.
«Ferreri, terza E.»
«Quello della nota? Che c’entra?»
«Ecco cosa dovevo dirti. Bisognerebbe avvisare i genitori.»
Ne è talmente certo che mi domando se sia davvero di questo che voleva parlarmi fin dall’inizio.
«Sei noioso», dico, «parli sempre di scuola.»
Sorride. Grado due, ma la pelle è lucida come una mela.
Poi la vicepreside esce. Sono usciti tutti, e Maurizio continua a sorridere. Si sposta un ciuffo con la mano, la fede brilla leggermente. Mi chiedo quanto un tuffo acrobatico sia davvero degno di applauso se la piscina è vuota.

© Giovanna Amato

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