‘L’adatto vocabolario di ogni specie’ di Alessandro Silva

copertina-silva

Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, Pietre Vive, 2016, € 10,00

Fra le innumerate definizioni circolanti della poesia, in me ha ben radicato quella formulata da un caro amico, del quale proteggo l’anonimato: egli sostiene che il poeta “vero” ci debba indicare un punto, un punto che può essere già familiare al nostro sguardo, eppure – inforcando le lenti del componimento poetico – in quel punto la poesia deve rivelarci qualcosa di nuovo. Non me ne vorrà l’anonimo autore, se mi concedo la libertà impertinente di ampliare l’immagine, con la scontata precisazione che la poesia può anche mostrare in modo nuovo oggetti conosciuti.
È questa la reazione che ha suscitato in me il libro di Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, edito da Pietre Vive Editore nel 2016, vincitore del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.
La raccolta, per l’appunto, ci narra in modo nuovo del dramma dell’ILVA e di Taranto, dello stupro interminabile subito dalle genti e dal territorio, attraverso le vicende di un operaio e della sua famiglia, che assurgono a simbolo della tragedia ormai allignata in questa zona del sud Italia, che ad onta dei quasi quotidiani proclami, risulta abbandonata a sé stessa e da sé stessa.
Non passa inosservato il fatto che Silva provenga da Parma, una delle province del Nord, alcune delle quali immerse in un’aura dotta e altèra, unicamente per irradiazione dalle vestigia del passato. Benché, com’è ovvio che sia, fermentino movimenti e idee progressiste e compassionevoli, ivi si respira l’ipostasi della ferrea regola, per la quale l’intensità di una sciagura è inversamente proporzionale alla distanza dall’osservatore (in virtù della mia purissima schiatta lombarda, mi assumo totalmente la responsabilità dell’affermazione).
L’autore, si legge, possiede anche una sensibilità tecnica: ha conseguito un Dottorato in Biologia e Patologia Molecolare, viene dal mondo della ricerca; certo ha strumenti per comprendere appieno il disastro che si abbatte costantemente, da decenni, su quella città.

IL LIBRO

Il libro si apre con prologo composto da brevi prose, con commenti a sfumature poetiche, le quali, partendo dal 1980, con una carrellata su fatti di cronaca e giudiziari, preparano la scenografia che farà da sfondo ai personaggi e che indirizza il lettore nel vicolo cieco di Taranto, laddove “…Il polo siderurgico mantiene una libertà di rendere cieche le costole del fiato e chiudere il respiro.” (pag. 10), “Un brusio sporco di finestre, la memoria dei pochi fili d’erba, lo sguardo e il suono del vento, intanto, ingoiano Taranto.” (pag. 18) e ancora “Le voci di malattia, le nuvole sotterrate, le albe della primavera: si sta dentro la città che ne muore, nel viaggio verso casa.” (pag. 22).
Unico lampo di luce, che non sia mortifero come quello della colata, ma foriero della speranza di sperare è il giudice: “Il giudice Patrizia T. ha mani esatte e laboriose, di grammatica breve. Un astro umano che cerca verbi di luce per ogni giorno.” (pag. 20).
Le sezioni poetiche che seguono (cinque), ci presentano un verseggiare che, pur transitando nel verso libero, mira alla misura. Talvolta, delle irregolarità toniche frammentano la musicalità del testo e, sia o meno una precisa scelta dell’autore, lo declinano in una scrittura più prosastica, tuttavia sempre sostenendo – a mio parere – il pathos delle immagini e dei fatti evocati. La scrittura di Silva non sconfina mai nell’eccesso; è assente, infatti, la “spettacolarizzazione” del dolore, autentico pericolo retorico, poiché, in questo libro, i veleni, la malattia e la morte sono chiamati anche con nome proprio. Sulla quarta di copertina si accenna a “rari accenti pavesiani”; questi, e le citazioni di altri autori, alimentano l’atmosfera precaria (per esempio, il quadro che, in Novecento di Baricco, cade dopo anni di onorata carriera espositiva), rafforzano il senso di fine ineluttabile. L’opera di Silva, tuttavia, prevede un congruo contrappeso, con spunti più lirici, malinconici e profondi, che senza dubbio “annacquano” il male, agli occhi del lettore.
Il tutto è fuso in una miscela omogenea e riuscita, che mostra uno stile consolidato, una precisa linea poetica (particolare importante, in quanto trattasi di opera prima), come nel componimento sotto riportato (tratto dalla prima sezione LUCE DENTRO LA TERRA), dove la conta sillabica si espande verso la terzina centrale, per poi diminuire, come a portare l’attenzione sul momento della protesta (battaglia) e sottolineando la desolazione finale:

QUALCUNO CHE CADE (pag. 28)

……………………………………………….otto/giugno/duemilaequindici

Nel pomeriggio è accaduto
all’altoforno Due, l’incidente.
Ci sono state, dopo, ventiquattro
ore di mani alte [mani di ferro
calloso e nodi di dita nerastre].

Una babele di passi scesa in battaglia
tra rottami e mantici di aria che ustiona.
Occhi rauchi e cicatrici aperte di labbra.

C’era un morto e nessun messia
per motivi di sicurezza. Quaggiù
è la terra in fondo un sudicio
ossario e, del nostro tocco o sguardo
poco importa a qualcuno.

Dalla seconda sezione (L’adatto vocabolario d’ogni specie, titolo del libro, di sezione e di un componimento) estraggo Decreto d’urgenza (pag. 39), esempio significativo della tensione che affiora nelle pagine del libro e che mi rammenta A Elsa Morante di Dario Bellezza (da Invettive e licenze, Garzanti, 1971), autore che questo libro mi evoca, non per comunanza d’argomenti, ma per l’incedere dell’invettiva : “E la sciagura che li coglie per strada/ e li fulmina piamente stecchiti/ li lascia prede delle iene umane/ che scrivono i loro necrologi sui giornali./ Le loro dita sono piene di anelli/ la loro grazia bugiarda di mentire/ sa che io non ho bisogno di droghe./ E mi guardano come un povero rejetto,/ un infelice, ma non troppo m’offendo./ So che vanno per le vie del mondo/ con in bocca il sapore della polvere/ e del tossico: […]”:

quattro/luglio/duemilaequindici

Si decide di non rischiare la tenuta
dello stabilimento. L’impaziente
agilità acquattata in chi legge
sulla schiena dell’altro una congiura
di denari a lento conficcata è propria
di coloro che, da buche a scranno,
lavorano come matti di miniera
scavando con unghie vergini e
la grazia di frasi eloquenti.

Hanno sporcizia tra pollici e polmoni
fumano quando non li vedi, bevono
…………………………………………………….anche
sugli aerei e ai tavoli presidenziali.
Hanno di noi una pietà che approva
il diritto alle ferie [intanto muore
l’intonaco nelle case, di giocattoli
pochi e rottami putridi nel porto].
Non salvano le teste le rendono
solo più innocue per un appetito

che le coglierà inermi, nel sonno.

Come sopra accennato, non mancano incursioni in un linguaggio più addolcito, che vuole penetrare la realtà oggettiva, e forse – per tale ragione – più canonicamente poetico, ma sempre recante il marchio di fabbrica dell’autore, come in La mattina, sul fresco (pag. 58), testo incluso nella terza sezione (Forza primitiva), dove spicca un incantato distico:

Camminiamo da più di mezz’ora.
Mio padre si ricorda del pane e
recupera in tasca qualche moneta.
“VA” mi dice. Un profumo di vento
ci avvolge e dentro la polla dei suoi occhi
trasogna l’acqua scaldata dal sole.

Sempre c’è acqua in quegli occhi
e a ogni giorno si fa più lucida
e fonda. La timida pelle nostra
si sfiora e infiniti timori
fanno trambusto sul viso.
Cosa importano gli altri per strada?

Fu lieve carezza la nube che toccò
le piante in un’eco di mare.

In questi giorni sommersi di luglio
talvolta accade lo stesso infantile
stupore. E guardo la mia mano magra
di uomo e da uomo in testa un sorriso

mi soffre.

Dalla sezione IV (Pensieri di una donna che dorme e ti guarda), propongo Slopping II (pag. 69 – Slopping: espulsione dalle ciminiere di scorie di lavorazione, sotto forma di polvere minerale), componimento in quartine, in cui le inarcature (soluzione molto utilizzata da Silva) danno uno strano effetto alla lettura.

Si dilatano e strofinano il cielo

improvvise fumate di fiamma.
Vestono gli occhi con senso perfetto
di tempo che crolla. Si staccano ansie
inesauste e nessuno rischia il sorriso.

Quando sull’altra metà del pianeta
è notte qui una notte anche divora
la luce, l’uscire di casa. Fa di cera
le ossa in tutte le parti già stanche

del corpo di un uomo.
Vuota le strade e [nel metallo
di serrande abbassate] conficca
la schiuma indurita del sole.

Sorvolo sulla V sezione (Epilogo), per non bruciarla, in quanto composta da due sole poesie e chiudo con una poesia estratta sempre dalla sezione I, componimento che ha destato la mia curiosità, per l’accostamento del gigante Federico Fellini (con la citazione da La dolce vita) alla Vespa, che, forse condizionato dalla prima citazione, mi fa pensare a Nanni Moretti. Una doppia citazione cinematografica.

MARCELLO RUBINI (pag. 33)

………………………………..«Marcello, come here!»

Lo ricordo
con braccia di tessuto in annodo
a una cattedrale di costole e caldi
archi di carne mentre [sopra] la notte
sprofonda e perde il suo bianco.

Sedotto da una rozza frenesia
quello venuto ieri, ultimo
di una sgarbata ressa
a cercare con astuta
ispirazione fibre di morto
o l’attimo di rabbia tra il briciolo
superstite di brioche sulla bocca
del più fascinoso tra noialtri.

Marcello se ne andava
in Vespa per il cielo crespo
la malinconia dei suoi
occhi chiusa nel fresco vetro
delle lacrime. In un sogno
di gioventù avevo anche io
una Vespa e ci attraversavo
i prati e le foglie, dritto

fino allo smisurato del cielo.

Infine, segnalo che il libro è un esempio di Light Poetry, di opera cioè che ispirandosi al genere delle Light Novel giapponesi mischia testo e disegno di impianto fumettistico. È illustrato dai disegni di Giovanni Munari, in bianco e nero. I disegni, come dichiarato, ispirati a foto di cronaca e prese da giornali, siti internet o film, hanno una presenza discreta. Vi è una riuscita sinergia fra parole e immagini, che ben contornano e sostengono il testo, senza mai prendere il sopravvento sulla lettura.

© Carlo Tosetti

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