proSabato: Silvana La Spina, L’orto botanico

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proSabato: L’orto botanico di Silvana La Spina

LA MORTE DI RAYMOND ROUSSEL, nella stanza 224 dell’Hotel delle Palme, per la particolarità delle circostanze, è di quelle che esigono più d’una risposta. Qui, di seguito, ve ne proponiamo una delle possibili, non necessariamente la più immaginaria.

Quel mattino del 14 luglio 1933, l’uomo che varcò il cancello dell’Orto Botanico di Palermo con un’andatura discontinua rispondeva al nome, per molti versi augusto, di Raymond Roussel.
Dal lato opposto di viale Lincoln l’autista-factotum − e il termine è da intendersi nelle sue varie mansioni, anche le più torbide − lo osservò incedere con un’ostilità non priva di interesse: da tre giorni ormai il francese si faceva condurre nello stesso luogo, dopo aver inutilmente mimetizzato la direzione con un distratto girovagare per il centro storico.
Per quanto l’accordo con madame prevedesse il riferire d’ogni nota stridente, l’autista convenne fra sé che un francese bizzarro aveva tutti i motivi per rifugiarsi in un orto botanico. Diresse quindi la limousine verso la Kalsa in cerca di giovani muscolosi, con cui mercanteggiare senza compromessi.
Sapeva che il regime non era tenero con certe cose.
Roussel aveva intanto raggiunto il viale detto «della Crociera», dove cycas, dracene, yucca e aloe erano state disposte secondo la tassonomia classica di Linneo. Ne derivò l’impressione che, nonostante la razionale sistemazione, le piante si fossero accordate per ingannare l’occhio, ma che in realtà vivessero una loro vita, sotterranea e smaniosa. Persino il gigantesco esemplare di ficus magnoloides, con le sue radici scoperte, non faceva che rendere più minacciosa quella sensazione di intrigo.
Il confronto con la vita stessa della città, dove il controllo del regime fascista era solo apparente, gli venne naturale. Palermo era uno di quei luoghi dove poteva avvenire di tutto, e in ciò era anche la garanzia che avvenisse in modo imperturbabile, pensò Roussel, mentre si avviava al grande bacino con papiri e ninfee. In tal modo non s’accorse, forse volutamente, dell’uomo elegante, vestito di bianco, che s’era messo sulla sua traiettoria.
« Avete del fuoco? »
In silenzio Roussel cavò di tasca una scatola di cerini con lo stemma dell’albergo: tre palme avviluppate in baso dalla sigla dell’Hotel come da una lunga serpe scura.
L’uomo fece scudo alla fiamma con le mani curate anche se in giro non poteva esserci una bava di vento e il cielo sopra di loro sembrava scolorito dal caldo come un cielo africano. Aspirò quindi una lunga boccata dalla sigaretta egiziana e guardò in faccia lo scrittore.
« Siete da molto a Palermo, monsieur? »
Tre mesi. Non sapeva se fosse molto. Riteneva lo fosse?
«Niente affatto» disse l’uomo e sorrise. «In ogni caso l’Hotel delle Palme è il posto giusto.»
Giusto per cosa, avrebbe voluto chiedere Roussel, ma la salva di mortaretti nella vicina valle Giulia glielo impedì: una schiera di ragazzini vestiti da balilla sciamò schiamazzando; li guidava il maestro in orbace, con lo sguardo rassegnato del fascista controvoglia.
«È per la vostra squadra aerea, vero? Forse Balbo ha già raggiunto il Labrador» disse Roussel, che veniva da una nazione dove le feste sono feste nazionalistiche.
«Ci conoscete poco» fece l’uomo «dite piuttosto per Santa Rosalia, ma il regime questo lo sa. E poi, anche a saperlo…» e lasciò la frase sospesa, cui aggiunse un gesto di disprezzo. «Una volta…» e aspirò una boccata di fumo «una volta un vicerè, invaghito delle vostre teorie illuministiche, ebbe l’infelice idea di sospendere il festino di santa Rosalia, accampando la scusa dello spreco. Il risultato fu che l’indomani trovò attaccato alla sponda del letto un cartello con su scritto “O festa o testa”».
Roussel avrebbe voluto chiedere come avesse fatto il cartello a raggiungere la camera del vicerè, ma capì che la domanda valeva un’insinuazione.
«Venite, vi farò visitare quello che un volta vi ho promesso» disse l’altro prendendolo sottobraccio.
Il gesto improvviso sbilanciò un poco il francese, un’occhiata all’individuo appoggiato a un albero gliene spiegò il motivo: il cappello floscio e l’abito spiegazzato gli davano l’aria malpagata del poliziotto.
«Non scordare che la polizia fascista è sospettosa.»


Nel 1912 Bengasi era una città che cresceva lentamente attorno al vecchio centro arabo. La vita dei suoi abitanti non era certo cambiata con l’arrivo delle navi italiane, su cui a malapena i muezzin dall’alto dei minareti gettavano un’occhiata al momento della preghiera.
Allah è grande, Allah è paziente, e il compito del fedele è cercare di assomigliargli.
Raymond Roussel era giunto a Bengasi direttamente dal Marocco. Lo rodeva l’indifferenza della critica francese nei riguardi della sua opera; persino le prose di Impression d’Afrique avevano generato solo silenzio e irrisione beffarda.
La delusione insieme all’uso dissennato di droghe avevano finito per farlo sudar sangue come un idolo pagano e un noto specialista di scuola impavidamente lombrosiana aveva parlato di isteria da insuccesso.
Del resto neppure il medico apprezzava i lavori del suo paziente, pur dandosi aria di competente. Proprio per questo Roussel lo mise tra i sicuri incompetenti.
A Bengasi la convivenza iniziata un anno prima con madame lo spinse a scegliere un hotel d’un lusso fastoso e decadente, che ricordava la concezione che dell’Oriente hanno gli occidentali: tappeti curdi, bibelot floreali, servi con lo sguardo duro degli eunuchi.
Ma fatalmente le loro vite si divisero: madame, coi suoi abiti crêpe de chine, passava le mattine al bazar insieme alle mogli di inetti impiegati coloniali; Roussel vagava per la città vecchia in attesa che le immagini del libro a cui stava lavorando lentamente si formassero dentro di lui.
La grandiosità del progetto lo impauriva. Dar vita a una realtà che è solo frutto di immaginazione è un’impresa che non esclude il prosciugamento di ogni risorsa.
Con questo stato d’animo, passando accanto a uno di quei giardini profumatissimi e misteriosi che spesso fanno da scena ai racconti di Sherazade, sentiva un vero e proprio sussulto dell’anima. Quasi non distinguesse la realtà dall’immaginario.
Di solito le sue passeggiate finivano alla taverna di Abdul, a bere tè forte insaporito dal tamarindo e ad aspirare il fumo acre delle sigarette turche. Compiacente Abdul gli concedeva la sala accanto, dove l’uso dell’oppio era il corollario del suo vagabondare.
Solo, in quella camera sapida di stantio e di sudore, Roussel iniziava il gran viaggio in quell’universo chiuso dove qualcuno aveva già il volto ma non il nome di Martial Cantarel.

Fu verso la metà di giugno − Roussel era a Bengasi da due mesi − che notò la presenza dell’altro nella taverna di Abdul.
Del resto non poteva non notarlo. Tre cose lo rendevano distinguibile: la perfetta compiutezza dei lineamenti, l’arroganza dello sguardo, gli improvvisi silenzi al suo ingresso.
I difficili inizi di quella che sperava fosse un’amicizia non furono mai rivelati a madame, ma questo non impediva a madame di esserne al corrente. L’accordo con la madre dello scrittore prevedeva per lei il ruolo di attenta chaperon e oculata amministratrice di droghe, anche se per l’occhio del mondo era una delle tante demi-mondaine che avevano fatto carriera.
A dire il vero madame non era nuova a tali richieste: una certa signora Proust, una volta a Calais, le aveva fatto la stessa proposta per il figlio. Ma allora era l’amante d’un duca la cui ricchezza non pareva mai finire; un colpo di pistola alla tempia per aver dilapidato tutto al gioco dimostrò a madame che non bisogna mai fidarsi dei duchi.

A legarli infine venne la lettura. Roussel portandosi dietro l’incomparabile Jules Verne, l’altro le avventure del mondo del crimine d’un tale “Prince Zaleski”. Fu singolare, o forse provvidenziale, che Roussel sconoscesse tale opera; per l’altro invece non conoscere Verne era solo conseguenza d’una personale formazione.
«Sono un botanico» esordì la prima volta che accettò di parlare di sé.
Roussel trovò strana la presenza d’un botanico in un luogo oppresso dall’avanzare del deserto; l’altro si giustificò dicendo che veniva da una città che aveva il più grande orto botanico d’Europa. […]
«Italiano?» chiese Roussel.
«Palermitano, monsieur. Questo non fa di me per forza un italiano».
Roussel annuì senza realmente capire; la sua formazione cosmopolita lo rendeva impermeabile a certe sottigliezze.
«Conoscete Palermo?» […] Incapace di rispondere Roussel si limitò a scuotere il capo. […] «Peccato. […] È una città buona per morire.»

Nelle settimane successive Bengasi continuò ad essere la stessa di sempre, tranne che per un particolare: il giovane era scomparso […] Ben presto Roussel tornò al suo progetto, alla grandiosa opera che aveva in mente. Ma la sera talvolta, passando accanto ai giardini profumatissimi e misteriosi, sentiva di essere stato defraudato di qualcosa. Allora riandava col pensiero a un giardino botanico che era il più grande d’Europa e all’isola che lo conteneva.[…]
Il ritorno del giovane fu improvviso così come ne era stata la sparizione. […]
«So che avete chiesto di me» disse quindi a Roussel «vi prego di non farlo più. Quando vorrete sapere qualcosa chiedetemelo direttamente, se sono in grado ve ne darò chiarimenti.»
In realtà non gliene diede. […]

«Ho preso informazioni su di voi» disse il giovane una notte, passeggiando lungo i cimiteri abbandonati, o antiche necropoli di cui l’Africa abbonda.
«Che avete saputo?»
«Che molti vi stimano ma non vi capiscono, che pochi vi stimano e vi capiscono. E inoltre che siete un drogato e un necrofilo, che avete fatto imbalsamare vostra madre e praticare un foro sulla bara per poterla rimirare sino alla fine. Che forse siete un genio.»
«Vi manca un dettaglio» fece Roussel con somma impudenza.
Improvvisamente Roussel si chiese con tremore se non vi fosse qualcosa di convenuto nell’aria, se quella luna torbida che oscillava tra i minareti e il Golfo della Sirte non fosse come il Convitato di Pietra d’una farraginosa opera di Tirso de Molina.
Le sue narici inoltre percepirono qualcosa di dolciastro. forse, si disse, era l’odore dei datteri che marcivano incolti sulle palme, forse quello della morte nell’antica necropoli, o forse semplicemente della felicità.
«Vi prego […] parlatemi dell’opera a cui state lavorando».
Roussel sapeva che non è mai facile riassumere un’opera di cui a malapena siamo consapevoli. Inoltre discutere un progetto è sempre rischioso: capita a volte che alla fine del resoconto tutto quel lavorio immaginario sfumi, come le nebbie d’un sogno. Ma ugualmente volle correre il rischio.
Così, mentre la luna d’Africa tramontava coi grandi mezzi spettacolari, narrò dell’immenso parco che circondava la bella villa di Montmorency, dove storie assurde e mirabolanti avrebbero preso vita in virtù di speciali congegni; dove macchine, grazie a magiche sostanze, avrebbero temporaneamente risuscitato i morti, affinché questi ripetessero all’infinito i loro delitti, perorassero a loro discolpa, confessassero oscenità.
Inoltre con sempre maggiori dettagli immaginava un uomo, disse, un francese di grande fascino e casato che in quelle ricerche aveva trovato la sua vocazione. Conosceva persino il nome, Martial Cantarel, aggiunse.
«Sarà un libro terribile […] ma certo degno di voi. […] Degno del vostro genio, voglio dire. […] Monsieur facciamo un patto […] Se il mondo sarà ancora tanto stupido da non comprendervi e voi sazio degli stupidi che non vi comprendono… se, ripeto se, non sarete già morto per droga o per mano di qualche marinaio ubriaco, venite a cercarmi. Vi mostrerò…»
«Il più grande orto botanico d’Europa» e questa volta toccò a Roussel interromperlo.

L’indomani il giovane era di nuovo scomparso. Abdul alle rinnovate richieste disse solo che il signor barone non si sarebbe visto per lungo tempo, ma che aveva pel signor francese lasciato qualcosa, un libro credeva.
Roussel si accorse per la prima volta che c’era qualcosa in quel taverniere arabo, qualcosa nello sguardo lucido e spietato che poteva ricordare Martial Cantarel.
Il libro era la copia di Prince Zaleski che il giovane leggeva quando si erano incontrati, lo aprì alla prima pagina e si accorse che tutta la parte iniziale era stata cancellata e che solo al decimo rigo era leggibile; che una parola era stata sostituita con un’altra, così di seguito si leggeva
«Questa isola d’Europa ha a sua volta un’isola che è la Sicilia (ma prima si leggeva Russia). È lei, di tutti i paesi, la vera “terra incognita”; non è molto che era ancora di più, la terra inesplorata, insospettata. Ha una storia, una letteratura e una lingua, che il mondo conosce appena. Lei, e non qualche sperduta zona dell’Atlantico, è la vera Ultima Thule dei tempi moderni, la vera isola del mistero.»

Adesso stavano dietro la grata della grande serra in stile liberty. Dentro, i grandi caloriferi creavano un umido fittizio che si attaccava alle piante, molte delle quali misteriose, altre venefiche, altre ancora sicuramente carnivore.
Scorsero anche un uomo, un guardiano, con somma indifferenza nutrire una di queste con dei moscerini e a tratti guardarli sogghignando.
«Dunque, monsieur, la cosa è andata come prevedevo?»
«Sì […] Locus solus, il mio libro, è stato bersaglio di una quasi totale indifferenza e incomprensione da parte della critica. Altri che si fanno chiamare “surrealisti” dicono d’averlo compreso, ma sono io a non comprendere loro.»
«Capisco. E cosa posso fare per voi?»
«Ho seguito il vostro consiglio, questa è una città buona per morire. Vorrei solo che il mio corpo fosse lasciato intatto, non voglio autopsie.»
L’uomo si girò a guardarlo. «Non dev’essere molto difficile, Parlerò a chi di dovere, ma non potrò mettere a tacere le chiacchiere che si faranno. Inoltre il vostro autista…»
Roussel fece un gesto vago di indifferenza, che stranamente sembrò perdersi lontano, verso le grandi cupole delle chiese barocche. fu quindi la sua volta di prenderlo sottobraccio, pur non essendoci intorno poliziotti fascisti in borghese.
«In ogni caso vi debbo dare ragione: questa è proprio l’Ultima Thule, credo che in qualche modo vi fossi predestinato.»
L’altro ebbe una risata franca.
«Solo destinato, monsieur, ve lo garantisco. Solo destinato.»


Il mattino dopo, 15 luglio, il medico dell’albergo venne chiamato d’urgenza all’Hotel delle Palme per constatare il decesso d’un cliente. Un francese, precisò il maître, un gran signore.
A nessuno venne l’idea che Raymond Roussel a tutti i suoi titoli avrebbe preferito quello di scrittore.
Il resto è noto.

© in Racconta. Ventidue racconti di…, a c. di Rosaria Guacci e Bruna Miorelli, Milano, La Tartaruga, 1989

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