Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta.

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Dispacci (nuovamente per L’arcolaio) è la sua ultima raccolta, uscita lo scorso luglio 2016. Ultima per forza di eventi, non certo destinata a esser tale, per una poeta che «scriveva tanto ma sempre pescando in un paniere che non è mai vuoto, perché il tempo è costituito da eventi sociali che mutano la visione», come ricorda Bruno Bartoletti, riportando un passo di una lettera di Narda. Ma è nell’immagine di quel paniere che io ritrovo le voci di una sorta di bisogno di rinsaldare costantemente i propri affetti, ombre comprese. Sicché Dispacci ha in sé – lo sapesse o no Narda non ha molta rilevanza – una direttrice postuma: quel raccontarsi nei più intimi palpiti per consegnare attraverso la poesia, che non finge per mandato etico (almeno la sua poesia), un ritratto definitivo, maturo, di donna. Ma c’è molto di più in Dispacci, come indica nella prefazione Anna Maria Curci, e come altri hanno osservato; c’è prima di tutto il mandato comunicativo insito nel titolo stesso della raccolta: queste poesie sono dei moniti inviati a mo’ di messag­gio ai vari destinatari che messi insieme fanno l’unica destinataria, la vita. Vita in senso universale, com­prensiva dell’umanità che non osserva i propri errori, e non impara da questi, e si trova costantemente disarmata e impreparata a essa. Ed è una raccolta robusta, non divisa in parti; architettonicamente co­struita come un continuo aprirsi di porte su stanze che danno in altre stanze, e via discorrendo; stanze nelle quali ci ritroviamo tutti noi con i nostri difetti bene esposti dalla parola pungente (ancora ‘agra) di Narda. Ma ci ritroviamo pure con i nostri pochi pregi e i nostri cedimenti umani, quella fragilità che tutto si coglie in certi movimenti dei versi, nelle oscillazioni dei tempi verbali, nella scelta delle parole, che non cadono mai casualmente ma son sempre figlie di una semina che attende il loro affiorare “verginalmente nude”.

Narda Fattori se ne è andata quando io, colpevolmente in ritardo, ho iniziato a leggere più attentamente la sua poesia, cercando di colmare pure i molti vuoti; perché a noi lettori la poeta ha lasciato non meno di undici raccolte, a partire dal 1995. Un lascito importante che forse un giorno qualcuno vorrà raccogliere per consegnarcelo in un unico volume.

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da Le parole agre

 

Io gioco con le parole e con le parole
canto e rido e faccio convito
ballo la loro musica sempre variata
a volte ben accordata su ampio fiato
o dura e aspra come colpi di maglio
che batte il tempo sulla roccia e la scaglia
per regalarla al mare che la fa duna.

Io mi riempio la bocca di parole sensate
che dal ventre sono risalite alle anse
di un cervello sconvolto di sinapsi
che passano o trapassano messaggi
che si confondono si inerpicano e cadono

povero pensiero e povere parole
che culla scomoda e malconcia la mia testa
e contraddittoria e bla bla e ble ble
un impasto azzimo a nutrimento

una fuga di giorni senza calendari
settimane e giorni e ore sottobraccio
al niente e molta superbia a raccontarlo.

 

*

I pensieri fanno le teste confuse
portano alla luce le contraddizioni
seminano dubbi scalzano certezze
si offrono negli ipermercati
merce che si svende scontata.

I pensieri sono fragili e inetti
topazi di scarso valore
madreperla di schiuma di mare
che giace sulla sabbia bagnata.

Eppure i pensieri anche sono tralci
che impastano le mani alla testa
e fanno persona la maschera

i pensieri sono una sfoglia rotonda
dove fare in tanti la mensa
se fissati sulla meraviglia di un’ala
di rondine che torna al nido la sera.

Ascoltano nel silenzio del mondo
ascoltano nella melma che frana
di tutto il male il lamento fondo
si posano foglie mal legate ai polsi

s’abbattono e fuggono in sogno.

 

 

da Dispacci

 

Padre

Se ti conoscessi ora – padre –

saresti la mia ombra timoniera
il riposo finalmente seduta
sulle tue cosce il mio volto sul tuo.

Svapora la nebbia dell’autunno
in un frullo di memorie
– non su ballo – non solo sventura –
i fili che hanno tessuto trama e ordito
del mio tappeto con nodi stretti
a reggere l’usura della cicala
per il mio chiacchiericcio – “cicalina”
.                            mi chiamavi sorridendo.

Sei stato la mia canzone al vento
riccioli appesi ad un ciliegio
un alfabeto di fole e di avventure
in Vespa la domenica sul fiume Kway
e fischiettare simmetriche melodie.

Che tu fossi Dario o Giovanni
nome per cullarmi e nome per le carte
in questa babilonia di nomi
confusi nei polveroni del Novecento

io conosco lo spessore della mano
la barba che mi graffiava le gote
e fra mille e millanta saresti stato
padre della tua figlia
e stringo la tua forza mite e invitta
come un naufrago la gomena
.                       da cui spera salvezza.

 

*

E tu madre…

E tu madre dimmi
che non sei morta nell’angolo
come un pugile suonato

che ancora avevi in petto
un desiderio di sole
una canzone d’amore
sui piedi la giravolta armoniosa
di un walzer da balera
e dei sogni fioriti all’alba
e non sfioriti ancora
quando la sera ti portò via

con la figlia avevi stretto il nodo
là dove passò il sangue dal tuo al mio
nodo ben stretto che non penetrasse
mai più alcun dolore

il nodo si sciolse e molto passò
del bene e del male
nel coagulo nudo dell’essere vivi.

 

*

I poeti

Come sarti prendono le misure alle parole
prediligono le forme ampie  a matrioska
c’è sempre qualcos’altro dentro
semi di pensieri bagliori di emozioni
lividi e giunture che scricchiolano

un apostrofo o un’elisione? Un’apocope?
A quando una sincope? Una discrasia?

I poeti scivolano sui gradini della vita
e la guardano da sotto in su come i caduti
lungo i nervi brividano  armonie discorsi
pure solo loro fanno di un crepaccio
una meraviglia di natura e così di un fiore

sono una malattia che ci fa umani
delfini dentro un mare di nuvole chiare
e venti di maestro e alluvioni – ci perdono
la vita spesso e anche la testa costretti
al mastro della partita doppia dove
le colonne fanno il pari (mai che così fosse
nella vita) – a declinare rosa rosae
e un requiescat di sciroppo per la tosse

conosco chi raccoglie ragnatele per predare
il bene che sempre sfugge o il mare che
li tortura. Sono scomodi i poeti figure
da evitare domande sempre accese senza altare
semantici silenzi e distrofie dell’io

distonie? Testardi tornano a seminare fonemi
dentro i solchi e aspettano che germoglino
parole vere – verginalmente nude.

.

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