Martingala #1: Il Rombo

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fotografia di Giulia Amato

 

Per Anna G.

I miei colleghi non riuscivano a capacitarsi della mia resistenza al lavoro. Continuavano a girarmi attorno dicendo che, per un docente, è obbligatorio un massimo di quaranta ore pomeridiane di riunioni. Tutto il residuo potevo evitarlo, bastava buttare giù uno schema delle mie presenze e per il resto starmene a casa, tranquillo, sul mio divano. Qualcuno me lo diceva con compassione, vedendomi inchiodato al banco della sala professori in attesa di un altro consiglio di classe; qualcuno me lo diceva quasi con rabbia, qualcuno con la mezza voce di chi, comunque, meglio a te che a me.
Non sapevo come convincerli che io ero completamente felice. La sola idea di tornare a casa su quel divano che mi citavano mi riempiva di una forma granulosa di angoscia. Mi sentivo, all’idea, come quei monaci che si guardavano le spalle dal demone meridiano dell’accidia.
Sentivo un rombo, costante e continuo, a percorrere quei corridoi. Era una sensazione fisica, la coscienza che il sangue mi scorreva violento nelle vene, un pulsare ritmico agli occhi e un ronzio piacevole, vertiginoso, in fondo alle orecchie. Arrivavo prima, volevo andare tardi. Fare sera a scuola era diventato l’unico obiettivo delle mie giornate: conoscere le sfumature di luce delle aule, la diversa tinta dei plessi, il rumore dei cardini delle segreterie. La scuola dopo il tramonto era un secondo termine, generato non creato dalla scuola prima di pranzo.
Mi piacevano entrambe. Ero potente, al mattino, ero universale, entravo in classe come un attore spintonato in scena e avevo il dominio perfetto di ogni intonazione, insegnavo come si precipita da una cascata, mi sembrava di sentire, al cambio dell’ora, lo scroscio degli applausi mentre lasciavo l’aula. Poi andavo a pranzare, in un posto vicino, in un posto lontano, passeggiavo fumando sigarette in attesa di un consiglio, uno scrutinio, un collegio, una riunione di dipartimento, un corso sulla sicurezza; pretendevo di stare. Ed ecco che arrivava l’altra scuola, quella in cui ero il piccolo, quella in cui ero il giovane. I colleghi si prendevano cura di me e della mia aria spettinata, volavano parole che al mattino erano illegali, qualcuno parlava di sesso e le mura e i banchi si inarcavano. Io sentivo il rombo, uguale, alle orecchie. Andavo a prendere qualcosa da mangiare al distributore, alzavo la mano per parlare, contavo i minuti sempre troppo pochi che mi dividevano dal momento di uscire dal cancello, nella sera, e avviarmi a casa. Mi teneva saldo il pensiero che avrei fatto in tempo solo a dormire, e il giorno dopo avrei ricominciato.
Se ripenso a quei giorni ricordo il rombo, certo, e le mani tremolanti che artigliavano l’aria per fare i due piani dall’ingresso alla classe, e un senso attutito alle orecchie e la battuta pronta, quasi isterica, che saliva alle labbra al momento adatto.
Poi ho avuto la febbre, ed è venuto il dottore.
«Quanti caffè prende?», ha detto.
«Due.»
«E la liquirizia?»
Oh, quella, ho pensato. Quella sempre. Prima di entrare, dopo il caffè. Poi ne succhio una quando entro in classe. Una per classe. E dopo pranzo. Dopo ogni sigaretta. E in riunione, se sono nervoso.
«Ecco, provi a eliminarle», mi ha detto lui.
Da allora vado a scuola, e basta. Da allora anche qui mi sento un monaco che si guarda le spalle dal demone meridiano dell’accidia.

© Giovanna Amato

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