“Come se tutto bianco” di Lorenzo Ciufo

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Se tutto fosse bianco, sarebbe questo libro di poesia

di © Simone di Biasio

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800px-claude_monet_-_camille_monet_sur_son_lit_de_mortLa lettura del libro è avvenuta durante le festività natalizie, dunque può essere che sia stato influenzato dal paesaggio cristiano che più volte ci si è parato davanti agli occhi, solo più moderno, anzi più contemporaneo: «Di ore donami un container./ Che mi ci possa accoccolare/ come su paglia di campo./ Nella stalla, più che nel granaio,/ al tiepido vapore delle vacche,/ al mattino operose, a sera stanche». Lorenzo Ciufo ha visto il presepe vuoto dopo l’Epifania e ci si è andato a stendere lui stesso, coi doni già scartati e il caldo ancora sagomato attorno ai pochi personaggi superstiti. «Tocco la mia/ solitudine/ in questi luoghi. Ha carni/ flaccide e fredde»: forse è un pupazzo di neve la solitudine; raramente ho potuto toccare con mano come con questa immagine un sentimento tanto vivo. Grande solitudine deve aver sfiorato anche Claude Monet quando, nel 1879, realizzò un ritratto della moglie Camille morta prematuramente a 32 anni. Così descrisse quel dramma lo stesso pittore impressionista: «Un giorno, all’alba mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatto strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori…».
Cercavo un riferimento al bianco anche nell’opera della Szymborska. Avevo incontrato in un bar della mia città Lorenzio Ciufo, cortese professore di lettere, e lui mi aveva donato copia di questo suo libro, Come se tutto bianco (Ghenomena, 2016, postfazione di Domenico Adriano). Sapevo del suo amore per la poetessa polacca Premio Nobel, e con questo amore mi aveva motivato la scelta peregrina di tradurre alcune delle poesie del suo libro in inglese e in polacco (rispettivamente grazie a Barbara Carle e Anna Carrubbo). Sono stato molto stupido a non seguire le direttive del caso. Quando non ho a portata di mano un segnalibro, piego le pagine che più m’interessano sull’unico bordo superiore utile: le famose orecchie, da cui probabilmente i libri ci ascoltano e per cui ci disprezzano. Il segno stava a pagina 131 de La gioia di scrivere, Nozze d’oro: «Il sesso sbiadisce, si consumano le reticenze,/ si incontrano nella somiglianza le differenze/ come tutti i colori nel bianco». È d’amore il dipinto di Monet e questo libro di Ciufo che aspira a quelle nozze d’oro e che mi riporta alla mente pure un altro volume, Somiglia più all’urlo di un animale di Alessio Alessandrini, che ho amato e definito un libro bianco, non foss’altro che per il numero di volte in cui compare tale colore, cui l’autore sarà evidentemente affezionato. Eppure Ciufo, tra i versi, non fa il verso a nessun altro, a nessun contemporaneo e quando accade questo, è il caso di festeggiare. «S’inclina il ponte a ogni tuo movimento», ed è quello che dovrebbe accadere anche quando un poeta si esprime: attivare il ponte levatoio dell’attenzione, lasciare che quella nave passi con tutto il suo carico, con quei messaggi che arrivano da un’altra parte, da un altro mare. Ciufo, al timone, confida: «se tra me e il tuo passo corre una vita/ che non so più attraversare/ è perché ho amato e amo ancora». Una Odissea, da sempre.

Le valigie e le borse alla rinfusa
nel vagone affollato,
le teste dondolanti
al cambio di binario e pare dicano
ora sì ora no ma non lo sanno.

Ulisse, già a Itaca, è perplesso:
è quella la sua terra?
Quelle le bianche pietre, quelle
le sabbie, asciutte, calde, nelle unghie,
a grani nella congiuntiva?

E io che non so che fare,
se non restare muto
al cospetto tuo, o Penelope,
al dolore, ch’io non so declinare.

Forse tu, che nel nome porti il mare.

E la musica, la musica. Ciufo è un poeta d’altri tempi che tiene a mente benissimo la lezione millenaria sul ritmo della poesia e la sua musicalità. Non mi capitava da tempo di leggere una poesia tanto sonante: «se greto sarà alla mente il tuo richiamo,/ resterà segreto che trascende/ l’alchimia dei gesti e delle frasi monche». Se greto, segreto: sono stufo di chi dice di stare attenti ai giochi di parole, che i giochi di parole sono soltanto tali. E invece proprio no. Vi pare “solo” un gioco di parole questo di Ciufo? Non trovate sapiente questo utilizzo della lingua e del verso? Emblematico in questi dedicati al figlio: «Raggi del sole che rincasa/ sfuggono alla serrata delle nubi./ Io mi ci aggrappo e mi ci impiglio/ sì come fa mio figlio al parco giochi/ tra reti e corde dell’arrampicata/ e mi sorride dai suoi anni pochi». E affiorano echi, al di là del Pascoli e del suo “fanciullino”, di Umberto Saba, di quella rima baciata dal canto ne La serena disperazione: «Ignaro nell’incanto entra il bambino,/ che giunto a pubertà dorme supino./ Là si desta, e non sa di che, fiaccato,/ e vivere vorrebbe addormentato; [che si lega a sua volta all’ “io vivere vorrei addormentato/ entro il dolce rumore della vita” di Penna, n.d.r.]/ se per sospetto le ciglia non serra,/ e in bei pensieri si slancia di guerra». Si fa persino amara la constatazione di una infanzia per sempre cresciuta, che non ci sta più addosso: «Dimmi che non sarà figlio domani/ di questo giorno piegato e riposto/ in una cassettiera come i panni/ di Nicolò che non gli vanno più./ (…) Ma ciò che voglio e posso/ non sono nati da una stessa madre». A proposito, è Pessoa che ne Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares ci conduce a riflettere sulla sapienza della “bambinezza”: «Considerando la spaventosa differenza che c’è fra l’intelligenza dei bambini e la stupidità degli adulti, a volte credo che nell’infanzia siamo accompagnati da un angelo custode che ci presta la sua intelligenza astrale e che dopo, forse con dispiacere ma per una legge superiore, ci abbandona come le femmine degli animali abbandonano i loro cuccioli cresciuti, al verro che è il nostro destino».

Il libro si chiude lapidario: «Da dove nasce questo tacere/ se non dal mio guadare l’inatteso./ Resta la mia parola/ di qua dai vostri sorrisi e vi scivolo/ gaio come il bimbo ai giochi/ la sera, dopo la funzione,/ che non se l’aspettava. Perdonate,/ senza capire, per amore». La poesia è sempre saper guardare oltre, ovvero proprio guadare, attraversare. È come se Ciufo avesse voluto rispondere alla domanda di un lettore. O meglio, forse, alla domanda di uno dei suoi ragazzi che hanno affollato la primissima presentazione del suo libro. Come se tutto, al ritorno a scuola in questo nuovo anno, fosse bianco e da ricominciare a scrivere. O se al ritorno a casa dalla città raffreddata dall’inverno «con le manine giunte pregavamo/ che il vento ingannatore non rapisse/ all’anima bambina le parole/ che il nonno ci donava al focolare».

© Simone di Biasio

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