I poeti della domenica #112: Pierluigi Cappello, L’autostrada

cappello

L’autostrada

È stato appena detto
.                                guarda, una lepre
da dov’era al più fitto del bosco
è rimasta l’idea di un tema interrotto,
la felicità di quando non la si contiene
e scoppia via, lontana da noi. Da queste parti
c’è chi ha visto la lince, è capitato anche a me
anni fa, nel cuore della notte, vicino a un deposito di munizioni.
Cercavo Sirio per avvicinarmi al cielo e ho trovato la lince,
alle mie spalle, con gli occhi di madre arrabbiata. È stato come se il nulla
avesse lasciato un varco e fosse sbucata
l’illustrazione di un libro di scuola
la bestia era lì, a due passi da me
e ho dimenticato lo splendore delle stesse fisse.
Non rimarremo qui senza uno scopo,
qualcuno dà per certa la presenza dell’orso
viene da est, e, come gli abeti, pare si avvicini sempre di più
a queste poche case. Invece non c’è chi non veda
come l’autostrada ha tagliato la pancia alla valle
e la gola di chi è rimasto;
mentre nevica no, il taglio si fa meno inciso
tutto si allontana, magari si diventa molli come erbe nell’acqua
e lo sguardo rinasce nello sguardo
di come le cose erano vere per la prima volta, nell’innocenza
e il ceruleo di un giorno di settembre
precipita in gola, il pallone sembrava tornato dalle nuvole
tanto in alto era stato lanciato dal padre
e c’era l’odore del fieno radunato prima della pioggia
e sempre queste poche case e tutto non è stato toccato
ancora non è stato toccato
ma si ferma in gola, al di qual del dire.
Il dolore tuo proprio, quello e non altro
la tua forma di guardare
più in là dei miei capelli
quando mi racconti, un ragazzino leggeva Camus
seduto su di un albero di more, stava sulla forcella
fra il tronco e il ramo più grosso mentre noi si forava la montagna
il fiume veniva violato e una polvere sottile si posava
sui tetti del paese, sui berretti delle sentinelle
nella caserma Zucchi, sul cartello “limite invalicabile”
si segnava una fine. Ci guardammo dopo
Quando tutto era stato raccolto
e a noi stessi i nostri volti parvero lontani
adesso si sta quasi sereni, quasi leggeri
i bambini attraversano l’acqua nel tempo in cui dimagra
un saltello da un sasso all’altro;
non si rimane qui senza uno scopo
se la montagna frana, la ma faccia frana un poco al giorno
se il fiume si disseca, il mio cuore è pronto a dissecare
se l’autostrada mette ombra all’ombra della valle
ne trovi il taglio qui, poco sotto l’ombelico
com’è vero che il cerchio si aggiunge al cerchio nel mutarsi del tronco.
Domani anche qui saremo in mezzo alle foglioline
si può dire la marea si può fermare
ma nessuno è capace di arrestarla
e noi si vive dentro questi metri crudi
e il vivere è portarne la scomparsa,
un giorno alla volta comporne il nome.

.

© Perluigi Cappello, Mandate a dire all’imperatore, Crocetti, 2009

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