I poeti della domenica

I poeti della domenica #262: Edoardo Sanguineti, #3 (da “Stracciafoglio”)

stracciafoglio-poesie-1977-1979

3.

vivo da topo: (vivo da vero topo): (che si mastica le
.                              croste): (con le sue dure
gengive): (che si smaltisce, di questi tempi, questo
.                              plateau Settecento, non so,
tra Restif e Rousseau):
.                              e in data 8 c.m., ci risalta lì fuori,
.                              un’altra volta, il problema
della felicità: ritorno a predicarti per il precetto è:
.                              nuotare naturalmente dentro
la storia: (ossimoricamente detto, dunque): (come quel
.                              giorno che ti ho perduto a Pisa,
alla stazione): (in quella prefigurazione patetica): (con
.                              te tra i giovinastri,
tra gli addii):
.                  (così, tra il principio del piacere e la
.                              razionalizzazione, tra
il desiderio e la falsa coscienza): ma ancora naturalmente
.                              (cioè secondo natura
umana): (cioè secondo il lavoro): (nel quotidiano):
.                                                                            ti ho
.                               sentito molto emozionato,
una domenica mattina, al telefono: (eccessivamente
                               emozionato): (eccessivamente, per me,
emozionante): (e: me ne posso andare, mi sono detto):
.                                (e a te ho detto, invece: ma su,
coraggio): (navigando nell’inconcevable labyrinthe):
.                                (e tutto questo da un Duomotel
di Milano): (du coeur humain):
                                            (e ho parlato con Maria,
.                                 poco fa): (al telefono): (evoco,
invoco): (durante una cena solitaria): (e: soffro di
.                                 solitudine, se vuoi saperlo, da
sempre): (e: per sempre): (e: mastico e sputo):
.                                                                     (mi aspetta,
                                 me lo sento, la mia trappola):
(di quella da cantina, con il chiodo, per il cranio):
.                                                                          (e lì,
.                                  così, poi, zàc, cràc):

da Stracciafoglio (Poesie 1977-1979), Milano, Feltrinelli, 1980

I poeti della domenica #261: Edoardo Sanguineti, “in te dormiva come un fibroma asciutto…”

opus metricum

in te dormiva come un fibroma asciutto…

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuolte la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
.                             senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse,
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache

da Erotopaegnia, in Opus metricum, Rusconi e Paolazzi, 1960

I poeti della domenica #260: Amelia Rosselli, ah così pensavi che avresti trovato la felicità

.

ha so you had thought you would have found felicity
at the corner drug-
store, and are once more deluded, o you who wait
timelessly at the fountain and are shoved
back into your own
lair. nevermore nevermore do we say upon
each division from
glory, nevermore shall we illude our senses our very
essence, that again the blood might run flesh upon the white
block. Bring in your heavy load of dry herbs bring
in your pain and keep it frozen to your own
essence, it might shind itself into
white light, if you but
dig into it.

(altro…)

I poeti della domenica #259: Seamus Heaney, La penisola

 

LA PENISOLA

Quando non hai più niente da dire, guida
per un giorno intorno alla penisola.
Il cielo è alto come su una pista di decollo,
la terra non ha segnali: non c’è arrivo

Ma un attraversamento, pur sempre raso allo strapiombo.
A sera gli orizzonti si bevono il mare e i colli,
il campo arato ingoia il timpano sbiancato a calce
e sei di nuovo al buio. Ricorda, adesso,

il litorale smaltato e il ceppo controluce,
lo scoglio dove i frangenti si sbrindellavano in stracci,
gli uccelli sospesi sui lunghi trampoli,
isole galoppanti nella nebbia verso il largo.

E guida verso casa, ancora con niente da dire,
tranne che ora puoi decifrare ogni paesaggio
con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,
acqua e terra ai loro estremi.

(altro…)

I poeti della domenica #258: Samuel Beckett, Alba

beckett 2

Alba

prima che giunga il giorno sarai qui
con Dante e il Logos e tutti i cieli e i misteri
e la luna maculata
al di là della candida superficie di musica
che qui enuncerai prima del giorno

grave soave cantabile seta
chìnati sull’oscuro firmamento di areche
effondi sui bambù fiore di fumo filari di salici

chi mai se anche ti chini con dita di pietà
a sottoscrivere la polvere
non vorrà aggiungere alla tua elargizione
il cui splendore sarà un foglio dinanzi a me
un resoconto della stessa emesso da oltre la tempesta di emblemi
così che non ci sarà sole né disvelamento
né alcuna schiera
soltanto io e quindi il foglio
e massa inerte

[traduzione di Gabriele Frasca]

 

Alba

before morning you shall be here
and Dante and the Logos and all strata and mysteries
and the branded moon
beyond the white plane of music
that you shall establish here before morning

grave suave singing silk
stoop to the black firmament of areca
rai on the bamboos flower of smoke alley of willow

who thought you stoop with fingers of compassion
to endorse the dust
shall not add to your bounty
whose beauty shall be a sheet before me
a statement of itself drawn across the tempestt of emblems
so that there is no sun and no unveilling
and no host
only I and then the sheet
and bulk dead

 

© Samuel Beckett, Ossa d’eco (“Echo’s bones”), da Le poesie, a cura di Gabriele Frasca, Einaudi, 1999

I poeti della domenica #257: Samuel Beckett, da “filastroccate”

 

silenzio così che ciò che fu
prima non sarà mai più
dal bisbiglio lacerato
d’una parola senza passato
per avere troppo detto non potendone più
giurando di non tacere più

[traduzione di Gabriele Frasca]

 

silence tel que ce qui fut
avant jamais ne sera plus
par le murmure déchiré
d’une parole sans passé
d’avoir trop dit n’en pouvant plus
jurant de ne se taire plus

 

© Samuel Beckett, filascroccate (“mirlitonnades”), da Le poesie, a cura di Gabriele Frasca, Einaudi, 1999

I poeti della domenica #256: Fabio Pusterla, “Brasé” #1

pusterla cenere

1

 

Qui si pone il problema del fuoco.

Della memoria del fuoco
che ovunque parla nascosto. Ciangotta nell’erba?
Nelle felci? Nella terra rossastra su cui
salgono svelte betulle, si allargano castagni?
Foglie autunnal, fiamme verso il cielo, scintille.
Fuoco scomparso, fuoco sempre qui.
Sera bigia di luci assorte.

Spento o invisiibile, sceso sotto la soglia dei giorni
– allora arde più loco – resiste forse ancora in antichissimi
anfratti o caverne: albo segnare lapillo, e cose del genere
(cose di cenere). Qui si pone e si pone il problema del fuoco.
(Di vita o di morte?)

Che non doveva esibirsi o divampare. Che era fuoco
di carbone e di terra, fuoco nero profondo
a bruciare nel tondo mistero.
Sotto mucchi di torba di muscio di foglie
sotto mentite spoglie covava consumando
e mantenendosi forte, silenzioso e altero.
Robustoso e forte.

 

© Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017

I poeti della domenica #255: Fabio Pusterla, “Cenere, o terra” #12

pusterla cenere

12

 

Cenere, o terra? Luce, semplicemente,
trama di luce che si arresta per un attimo
nell’onda dei capelli traversati dal vento.

In controsole, nell’ultima
sferza del giorno, mentre non distanti
pecore trotterellano nei prati, sottomesse
alla legge dell’erba e dell’ora,
verso la sera che cala, il sonno dolce, la vita
che continua. Come nei tuoi capelli,
anche in loro la luce si accende
e si attenua e perdura.

Sul sentiero rimangono detriti,
tracce sparse che hanno il colore
di cenere persa, di calore
depositato sulla terra. Ora possiamo
ritornare lentamente verso casa. Lo sterro
si modella in collina, i nostri nomi
sono stati scolpiti sul legno,
un cammino si è compiuto.

La strada che prosegue fa un po’ meno paura.

 

© Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos edizioni, 2017

I poeti della domenica #254: Cees Nooteboom, Pomeriggio

Pomeriggio 

A volte non ci vuole poi molto.
Un pomeriggio di ore levigate
che non si adattano l’una all’altra,
e lui spezzato da se stesso,
seduto su diverse sedie
e dappertutto un’anima o un corpo.

In una parte della stanza è notte
da un’altra parte passato, vacanza e guerra.
Sul soffitto il mare sfiora la luminosa spiaggia,
e non c’è mano a guidare tutto questo,
né maestro di stalla né computer
solo lo stesso stesso, lui,
qualcuno, lo smembrato,
l’uomo non unificato,
in dialogo con se stesso, sognando e pensando,
presente, invisibile.

Uno che se ne sarebbe poi andato a mangiare e a dormire.
Uno con un orologio e le scarpe.
Uno che se n’è andato.
Uno che avrebbe dovuto andarsene.

Uno che è rimasto ancora un po’.

Cees Nooteboom, da Luce ovunque. 2012-1964. Traduzione di Fulvio Ferrari, Einaudi, Torino 2016, p. 169

Middag

Soms niet zoveel nodig.
Een middag van gepolijste uren
die niet bijg elkaar passen,
en hijzelf door zichzelf verbroken,
zittend in verschillende stoelen
met overal wel een ziel of een lichaam.

In een deel van de kamer is het nacht.
Ergens anders verleden, vakantie en oorlog.
Op het plafond raakt de zee aan het lichtende strand,
en geen hand die dit alles bestuurt,
geen stalmeester, geen computer,
alleen maar dezelfde de zelfde, hij,
iemand, de uit elkaargenomen,
niet verenigde man,
in gesprek met zichzelf, dromend en denkend,
aanwezig, onzichtbaar.

Iemand die later zou gaan eten en slapen.
Iemand met een horloge en schoenen.
Iemand die wegging.
Iemand die weg zou gaan.

Iemand die nog wat bleef.

Cees Nooteboom, da Open als een schelp, dicht als een steen (Aperto come un guscio, chiuso come una pietra), 1978

I poeti della domenica #253: Fernando Pessoa, Di nuovo ti rivedo

… Di nuovo ti rivedo,
città della mia infanzia spaventosamente perduta…
Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare!
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, che qui è tornato,
e che qui è tornato a tornare, e a ritornare,
e di nuovo a ritornare?
O siamo, tutti gli Io che qui sono stato o sono stati,
una serie di grani-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me di qualcuno fuori di me?

Una volta ancora ti rivedo,
col cuore più lontano e l’anima meno mia.

Una volta ancora ti rivedo –  Lisbona e Tago, e tutto -,
viandante inutile di te e di me,
straniero qui come dappertutto,
casuale nella vita come nell’animo,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto del dover vivere…

Fernando Pessoa, da Poesie di Álvaro de Campos
(traduzione di Antonio Tabucchi)

Questi versi sono riportati in esergo da Ermanno Rea nel suo romanzo Napoli Ferrovia.

Outra vez te revejo,
Cidade da minha infância pavorosamente perdida…
Cidade triste e alegre, outra vez sonho aqui…
Eu? Mas sou eu o mesmo que aqui vivi, e aqui voltei,
E aqui tornei a voltar, e a voltar.
E aqui de novo tornei a voltar?
Ou somos todos os Eu que estive aqui ou estiveram,
Uma série de contas-entes ligados por um fio-memória,
Uma série de sonhos de mim de alguém de fora de mim?

Outra vez te revejo,
Com o coração mais longínquo, a alma menos minha.

Outra vez te revejo – Lisboa e Tejo e tudo -,
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações,
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver.

I poeti della domenica #252: Tomas Tranströmer, Storm/Temporale

Storm

Plötsligt möter vandraren här den gamla
jätteeken, lik en förstenad älg med
milsvid krona framför septemberhavets
          svatgröna fästning.
Nordlig storm. Det är i den tid när rönnbärs –
klasar mognar. Vaken i mörkret hör man
stjärnbilderna stampa i sina spiltor
          högt över trädet.

Temporale

Passando, s’incontra all’improvviso qui la vecchia
quercia gigantesca, alce pietrificato dalla
chioma sconfinata sulla fortezza nero-verde
          del mare di settembre.
Temporale del nord. È il tempo in cui maturano
grappoli di nespole. Vegliando al buio si sentono
scalpitare le costellazioni alle loro poste
          in alto sopra l’albero.

[traduzione di Maria Cristina Lombardi]
da Höstlig skärgård (Arcipelago autunnale), in 17 Dikter (17 Poesie), 1954; ora in Tomas Tranströmer, Poesia dal silenzio, a cura di Maria Cristina Lombardi, Crocetti Editore, 2001

I poeti della domenica #251: Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince


Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince…

Celeste è la lince, e il dio
dei tonni e dei tuoni lascia la casa
inabitabile, parte, e il mare
amoroso diventa vuoto, nuota, perde pesci e
liquide flore, semina venti, finché ir-
rompono le ondine viaggiatrici, e tagliano
l’arco saldo, e i lunghi cervi che temi, e
le viole ai voli delle betulle leggere,
mentre frana la trama delle fate
e corrono le zattere ai desideri del molo.

Da La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 120