I poeti della domenica

I poeti della domenica #206: Jorge Boccanera, da ‘Sordomuta’

 

Non è la musa cantora né l’uccello strillone
né il pupazzo parlante né la signora che detta.
È una Sordomuta
che ti mostra la lingua per una moneta soltanto.

La lingua è vuota.
La moneta dev’essere d’oro.

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© Jorge Boccanera, in Sordomuta, trad. it. di Alessio Brandolini, Milano, Lietocolle, 2008

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Poesia scelta dalla poeta Roberta Sireno.

I poeti della domenica #205: Jan Twardowski, da ‘Affrettiamoci ad amare’

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l’inessenziale come una mucca si trascina
l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio normale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppia come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco
per vedere davvero chiudono gli occhi,
benché sia più rischioso nascere che morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre
e sarai come un delfino mite e forte

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano
e parlando dell’amore non si sa mai
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo. (altro…)

I poeti della domenica #204: Piero Jahier, Silenzio

Silenzio

Tutto il giorno questo scansarsi reverente
tutto il giorno questi lunghi saluti:
tre passi prima la mano alla visiera,
quattro passi lungo lo sguardo fitto in cuore.
E chi sono io, superiore?
Questi saluti chi li ha meritati?
Ma la sera, giornata finita,
traversando i cortili annerati
son io che sull’attenti, rigido,
la mano alla tesa,
tutti e ciascuno
per questa notte e questa vita
vi saluto, miei soldati.

© in Con me e con gli alpini, Roma Edizioni de «La Voce», 1920

I poeti della domenica #203: Mario Tobino, Davo noia a tutti

 

Ero fiero, ero cupo, davo noia a tutti,
il mio pensiero strozzava
calando giudizi,
e nominavo invano il nome di Dio.
E ora guardo con malinconia
la bellezza che fugge.

 

© in Due epigrammi in «La Fiera Letteraria», Anno IV, n. 14, 3 aprile 1949.

I poeti della domenica #202: Alfonso Gatto, Inverno a Roma

 

I bambini che pensano negli occhi
hanno l’inverno, il lungo inverno. Soli
s’appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d’amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.

*

Alfonso Gatto, Inverno a Roma, da Osteria Flegrea (1962), Tutte le poesie (edizione ampliata), Mondadori, 2017

I poeti della domenica #201: Mario Benedetti; Per un fratello

Mario Benedetti
(nessun copyright presente sul web)

Per un fratello

Nel viale penso che guardiamo insieme
ancora una volta dopo nostra madre i fiori.

Il tuo bambino è nato.
Alla distanza del telefono cellulare
ha la sua voce, tra la natura delle macchine
ripiegata nel poco universo, nel poco correre,
con gli uomini nei sedili a imitarla.

Obliquamente, dopo un tetto uno alto
con la fonte di luce dietro,
del sole incendiato sul parco, come un’origine,
uno squillo, a parlare ancora in confidenza.

Mentre ci sentiamo come dopo,

con i piedi impacciati, la presenza stralunata. A brevi scatti
si fa sera e densa come fosse una nuova cosa
dove le nostre voci, la nostra gioia, i nostri corpi…

*

Mario Benedetti, Per un fratello, da Umana gloria (Mondadori 2004), in Tutte le poesie, Garzanti, 2017

I poeti della domenica #200: Cristina Alziati, È salita sui prati, ti diranno

È salita sui prati, ti diranno
che è morta, non dispera.
A volte se ne va per la sassaia
di versi accartocciati, lungo un greto
bianchissimo, che acceca.
Osserva rotolare dentro l’acqua
mille tracce, di quanto non annota
e scorda. Quando si incagliano in un’ansa
prende uno stecco e le sospinge un poco.
Tuffa a caso le mani.
Fa conca con i palmi, chiude gli occhi, beve.

da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano 2011

I poeti della domenica #199: Guido Gozzano, L’intruso

Le tre sorelle dalla tela rozza
levano gli occhi sbigottite, poi
che una voce pervade i corridoi
come d’uno che irride o che singhiozza.
Il vento in casa! Il vento cresce, cozza,
sibila, mugge come cento buoi.
Ogni sorella pensa ai casi suoi,
l’altra chiamando con la voce mozza.
In breve dai soppalchi al limitare
discacciano il nemico, nell’assedio
invocando a gran voce tutti i santi.
Ognuna torna poi ad agucchiare,
ed accompagna il ritmo del suo tedio
all’orchestra dei tremoli svettanti.

I poeti della domenica #198: Umberto Saba, Tre momenti

Immagine mostra. Umberto Saba. La poesia di una vita

*

I poeti della domenica #196: Umberto Saba, Tre momenti (da Cinque poesie sul gioco del calcio in Parole, Carabba, 1934

*

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune.
Poi, quello che nasce poi,
che all’altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessuna offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

*
© Umberto Saba

I Poeti della domenica #197: Francesca Genti, Mia zia è un drone impazzito

Opera di Ettore Sottsass, foto gianni montieri

Francesca Genti, Mia zia è un drone impazzito (poesia inedita)

*

getta bombe all’idrogeno sulle feste di matrimonio,
umilia i bambini, prende a squali in faccia i camerieri.
avvolta in una nuvola di peste e brillantini
da una sperduta galassia leggendaria,
lancia il segnale luminoso:
voi non mi amate, e io mi ucciderò,
ma prima di farla finita ruberò il ciuccio a quella palla di lardo
che gioca felice nella piscinetta, accanto alla pineta.

mia zia è un caccia in fiamme in picchiata verticale su bagnini,
baristi, ristoratori e giardinieri, e in generale tutti le maestranze del pianeta,
con particolare propensione per i concierge improvvisati.
sa come trattare con la guardia costiera,
avanza senza paura e all’ urlo bestiale del leinonsachisonoio
mette in riga i ricchi stronzi delle barche e la loro spazzatura di lusso.
il popolo della playa la onora e lei ricambia
e nessun ridicolo giacobino ha mai pensato, si è mai azzardato
ad avvicinarsi, a toccarla, a ghigliottinarla.

mia zia è una tankette T-27,
avanza astuta nelle nevi del sestriere.
intorno a lei tragedia e topi, stelle danzanti e caos nicciano,
sonagli ai piedi della servitù, un bel regalo di natale sotto l’albero.
racconta lugubre di come le fiabe di andersen
abbiamo plasmato per sempre il suo immaginario di bimba prodigio:
a tre anni letto da sola tutti i grimm, tutto oscar wilde,
il novellino, sacchetti e il cunto de li cunti.
barattato presto innocenza e conoscenza.
diventata paranoica, malinconica, lisergica.

mia zia è una treccani apocrifa scritta da un frate pazzo medioevale
in preda a una visione mistica post demone meridiano
e se ne fotte delle verità storicamente assodate.
quello che lei dice è Verbo, è Mito, è Leggenda.
al matrimonio di mia cugina (sposo israeliano)
ha confuso i pogrom con i kibbutz
e ha ingaggiato una lotta nel fango con mia madre
per la giusta pronuncia di samuel beckett.
all’ultimo pranzo di pasqua ha lottato indomita contro orde di parenti
per sostenere la vittoria dei romani a canne.

Mia zia è kālī vestita in sartoria,
iniziazione violenta all’immaginazione,
è shivaismo vecchio piemonte:
irrealtà ultima di tutte le mie estati
terrore e mistero dei mie giorni di bambina.

se scrivo poesie probabilmente è colpa sua.

*

© Francesca Genti

 

I poeti della domenica #196: Franco Fortini, L’ora delle basse opere. #Centenario

The Italian literary critic Franco Fortini (Franco Lattes) reading a newspaper at home. Italy, 1970s
Credits: Getty Images

Rubrica domenicale dedicata per intero a Franco Fortini nel giorno del centenario della nascita.

*

L’ora delle basse opere

È tutto chiaro ormai,
le parole dei libri diventate
tutte vere. Tutti gli altri lo sanno.
T’hanno detto di fare due passi avanti
in mezzo al cortile d’acqua e vento,
di lumi gialli prima dell’alba.
Vedi cani maestri con grembiali di cuoio
scaricare quarti umani per le celle
refrigerate e crusca
sotto i ganci cromati. Gli scontrini
li timbrano alla porta
dove a battenti aperti aspetta un camion.
Era giorno, i postini
sgrondavano gli incerati nelle guardiole.

*

da © Franco Fortini, Versi scelti, ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014.

I poeti della domenica #195: Franco Fortini, Agli amici. #Centenario

 

Franco Fortini dal corriereonline

Rubrica domenicale dedicata per intero a Franco Fortini nel giorno del centenario della nascita

*

Agli amici

Si fa tardi. Vi vedo, veramente
eguali a me nel vizio di passione,
con i cappotti, le carte, le luci
delle salive, i capelli già fragili,
con le parole e gli ammicchi, eccitati

e depressi, sciupati e infanti, rauchi
per la conversazione ininterrotta,
come scendete questa valle grigia,
come la tramortita erba premete
dove la via si perde ormai e la luce.

Le voci odo lontane come i fili
del tramontano tra le pietre e i cavi…
Ogni parola che mi giunge è addio.
E allento il passo e voi seguo nel cuore,
uno qua, uno là, per la discesa.

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da © Franco Fortini, Poesia e errore (1959), ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014.