Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

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Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, Sur, 2016, € 15,00, ebook € 9,99; traduzione di Silvia Sichel

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Ti prometto una strada radiosa. Ti prometto più uccelli che auto. Ti prometto che rideremo. E se poi ci sarà da piangere, piangeremo.

 

Non conoscevo Andrés Neuman prima di leggere Le cose che non facciamo. Non lo conoscevo, colpevolmente, perché in Italia sono usciti altri suoi tre libri, tutti editi da Ponte alle Grazie, rimedierò. Faccio questa premessa perché questi racconti brevi (alcuni brevissimi) mi hanno folgorato, appassionato, divertito ed emozionato; per cui non averlo letto prima mi è parsa una perdita di tempo. Neuman ha il talento per il breve. Condensare moltissime cose in pochissimo spazio mi pare che sia, per lui, una specialità, e, naturalmente, un’ambizione. Neuman ha il dono dell’accelerazione mentale, quel particolare e raro talento che Brodskij assegnava alla poesia. Neuman è, non per caso, anche un poeta. Poco meno di trenta racconti, divisi in sei sezioni e con una interessante parte finale. Cominciamo da quella. Nelle ultime pagine, intitolate Dodecaloghi di uno scrittore di racconti, Neuman intelligentemente, e con molta ironia, scrive quattro prontuari, da dodici regole ciascuno, su cosa dovrebbe fare o non dovrebbe fare uno scrittore di racconti, su come dovrebbe o non dovrebbe essere una storia breve. La prima regola è «Raccontare un racconto è saper tenere un segreto». È questa forse una delle prerogative più importanti per un racconto, molte volte abbiamo letto (e siamo stati d’accordo) che in una storia breve conta ciò che si lascia fuori, esattamente come quello che si descrive, è questo il segreto da tenere? Ma poi regole sul ritmo e sulla punteggiatura, sull’armonia, sui tempi verbali, sulla capacità di ridurre, sulle emozioni da trasmettere, sul soggetto che non si spiega e così via. La mia preferita è l’ultima: Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;. E quindi non finire, non del tutto, lasciando un’apertura, altro spazio, se non alla storia alla capacità d’immaginazione di chi ha letto. Il punto e virgola al posto del punto amplifica la forza percettiva, o forse no, o forse è soggettivo, o forse è meglio leggere senza capire troppo.

La realtà dovrebbe chiederci: Accetti di fare questo movimento? Bene, e ora, sei d’accordo che questo movimento causi quest’altro? Bene e ora, acconsenti  che il secondo movimento provochi queste reazioni? E via di seguito.

La frase che ho riportato in testa mi pare essere la guida, il codice che lo scrittore ispanico (Neuman è argentino, ma vive in Spagna da lungo tempo) consegna al lettore per entrare nelle sue storie. Vengono da un racconto molto commovente, vengono dette prima di una passeggiata, sono per chi non potrebbe uscire da solo, ma Neuman prende per mano anche i lettori e ci gioca. Ci racconta storie d’amore, di confini creati e cancellati in quattro mura, di delusioni  e tradimenti. Sì, di grandi amori e rimpianti. E poi delle difficoltà che abbiamo davanti ad accadimenti straordinari, come davanti a una nascita e a una morte. C’è un racconto in cui le personalità del paziente e del proprio analista si sovrappongono, si scambiano. È un aspetto interessante perché l’io narrante è il terapeuta, ma nello scambio dei ruoli finisce per non narrare perché comanda il paziente, proprio come se la scrittura in terza persona si sovrapponesse alla scrittura in prima. A Neuman interessa la ricerca di compagnia, più che la certificazione della solitudine (uno dei grandi temi della scrittura contemporanea), lo fa attraverso la comunicazione. Nessuno dei suoi personaggi è portato per la chiusura, perfino davanti a un lutto. Un professore universitario, per fare un esempio, dopo la perdita della moglie farà qualcosa che sembra folle (e forse lo è): perdonerà e tenterà una riconciliazione con i nemici di una vita. Le cose che non facciamo sono esattamente quelle che poi facciamo, perché ci capitano, perché scegliamo di farle al posto di altre, perché le aspettiamo, a volte inermi altre no. Sorprende la capacità dello scrittore di disegnare parabole così compiute, di tratteggiare personaggi tanto perfetti in così poche parole; e questa sorpresa che rimane anche un po’ dopo aver terminato la lettura, questa sorpresa è il mio complimento per Andrés Neuman, e per Silvia Sichel, la sua bravissima traduttrice.

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© Gianni Montieri

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