Letteratura sudamericana

Lorenzo Pompeo, La “invenzione” di Buenos Aires di Jorge Luis Borges (1921-1929)

Quando, nel 1921, il poeta ventiduenne ritornò nella sua città natale, dopo sette anni di permanenza in Europa, «Era un giovanotto che aveva vissuto in Svizzera e in Spagna, aveva imparato il latino, il francese e il tedesco, aveva partecipato indirettamente a dei movimenti d’avanguardia ed era divenuto membro attivo di un nuovo gruppo, quello degli ultraisti; aveva pubblicato recensioni, articoli e alcune poesie, e aveva scritto due libri. A ventun anni era ancora timido ma abbastanza stagionato».
I Borges andarono ad abitare in una casa su via Bulnes, non molto lontano dal vecchio quartiere Palermo, e vi rimasero per due anni. Jorge cominciò lì ad avere un’abitudine che avrebbe mantenuto fino a cinquant’anni inoltrati: camminava moltissimo per le strade di Buenos Aires, percorrendo distanze enormi «Imparò così a conoscere Buenos Aires, o almeno la sua Buenos Aires; si trattava di percorrere, centimetro per centimetro, ripetutamente, un territorio che i suoi scritti avrebbero percorso allo stesso modo.»
Ma l’indirizzo di Buenos Aires al quale rimase per tutta la vita affezionato era la casa nella quale visse gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, al numero 2135 di Calle Serrano, quartiere Palermo. In una conversazione con Napoleon Murat nel 1964 Borges la ricorda così:

Quando ero ragazzo, la città finiva lì, a cinquanta metri da casa nostra. C’era un ruscello piuttosto sporco chiamato Maldonado, poi dei terreni incolti, e la città ricominciava di nuovo a Belgrano. Quello che c’era tra il ponte Pacifico e Belgrano non era campagna: sarebbe una parola troppo bella. C’erano dei terreni abbandonati e delle ville. Il quartiere era molto povero. In Calle Serrano c’erano solo tre case a due piani con patio. Sembrava di essere al confine estremo della città.

Scrive Emir Rodriguez Monegar in, Borges, una biografia letteraria: «I Borges erano indubbiamente degli estranei a Palermo: erano per metà inglesi e discendevano da una antica famiglia argentina. Palermo invece era una città di emigranti, una specie di terra di nessuno dove lavoratori “poveri ma rispettabili” abitavano vicino a mezzi delinquenti le cui energie erano prese da attività come il ruffianaggio, la prostituzione e vari tipi di azioni criminali.»[1]

Come racconta lo stesso Borges, i contatti con il mondo al di fuori del giardino di casa erano rari: «Il giardino di Palermo era un luogo privilegiato da cui Georgie poteva osservare il mondo esterno. Era un luogo sacro. Ma era anche la porta d’accesso ad un’altra realtà: la realtà della gente che viveva vicino a lui in case a un solo piano, gente che non aveva l’acqua corrente in casa né possedeva la sicurezza di un giardino proprio. Georgie e Norah non lasciavano quasi mai il loro rifugio» – scrive Monegar.  Malgrado il tempo ne avesse già allora alterato i connotati, il quartiere Palermo e il giardino di Calle Serrano rimarranno per Borges dei luoghi topici, il centro del suo mondo letterario.
Non appena lo scrittore si ristabilì a Buenos Aires, divenne il capo di un gruppo di giovani poeti, anch’essi interessati alla letteratura d’avanguardia, e con loro fondò una rivista letteraria, Prisma. Ne uscirono solo due numeri. Borges così rievoca gli aspetti più pittoreschi dell’impresa: «Il nostro piccolo gruppo oltranzista era ansioso di avere un suo giornale, ma i nostri mezzi non ce lo permettevano. Fu guardando gli annunci pubblicitari che mi venne l’idea di stampare un giornale murale. […] Così facemmo delle sortite notturne armati di colla e pennelli forniti da mia madre e, camminando per chilometri e chilometri, attaccavamo il foglio qua e là lungo le vie Santa Fe, Callao, Etre Rios, e Mexico.»
In quegli anni era al potere il Caudillo Hipolito Yrigoyen, figlio di un immigrato basco analfabeta, primo presidente eletto, nel 1916, nelle prime elezioni a suffragio universale maschile con voto segreto. L’Argentina era nel pieno di un’impetuosa e turbolenta fase di sviluppo industriale e gli emigranti dall’Europa (prevalentemente italiani) trovavano facilmente lavoro. Questo irruento processo di sviluppo aveva creato una nuova classe sociale: il proletariato urbano. La nascita dei sindacati (anarchici e socialisti), le lotte operaie, gli scioperi e le feroci repressioni che ne seguirono furono un chiaro segnale delle profonde mutazioni che stava attraversando la società argentina in quegli anni. Risale al 1927 il celebre reportage di Albert Londres, Le chemin de Buenos Aires (la traite des Blanches), che faceva luce sulla “tratta delle bianche”, ovvero il fiorente commercio di donne proveniente dall’Europa (Francia e Polonia) spedite in Argentina per essere avviate alla prostituzione. Furono proprio questi gli anni in cui il tango, nato nei postriboli di Buenos Aires e Montevideo, divenne popolare in tutto il mondo (tanto che nel 1912 il papa Pio X lo proibì). Lo stesso Borges dedicò a questo fenomeno il suo saggio Storia del Tango, nel quale, relativamente alla questione delle sue origini, scrisse: «i miei informatori concordavano tutti su di un punto essenziale: la nascita del tango nei lupanari». A rafforzare questa tesi, riporta un suo ricordo personale: «il fatto, che potei osservare io stesso da bambino in Palermo e anni più tardi alla Chacarita e in Boedo, che lo ballassero per le strade soltanto coppie di uomini, perché le donne del popolo non volevano compromettersi in un ballo da puttane.»
Proprio in questi anni esplode in tutto il mondo il “fenomeno Carlos Gardel”. Nel 1917, in occasione di un concerto al teatro Empire di Buenos Aires, il cantante mise in repertorio Mi noche triste, un tango di Samuel Castriota e Pascual Contursi che viene considerato uno dei primi esempi di tango-canzone (tra l’altro caratterizzato dall’uso del lunfardo, il gergo dei bassifondi di Buenos Aires infarcito di parole di origini italiane). Da allora incise centinaia tanghi. Le tournée di Gardel in Argentina e all’estero, i film da lui interpretati e la sua figura, oggetto di un vero e proprio culto popolare, renderanno il tango celebre in tutto il mondo. La sua scomparsa prematura, a causa di un incidente aereo, nel 1935, lo rese una vera e propria leggenda.
Anche dal punto di vista architettonico e urbanistico Buenos Aires stava vivendo un tumultuoso sviluppo. Il Colón, allora il più grande teatro lirico dell’America latina, progettato dall’architetto italiano Francesco Tamburini, venne inaugurato nel 1908 con l’Aida. Nel 1923 terminarono i lavori del Palazzo Barolo, fino al 1939 il più alto edificio dell’America latina, uno dei più eccentrici edifici della capitale, un progetto pionieristico per la sua epoca per l’uso ardito del cemento armato e firmato fin nei minimi dettagli dell’architetto italiano Mario Palanti in uno stile definito “eclettico” (che combina elementi art nouveau, art déco con elementi gotici e arabo-indiani).
Scrive Maryse Reunau: «Paradigma della complessità urbana, simbolo dell’evoluzione storica di tutto il paese, la capitale argentina si presenta in primo luogo sotto l’aspetto di metropoli popolosa. Non è difficile trovare nei nostri scrittori allusioni precise, addirittura quantificare numericamente, allo sviluppo demografico senza precedenti fatto registrare dalla capitale nei primi anni del XX secolo. Abbagliati in rari casi dall’immensità di una città ormai allo stesso livello delle più grandi metropoli internazionali, molto più spesso storditi e prostrati dalla marea quotidiana e meccanica di una popolazione laboriosa che pare quasi sonnambula, personaggi e narratori divengono l’eco di questo mondo ipertrofico e disumanizzato in cui le masse sembrano aver avuto ragione dell’individuo.»
Fu questo lo sfondo in cui Borges pubblicò nel 1923, alla vigilia di un viaggio per l’Europa (1924), Fervor de Buenos Aires, la sua prima raccolta di poesie uscita in trecento copie. Furono proprio le forti impressioni ricevute al ritorno in seno alla sua città natale l’oggetto di questa raccolta, come racconta lo stesso autore: «Tornammo a Buenos Aires sul Reina Victoria Eugenia alla fine di marzo del 1921. Fu per me una sorpresa, dopo essere vissuto in tante città europee – dopo tanti ricordi di Ginevra, Zurigo, Nimes, Cordoba e Lisbona – trovare la mia città natia così diversa. Era diventata grandissima, una enorme città di bassi edifici dal tetto piatto che si stendeva a occidente verso la pampa. Era più che un ritorno a casa; era una riscoperta. Potei vedere Buenos Aires con un interesse e un’emozione mai provati perché ne ero stato lontano tanto tempo. Se non fossi mai stato all’estero credo che non avrebbe mai avuto per me quel fascino che adesso aveva. La città – non tutta la città, naturalmente, ma alcuni luoghi che per me divennero emotivamente significativi – ispirò le poesie del primo libro che pubblicai, Fervor de Buenos Aires».[2]
Questo sentimento di meraviglia, di scoperta e riscoperta, di spaesamento e orientamento è ben espresso nella lirica Sobborgo:

Il sobborgo è il riflesso del nostro tedio.
I miei passi claudicarono
quando stavano per calpestare l’orizzonte
e restai tra le case,
quadrangolate in isolati
differenti ed uguali
come se fossero tutte quante
monotoni ricordi ripetuti
di un solo isolato.
L’erbetta precaria,
disperatamente speranzosa,
spruzzava le pietre della strada
e vidi nella lontananza
le carte di colore del ponente
e sentii Buenos Aires.
Questa città che credetti mio passato
è il mio avvenire, il mio presente;
gli anni vissuti in Europa sono illusori,
io stavo sempre (e starò) a Buenos Aires.

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I poeti della domenica #330: Antonio Conçalves Dias, Canzone dell’esilio

Canzone dell’esilio

La mia terra ha la palmiera,
Dove canta il sabià;
Qua anche trillano gli uccelli,
Ma il gorgheggio è un altro là.

Ha più stelle il nostro cielo,
I verzieri hanno più fiori
C’è più vita ai nostri boschi,
Vita là più trova amori.

Se di notte penso, solo,
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Ha la terra mia splendori,
Non li trovo uguali qua;
Se – di notte, solo – penso
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Non permetta Iddio ch’io muoia,
Se non prima torni là;
E rigoda gli splendori
Che qua mai non troverò;
E riveda la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Antonio Gonçalves Dias
Traduzione di Giuseppe Ungaretti
Edizione di riferimento: Ungaretti. Un’antologia delle opere a cura di Leone Piccioni, Arnoldo Mondadori editore 1971, pp. 234-235

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Claribel Alegría un anno dopo

Poesie da Voci, Samuele Editore. Traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto

La voz del riachuelo

Vuelvo hacia el mar
allí nací
y me acogió una roca
cuando salté a la tierra.
Bajo despacio
me detengo en el musgo
en las flores silvestres
bajo en busca del río
que me devuelva al mar.
Mi vecino
el torrente
no sabe que yo existo
brama
salta
llena cauces
estalla
como yo busca el río
disolverse en el río
que me devuelva al mar
porque el mar nos espera
porque el mar es la cuna
porque somos el mar.

.

El cangrejo ermitaño

Llega desde lejos
mi escritura
es ancestral
austera
me invita a esculpir
en la arena mojada
obedezco
me hastío
y no comprendo nada
y sigo haciendo signos
y abro un agujero
y me escondo
y me duermo
pero vuelve la voz
que me conmina
esa voz que me empuja
y que quizás un día
me conduzca al origen.

.

Escapes

A menudo me escapo
al reino de las sombras
entre ellas camino
con soltura
su silencio me incita
a que vuele mi voz.
No sucede lo mismo
a mi regreso.
A veces
mientras converso
con amigos
vacilo
atiendo
callo
adivino las llagas
que mis palabras-dardo
podrían levantar.

.

 

La voce del ruscello

Torno verso il mare
è lì che nacqui
mi accolse una roccia
quando saltai sulla terra.
Scendo piano
mi trattengo nel muschio
tra i fiori selvatici
scendo a cercare il fiume
che mi riporti al mare.
Il mio vicino
il torrente
non sa che io esisto
brama
salta
riempie canali
scoppia
anche lui cerca il fiume
dissolversi nel fiume
che mi riporti al mare
perché il mare ci aspetta
perché il mare è la culla
perché siamo il mare.

.

Il granchio eremita

Arriva da lontano
la mia scrittura
è ancestrale
austera
mi invita a scolpire
sulla sabbia bagnata
obbedisco
mi infastidisco
e non capisco niente
e continuo a fare segni
e faccio un buco
e mi nascondo
e mi addormento
ma torna la voce
che mi comanda
questa voce che mi spinge
e che forse un giorno
mi condurrà all’origine.

.

Vie di fuga

Spesso me ne scappo
nel regno delle ombre
con scioltezza
cammino tra di loro
che silenziose spronano
della mia voce il volo.
Non accade lo stesso
al mio ritorno.
Talvolta
mentre parlo
con gli amici
vacillo
attendo
taccio
indovino le ferite
che le mie parole-freccia
potrebbero aprire.

.

proSabato: Adela Zamudio, La ragione e la forza

Adela Zamudio, La ragione e la forza

Traduzione di Emilio Capaccio

 

La Ragione e la Forza si presentarono un giorno davanti al tribunale della Giustizia per risolvere una lite furiosa. La Giustizia si dichiarò in favore della Ragione. La Forza allegò le sue glorie che riempiono la storia e la sua innegabile preponderanza universale in tutte le epoche; ma la Giustizia si mostrò inflessibile.
— I tuoi trionfi, per me, non significano altro che barbarie; sentenzierò in tuo favore solo quando ti troverai in accordo con la Ragione, le disse.
Le due contendenti si ritirarono, ognuna per la sua strada. Durante il cammino, alla Forza capitò di incrociare l’Ipocrisia e si mise a raccontare della disfatta che aveva appena subito.
— Hai dichiarato le tue ambizioni con troppa franchezza, le disse l’Ipocrisia. Se ti fossi vestita degli attributi della tua nemica, il risultato sarebbe stato diverso.
La Forza approfittò del consiglio. Attese che la Ragione si addormentasse o si distraesse, trafugò i suoi paramenti, camuffandosi con questi, e adottando le sue maniere e il suo linguaggio, si presentò alla Giustizia con il suo memoriale alla mano.
— Leggetelo, signora, le disse. Tutto ciò che chiedo è in nome della Patria, dell’Umanità, della Religione.
La Giustizia, che non vede a un palmo dal naso, inforcò gli occhiali, appose il visto sul documento e impresse il sigillo augusto del suo ministero.
La Forza se ne andò a cercare l’Ipocrisia. (altro…)

La figlia del vento: nota su Alejandra Pizarnik (di Jennifer Poli)

 

Dall’introduzione di Enrique Molina all’edizione italiana di Crocetti (La figlia dell’insonnia, 2004) delle poesie di Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972) si legge:

Quando penso ad Alejandra Pizarnik la vedo passare, solitaria, in una di quelle enormi sfere di Bosch dove giacciono coppie nude, entro un mondo tanto tenue che solo per miracolo non esplode ad ogni secondo. Ma la sua è una sfera notturna, iridata come una perla nera. Creatura affascinata e affascinante, vittima e maga, ardeva al suo rogo e, nello stesso tempo, con quella crudeltà propria della poesia, appiccava a fuoco il mondo circostante, lo faceva ardere con una fosforescenza tenera e cupa, che illuminava con un sorriso da fantasma il suo volto di bambina. (op. cit., p. 7)

In questo passaggio emerge ciò che a mio avviso è il carattere peculiare della poesia di Pizarnik: la sua capacità di sintesi e trascendenza degli opposti. Questo processo porta il lettore a fare un balzo oltre il pensiero ordinario per abbracciare una dimensione in cui si apre il linguaggio dell’analogia:

Anche se l’amato
brilla nel mio sangue
come una stella collerica,
mi alzo dal mio cadavere
e attenta a non calpestare il mio sorriso morto
vado incontro al sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amici della morte

(op. cit., p. 21).

Qui è chiaramente visibile la catena analogica vento-fiori-pioggia-morte, tutti elementi legati da un sentimento di unione. Dalla vita alla morte e ritorno. Questa è la grande metafora della poesia di Pizarnik. L’orizzonte di questi versi è quello di un’unità antica e profonda del mondo, una visione olistica (da “olòs”, intero) fortemente presentita ed esperita nella poesia. Quello dell’analogia è un vero e proprio metodo per trascendere tutte le opposizioni e le separazioni della mente razionale (bianco/nero; buono, cattivo, giorno/notte). Nello sguardo visionario della poetessa queste categorie non hanno ragion d’essere. (altro…)

Da Todavia la sangre di ROMINA CAZÓN, traduzioni di Federica Volpe

Todavia la sangre

I

A volte quando il pianto mi sveglia tutta moribonda, mi avvicino alla finestra
e muovo la tenda per vedere se qualcuno abbia gli stessi aghi conficcati negli
occhi, per vedere se qualcuno abbia lo stesso sangue. Ed é quando abbraccio timidamente
la tela, come se l’atto rappresentasse dimenticare un paese, ma è assurdo confidare
nella mia memoria, è assurdo dire che mi strapperò la testa se torno a ricordare.
Lo feci per tanti anni che già non credo nelle vocali che la mia bocca espelle. Credo solo
negli dei e nessuno di loro mi ha concesso il desiderio e nonostante questo, io li
perdono.

A veces cuando el llanto me despierta toda desahuciada, me acerco a la ventana
y muevo la cortina para ver si alguien tiene las mismas agujas clavadas en los
ojos, para ver si alguien tiene la misma sangre. Y es cuando abrazo tímidamente
al lienzo, como si el acto representara olvidar a un país, pero es absurdo confiar
en mi memoria, es absurdo decir que me arrancaré la cabeza si vuelvo a recordar.
Lo hice tantos años que ya no creo en las vocales que mi boca expulsa. Sólo creo
en los dioses y ninguno de ellos me ha concedido el deseo y sin embargo, yo los
perdono.

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Juan Rodolfo Wilcock scrittore tra i mondi (di Daniel Raffini)

.

Juan Rodolfo Wilcock è oggi in Italia un autore poco conosciuto; eppure in Italia ha vissuto per oltre vent’anni, pubblicando moltissimi libri di assoluto interesse e originalità nel panorama letterario nazionale. Oggi Wilcock è un autore rimosso, espulso dal canone letterario, conosciuto solo da qualche lettore appassionato: questo è paradossale, se pensiamo che i suoi libri sembrano scritti in primo luogo per il piacere della lettura. In questo senso è degna di plauso l’operazione di Adelphi, casa editrice storica di Wilcock, che sta provvedendo alla ripubblicazione delle opere dell’autore. Il carattere ludico della sua opera deriva dalla sua personalità, ma anche dalle sue origini, quel Sudamerica dove tutti scrivono e leggono, dove la scrittura e la lettura hanno ricoperto e ricoprono un ruolo centrale non solo all’interno del panorama culturale, ma anche come fenomeno sociale tout-court.
Wilcock non è infatti italiano, salvo diventarci da un certo momento della sua vita. Egli nasce a Buenos Aires nel 1919 da una famiglia decisamente internazionale – madre argentina, padre inglese, nonni italiani, scozzesi, franco-svizzeri – e come altri argentini mostra fin nel nome il cosmopolitismo della sua famiglia. Questa situazione familiare ebbe come risultato che Juan Rodolfo apprese fin da piccolo molte lingue: oltre allo spagnolo, dominava l’inglese, l’italiano, il tedesco e il francese. I suoi studi sono di carattere tecnico, ma presto decide di dedicarsi alla letteratura. Per le prime prove, in spagnolo, sceglie la poesia: nel 1940 pubblica Primer libro de poemas y canciones, che ottiene un buon successo e dà avvio alla sua carriera letteraria. Negli anni successivi conosce figure di spicco della cultura argentina dell’epoca, come Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo. La lezione di questi scrittori si farà sentire nei testi del periodo italiano attraverso l’elemento del fantastico, a cui Wilcock aggiunge una buona dose di satira tutta personale. In Argentina collabora con molte riviste – prima tra tutte la ben nota «Sur» – e pubblica altre raccolte di poesie: Los hermosos días (1942), Ensayos de poesía lírica (1943), Persecución de las musas menores (1944), Paseo sentimental (1945), Sexto (1951). Nel 1951 con Silvina Ocampo intraprende un viaggio in Europa e visita anche l’Italia. Pochi anni dopo, nel 1955, decide di lasciare definitivamente l’Argentina e si stabilisce prima a Londra e poi a Roma, dove resterà fino alla morte avvenuta il 16 marzo 1978, inframezzando lunghi periodi di fuga in campagna a Velletri e Lubriano.
Il primo punto su cui soffermarsi è l’esilio di Wilcock, quello spartiacque fondamentale che è l’attraversamento dell’Oceano. Il suo fu un esilio volontario, dettato in parte dalla situazione politica del paese durante il regime peronista, verso il quale lo scrittore si era dimostrato insofferente. Nel 1955 dichiara all’amico Hector Bianciotti: «Se non te ne vai subito da questo paese, sei perduto per sempre». I due partiranno pochi mesi dopo: Bianciotti si stabilirà in Francia, mentre Wilcock approderà a Roma. La scelta di partire non è motivata da una disaffezione per l’Argentina in generale, ma dalle condizioni politiche del paese e dalla situazione che si prospettava agli intellettuali. Tuttavia le ragioni dell’esilio di Wilcock non vanno ricercate solo sulla sponda argentina: se lì c’era qualcosa che lo respingeva, allo stesso modo qui qualcosa lo attirava visceralmente. Il viaggio del 1951 è probabilmente il momento della maturazione nello scrittore della fascinazione dell’Europa come terra delle origini a cui far ritorno. Dal punto di vista personale Wilcock vede nel vecchio continente la patria degli antenati; dal punto di vista generale l’Europa è il luogo in cui la cultura nasce e si espande in tutto il mondo, anche in Argentina: «Quanto alla tradizione letteraria argentina, è ovvio che non può essere altro che la tradizione letteraria europea», dirà Wilcock in un’intervista di Mario Lunetta. Questo legame emerge leggendo le poesie di Wilcock − come ha fatto giustamente notare A. Gialloreto nel saggio L’intelligenza del caos. Gli esodi italiani di Juan Rodolfo Wilcock (in ID, I Cantieri dello sperimentalismo. Wilcock, Manganelli, Gramigna, e altro Novecento, Jaca Book, 2013). L’Europa è la terra delle origini verso la quale lo scrittore si sente attratto: «Una specie di amore mi attirava:/ venni, bevvi l’amore e persi i sensi» (R. Wilcock, Poesie, Adelphi, 1980, pp. 150-151). Per quanto riguarda l’Italia il legame interessa anche la lingua, sentita come retaggio materno nelle sue varie accezioni: «Madre ho un brivido quando penso/ che mi hai dato come a tutti i tuoi figli/ una parola almeno in dono, una/ soltanto delle migliaia di basalto/ che furono di Dante Alighieri» (Ivi, p. 164). È così che l’esilio di Wilcock diventa anche esilio linguistico e lo scrittore decide di scrivere in italiano, lingua a cui rimarrà fedele per il resto della sua vita, tornando allo spagnolo solo per autotradursi. (altro…)

Vicente Huidobro, Poesie

Vicente Huidobro
Poesie

Traduzione di Gianni Darconza

 

LA POESÍA ES UN ATENTADO CELESTE

Yo estoy ausente pero en el fondo de esta ausencia
Hay la espera de mí mismo
Y esta espera es otro modo de presencia
La espera de mi retorno
Yo estoy en otros objetos
Ando en viaje dando un poco de mi vida
A ciertos árboles y a ciertas piedras
Que me han esperado muchos años
Se cansaron de esperarme y se sentaron

Yo no estoy y estoy
Estoy ausente y estoy presente en estado de espera
Ellos querrían mi lenguaje para expresarse
Y yo querría el de ellos para expresarlos
He aquí el equívoco el atroz equívoco

Angustioso lamentable
Me voy adentrando en estas plantas
Voy dejando mis ropas
Se me van cayendo las carnes
Y mi esqueleto se va revistiendo de cortezas

Me estoy haciendo árbol
Cuántas veces me he ido convirtiendo en otras cosas…
Es doloroso y lleno de ternura

Podría dar un grito pero se espantaría la transubstanciación
Hay que guardar silencio Esperar en silencio

LA POESIA È UN ATTENTATO CELESTE

Io sono assente però in fondo a questa assenza
C’è l’attesa di me stesso
E questa attesa è un altro modo di presenza
L’attesa del mio ritorno
Io sono in altri oggetti
Vado in viaggio dando un po’ della mia vita
A certi alberi e a certe pietre
Che mi hanno atteso per molti anni
Si sono stancati d’aspettarmi e si sono seduti

Io sono e non sono
Sono assente e sono presente in stato d’attesa
Loro vorrebbero il mio linguaggio per esprimersi
E io vorrei il loro per esprimerli
Da qui l’equivoco l’atroce equivoco

Angoscioso lamentevole
Mi addentro in queste piante
Lascio i miei vestiti
Mi cadono le carni
E il mio scheletro si riveste di cortecce

Mi faccio albero
Quante volte mi sono trasformato in altre cose…
È doloroso e pieno di tenerezza

Potrei lanciare un grido ma si spaventerebbe la transustanziazione
Bisogna mantenere il silenzio Aspettare in silenzio

 

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Juan Villoro, El puño en alto

opera di Ettore Sottsass, foto di Gianni Montieri

 

Eres del lugar donde recoges
la basura.
Donde dos rayos caen
en el mismo sitio.
Porque viste el primero,
esperas el segundo.
Y aquí sigues.
Donde la tierra se abre
y la gente se junta.

Otra vez llegaste tarde:
estás vivo por impuntual,
por no asistir a la cita que
a las 13:14 te había
dado la muerte,
treinta y dos años después
de la otra cita, a la que
tampoco llegaste
a tiempo.
Eres la víctima omitida.
El edificio se cimbró y no
viste pasar la vida ante
tus ojos, como sucede
en las películas.
Te dolió una parte del cuerpo
que no sabías que existía:
La piel de la memoria,
que no traía escenas
de tu vida, sino del
animal que oye crujir
a la materia.
También el agua recordó
lo que fue cuando
era dueña de este sitio.
Tembló en los ríos.
Tembló en las casas
que inventamos en los ríos.
Recogiste los libros de otro
tiempo, el que fuiste
hace mucho ante
esas páginas.
Llovió sobre mojado
después de las fiestas
de la patria,
Más cercanas al jolgorio
que a la grandeza.
¿Queda cupo para los héroes
en septiembre?
Tienes miedo.
Tienes el valor de tener miedo.
No sabes qué hacer,
pero haces algo.
No fundaste la ciudad
ni la defendiste de invasores.

Eres, si acaso, un pordiosero
de la historia.
El que recoge desperdicios
después de la tragedia.
El que acomoda ladrillos,
junta piedras,
encuentra un peine,
dos zapatos que no hacen juego,
una cartera con fotografías.
El que ordena partes sueltas,
trozos de trozos,
restos, sólo restos.
Lo que cabe en las manos.

El que no tiene guantes.
El que reparte agua.
El que regala sus medicinas
porque ya se curó de espanto.
El que vio la luna y soñó
cosas raras, pero no
supo interpretarlas.
El que oyó maullar a su gato
media hora antes y sólo
lo entendió con la primera
sacudida, cuando el agua
salía del excusado.
El que rezó en una lengua
extraña porque olvidó
cómo se reza.
El que recordó quién estaba
en qué lugar.
El que fue por sus hijos
a la escuela.
El que pensó en los que
tenían hijos en la escuela.
El que se quedó sin pila.
El que salió a la calle a ofrecer
su celular.
El que entró a robar a un
comercio abandonado
y se arrepintió en
un centro de acopio.
El que supo que salía sobrando.
El que estuvo despierto para
que los demás durmieran.

El que es de aquí.
El que acaba de llegar
y ya es de aquí.
El que dice “ciudad” por decir
tú y yo y Pedro y Marta
y Francisco y Guadalupe.
El que lleva dos días sin luz
ni agua.
El que todavía respira.
El que levantó un puño
para pedir silencio.
Los que le hicieron caso.
Los que levantaron el puño.
Los que levantaron el puño
para escuchar
si alguien vivía.
Los que levantaron el puño para
escuchar si alguien
vivía y oyeron
un murmullo.
Los que no dejan de escuchar.

 

Sei del luogo dove raccogli
l’immondizia.
Dove due fulmini cadono
nello stesso punto.
Hai visto il primo, perciò
aspetti il secondo.
E qui resti.
Dove la terra si apre
e la gente si unisce.

Sei arrivato in ritardo, di nuovo:
per grazia di impuntualità sei
vivo, per mancare all’appuntamento
che alle ore 13:14 ti avrebbe
dato la morte,
trentadue anni dopo l’altro
appuntamento, al quale pure
non arrivasti
in tempo.
Sei la vittima omessa.
L’edificio oscillò e tu non
hai visto passare la vita
davanti ai tuoi occhi, come
accade nei film.
Ti fece male una parte del corpo
che non sapevi esistesse:
la pelle della memoria
che non evocò scene
della tua vita, ma
dell’animale che sente
scricchiolare
la materia.
Anche l’acqua si ricordò
ciò che fu quando
era padrona di questo luogo.
Tremò nei fiumi.
Tremò nelle case
che inventammo nei fiumi.
Hai raccolto i libri di un altro
tempo, quel che eri
molto prima di queste
pagine.
Piovve sul bagnato
dopo le feste
della patria,
più vicine alla baldoria
che alla grandezza.
C’è spazio per gli eroi
in settembre?
Hai paura.
Hai il coraggio di avere paura.
Non sai che fare,
ma fai qualcosa.
Non hai fondato la città
né l’hai difesa dagli invasori.

Semmai, sei un mendicante
della storia.
Sei chi raccoglie rifiuti
dopo la tragedia,
chi sistema mattoni,
unisce pietre,
trova un pettine,
due scarpe spaiate,
un portafogli con delle fotografie.
Chi ordina parti sciolte,
pezzi di pezzi,
resti, solo resti,
quel che ci sta tra le mani.

Sei chi non ha guanti,
chi distribuisce acqua,
chi regala le sue medicine
perché è già guarito dall’orrore.
Chi vide la luna e sognò
cose strane, ma non
seppe interpretarle,
chi sentì miagolare
il suo gatto mezz’ora
in anticipo e lo comprese
solo alla prima
scossa, quando l’acqua
salì dal water.
Chi pregò in una lingua
straniera perché aveva dimenticato
come si prega.
Chi ricordò chi stava
dove.
Chi corse dai suoi figli
a scuola.
Chi pensò a coloro che
avevano figli a scuola.
Chi rimase senza batteria.
Chi scese in strada per offrire
il proprio cellulare.
Chi entrò a rubare in un
negozio abbandonato
e se ne pentì in
un centro di raccolta.
Sei chi sapeva di essere di troppo.
Chi stette sveglio affinché
gli altri dormissero.

Chi è di qui.
Chi è appena arrivato
e già è di qui.
Chi dice “città” per dire
tu, e io, e Pedro, e Marta,
e Francisco, e Guadalupe.
Chi resta due giorni senza luce
né acqua.
Chi ancora respira.
Chi alzò il pugno
per chiedere il silenzio.
Coloro che se ne accorsero.
Coloro che alzarono il pugno.
Coloro che alzarono il pugno
per sentire
se qualcuno fosse vivo.
Coloro che alzarono il pugno per
sentire se qualcuno
fosse vivo e udirono
un mormorio.
Coloro che non smettono di ascoltare.

© Juan Villoro 

traduzione di Chiara Caradonna  
un grazie a Carmen Gallo

 

 

Juan Villoro

Nato a Città del Messico nel 1956, è autore di saggi, racconti e romanzi, e una delle figure più importanti nel panorama letterario messicano contemporaneo. Il 22 settembre 2017, tre giorni dopo il violento sisma (7.1 della scala Richter) che ha colpito la zona centrale del Messico mietendo numerose vittime anche nella capitale, Villoro pubblica sul quotidiano Reforma, al posto del suo regolare contributo, la poesia El puño en alto. Il testo viene condiviso, diventa un fenomeno virale. “A dire il vero non mi considero poeta”, dice Villoro in un’intervista. Il suo poema, una “litania del dolore”, nasce perché vengono meno le parole. È – aggiunge – un’omaggio immediato e istintivo alla solidarietà dimostrata dalla popolazione subito dopo il terremoto. Di questa solidarietà il pugno in alto è – come dimostrano le immagini scattate in quei giorni – a tal punto espressione concreta da trasformarsi a sua volta in simbolo di unità e perseveranza dal basso, che agisce indipendentemente dalle autorità. Nel suo contesto specifico il pugno in alto significa, come osserva Villoro: “restiamo in silenzio per dedicarci all’altro”, a chi ancora è seppellito sotto le macerie. Assume però anche un senso sociale e umano più ampio: “mettersi in ascolto di ciò che deve essere sentito”. Per Villoro il pugno in alto non è un gesto di potere, ma di ascolto.
Il sisma del 19 settembre scorso ha riportato alla memoria il terremoto che nello stesso giorno del 1985 distrusse Città del Messico. È questo l’appuntamento mancato cui fa riferimento la seconda strofa.

*

Chiara Caradonna è nata a Brescia nel 1986. Vive e lavora a Gerusalemme, dove è ricercatrice in letterature comparate presso la Hebrew University.

 

“I detective selvaggi”: un romanzo sulla poesia (di C. Trombetta)

bolano-detective-selvaggiI Detective Selvaggi: un romanzo sulla poesia

di Chiara Trombetta

 

Che si ami o che si detesti Roberto Bolaño, I detective selvaggi resta un romanzo incredibile. Quasi 700 pagine che tirano il lettore per la collottola da un capo all’altro del mondo sulle tracce di Ulises Lima e Arturo Belano. Due poeti, un messicano e un cileno. Nient’altro che spacciatori di marijuana, ladri di libri, perdigiorno senza speranza, forse. Due ingenui fuori di testa allucinati dalla droga. Due ombre inafferrabili, oggi in Messico, domani nel Sonora e poi in Europa, a Parigi, Berlino, Londra. Un libro su due poeti fantasmi che a loro volta inseguono poeti e poesie perse nel nulla. La povera Laura Damián, morta giovanissima, Cesárea Tinajero, di cui tanto si parla ma di cui nessuno riesce a ricordare un singolo verso. Assenze che riempiono la bocca di fiumi di parole in piena. C’è di tutto in questo romanzo: letteratura, politica, sesso, amicizia, ossessioni, magnaccia inferociti e ospedali psichiatrici. Ma scompaiono sempre dietro l’angolo, quei due, Ulises e Arturo, all’inseguimento della Poesia.
E alla fine la trovano, l’unica poesia di Cesárea mai pubblicata. Finalmente scovano la Poesia. È una notte di Gennaio del ’76, nel DF di Città del Messico, in Calle República de Venezuela, vicino al Palacio de la Inquisición. Tra una bottiglia di mescal e una di tequila, Amadeo Salvatierra, vecchio scrittore ubriacone e un po’ sentimentale, mostra loro l’unica copia sopravvissuta della rivista Caborca, sulle cui pagine figura Sión, la sola testimonianza del passaggio di Cesárea sulla Terra:

trombetta

La Poesia si svela in una sola occhiata, in tutta la sua semplicità. «Qual è il mistero?» chiede loro Amadeo, che da quarant’anni spreme le meningi su quell’enigmatica pagina. I ragazzi lo guardano. «Non c’è nessun mistero, Amadeo». È proprio questo il punto. È uno scherzo, la poesia è uno scherzo che nasconde qualcosa di molto serio. Nessun mistero, è facilissima da capire. E non è, forse, simile alla vita? Tutti i santi giorni a lambiccarci il cervello nella pretesa di capire la vita, i giorni, le ore che passano. I fatti, gli eventi intono a noi sembrano spesso intrisi di un’aura misteriosa, segni incomprensibili di un codice sconosciuto e imposto dall’alto, da accettare e decifrare con la minuzia di un chirurgo in sala operatoria. E se ciò che rende tale un uomo fosse semplicemente il suo essere dotato di vita, di qualsiasi forma, misura e consistenza essa sia? Allo stesso modo di una poesia che, dicono Lima e Belano, non deve per forza significare qualcosa, eccetto il fatto che essa è una poesia, a prescindere dalle parole, dai tratti che la compongono. Del resto, è ciò che anche Julio Cortázar, che per Bolaño è «il migliore», afferma nel ’63 in Rayuela: «Non esistono messaggi, esistono messaggeri, e questo è il messaggio, così come l’amore è colui che ama».

Una linea retta, una linea ondulata e una spezzata. Mare calmo, mare mosso, tempesta. Tranquillità, inquietudine, dolore. Naturale. Trasparente. La poesia è poesia. La vita è vita. Non c’è inganno in attesa nel buio.

 

© Chiara Trombetta

I poeti della domenica #194: Roberto Bolaño, Ho sognato

14

Ho sognato che stavo sognando, avevamo perso la rivo-
luzione ancora prima di farla e decidevo di tornare a casa.
Quando volevo mettermi a letto ci trovavo De Quincey
che dormiva. Si svegli, don Tomás, gli dicevo, è quasi l’alba.
deve andarsene. (Come se De Quincey fosse un vampiro.)
Ma nessuno mi ascoltava e uscivo di nuono nelle strade
buie di Città del Messico.

*

14

Soné que estaba soñando, habiamos perdido la revolu-
ción antes de hacerla y decidia volver a casa. Al intentar
meterme en la cama encontraba a De Quincey durmiendo.
Despierte, don Tomás, le decía, ya va amanecer, tiene que
irse. (Como si De Quincey fuera un vampiro.) Pero nadie
menescuchaba y volvía a salir a las calles oscuras de México
DF.

*

da Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur 2017

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

*
Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

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