Inediti di Paolo Steffan dal “Premio Teglio Poesia 2016”

primavera-de-sgranf

Dalla silloge Un glossolalico nulla
II classificato al Premio Teglio 2016

Motivazione:

Con la stessa urticante trepidazione di Zanzotto, la stessa indomita dolcezza e docilità di Cecchinel, poeti conterranei, amati, studiati, e di cui ha già dato alle stampe ottimi saggi ad essi dedicati, Paolo Steffan, con la silloge “Un glossolalico nulla” canta, nel suo dialetto nodoso, il vuoto senza sale e senza anima in cui è sprofondata la civiltà veneta, “nei nostri paesi restàdi zhenzha / i so molin de creanzha” (un tempo terra di abbracci senza brindisi, ora di brindisi senza più abbracci), l’ostinazione con cui è stato rincorso e quindi raggiunto, goduto, fa ciàcere e sagre, come fosse davvero sostanza capace di riempire una comunità.
In questa corsa dissennata verso il nulla luccicante che stringiamo, Steffan dà conto anche, nello sbancamento delle sue colline, dell’abbattimento delle piante per far posto ai filari del “prosecco che tira”, per un cin-cin avvelenato e demente. Così che il progressivo diradamento vegetale ha creato lo spazio necessario all’infoltirsi di tale vuoto.

Fabio Franzin, Patrizia Dughero, Roberto Ferrari,
Piero Simon Ostan, Francesco Tomada, Anna Toscano

Primavèra de śgranf

……………………………..e tu come vivi? le tue parole possono avere eco in quest’epoca?
……………………………..Miklós Radnóti, “Prima Ecloga”

― Sacagnar tuti i bar, scanar dhó ogni
retajo che ’n dio conzhà
pa’ le fèste al ne à mes via,
l’é chel vòstro mistier
che no ’l ve asa mai in prest.

― Ma no vé perdest gnent!

― Ma par noaltri l’é tant, l’é
squasi tut, e savési
quant tenp che ven spandest
pa’ catarlo, sto gnent senpre pi in là,
pa’ po córerghe drio…

― Vesi da trarghe a calcòsa de pi
gròs e gras, de pi mat!

― Ma sta qua l’é la nòstra primavera
de śgranf, l’é le nòstre ùltime
schivanèle de nùvole
prima che ’l sol de noémbre, fiap, al cale
…………………………………………………..dhó

dal so śòl, dal so poc.
Che par noaltri l’é tut.

Primavera di crampi. ― Saccheggiare tutti i cespugli, abbattere ogni / ritaglio ::: retaggio che un dio conciato / per le feste ci ha messo da parte, / è quel vostro mestiere / che non vi lascia mai precari. // ― Ma non avete perduto nulla! // ― Ma per noi è tanto, è / quasi tutto, e sapeste / quanto tempo che abbiamo sparso ::: sperso / per trovarlo, questo nulla sempre più in là, / per corteggiarlo… // ― Dovevate dare la caccia a qualcosa di più / grosso e grasso, di più contaminato! / ― Ma questa è la nostra primavera / di crampi, sono i nostri ultimi / zigzag di nuvole / prima che il sole di novembre, avvizzito, tramon- / ti / dal suo volo, dal suo poco. / Che per noi è tutto.

*

Paesaggi con tmesi

I

Śmòrvedi, i talpon.
Col so fià de festuc i śbianca ’l paeśe
che ’l se fa ’n starnudar de bòce e vèci.
«Masa légria», l’à dita calchedun,
«Ciol al Chainsaw e taja, taja dhó!».
E i é mòrti, i talpon.

Rigogliosi, i pioppi. / Col loro fiato di festuche sbiancano il paese / che si fa uno starnutire di bambini e vecchi. // «Troppa allegria», ha detto qualcuno, / «Prendi il Chainsaw e taglia, abbatti». / E sono morti, i pioppi.

II

Sachèr che come dent…
qua o là ghen manca un-do.
Fosài che i é gargat:
a ingiutir dhó i cut-cut.

Salci che come denti… / qua o là ne manca uno-due. // Fossi che sono gole: / per deglutire i cut-cut.

III

Su nizhiói stendesti de ciel
no ’l se spècia pi ’l verdo śmòrvedo
del zhei de le roje.
Su nizhiói rizhadi de ciel
al se spècia ner al pi asphalt
dei sfalti che boje.

Su lenzuola stese di cielo / non si specchia più il verde rigoglioso / del ciglio delle rogge. // Su lenzuola stropicciate di cielo / si specchia nero il più asphalt / degli asfalti bollenti.

IV

I se ustinéa a śbruśar
vèce sul panevin, co coverton
e plasteghe e bandot,
a tirar su col nas
an fià de mòrt, a vénderne pisòzh,
schit, shit, par grasa bòna.

Continuano a ostinarsi a bruciare / vecchie sul falò epifanico, con pneumatici / e plastiche e scarti di latta, // a inspirare rumorosamente / un po’ di morte, a venderci urina di vacca, / sterco d’uccelli, shit, per letame di qualità.

V
 ………………………………….palinodia a Pasolini

E Ti, Vergine Beata? Senti qua
che razha de spuzhata che la sùfia
su dai sfalti del paeśe, drio èrbe stonfe;
al freschin pazh de aquete de fosal
ner che ’l sa da pisozh e da qatrân
che sentìe, da tośat, a vegner caśa
drio ’l zhei mal fat (de plàten smuzhigadi
e zhenza pi canp) de la Pontebana.

E Tu, Beata Vergine? Senti qua / che irrespirabile puzzo che soffia / su dagli asfalti del paese, lungo erbe fradice; / il mucido lercio di acquette di fosso // nero che sa di tanfo d’urina e di qatrân / che sentivo, da ragazzino, tornando a casa / lungo il ciglio malfatto (di platani moncati / e senza più campi) della Pontebbana.

Le tmesi del titolo non hanno nulla a che vedere con l’omonima figura retorica, ma sono intese nel significato originario (dal greco tmēsis), come veri e propri “tagli” che sovvertono, stravolgendola, la dimensione vitale conosciuta: sono perciò assimilabili piuttosto ai “tagli” di Lucio Fontana, allo stravolgimento che essi hanno causato alla superficie pittorica e alla storia dell’arte italiana del secolo scorso. In queste poesie brevi (nate peraltro esse stesse in continuità con lavori pittorici ancora in fase progettuale) le tmesi sono paesaggistiche, in quanto lacerazioni continue che distruggono i segni e ci spaesano, e sono anche linguistiche, dentro un tessuto dialettale che tenta di parlare di qualcosa che sempre meno gli corrisponde; la dissociazione tra i paesaggi e le loro lingue si vive per violento mezzo di queste tmesi, sulle cui ferite aperte vanno a innestarsi termini forastici (nei versi quattro parole inglesi e una araba) che ammalano la poesia stessa o che forse sono solo misura della delusione di non potersi sentire più voce autentica, se privata dei “tagli” dolorosi di cui sono vittima le piccole lingue madri in concerto coi loro micro-ecosistemi contaminati. La “palinodia a Pasolini” è, sintomaticamente, la riscrittura di un breve passaggio del dramma I turcs tal Friul.

© poesie e disegno di Paolo Steffan

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