Nightswimming

amsterdam, foto gm

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Nightswimming (un racconto musicale)

di Raffaele Calvanese

*

Non è facile chiudere la porta dietro ad una serata passata al microfono. Chiudere in un luogo fisico le parole e i pensieri, come fosse un compartimento stagno. Come chiedere ad uno scrittore se riesce a separarsi da una storia appena mette da parte il taccuino o ad un lettore appena chiuso un libro se riesce a dimenticare ciò che ha letto o immaginato grazie a quelle pagine. Capita di sembrare stralunati, assenti, persi con lo sguardo nel vuoto. Nelle orecchie girano ancora le parole, le canzoni. Uno dei piaceri di lavorare in radio è proprio quello di poter avere sempre a disposizione una canzone a farti compagnia, una canzone scelta da te. Chi conduce i programmi notturni ogni tanto mette mano alla programmazione quel tanto che basta ad accompagnarti fino a casa, una serie non casuale di canzoni che si alternano senza sorprese spiacevoli, senza stonature, quelle canzoni capaci di tenere viva la fiamma, quell’energia che si sprigiona solo quando si accende il microfono e si sente in cuffia la tua voce.
Capita che la strada scorra anonima mentre la mente guida i pensieri altrove, la guida per tornare a casa diviene un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pare estraneo quando in realtà l’osservatore è il vero corpo estraneo di questo scenario. Tra le insegne luminose ne noto una scura, ormai in disarmo. “Numismatica e Filatelia”, il reperto di un’epoca che non c’è più. Un esempio di economia romantica, in cui anche una passione poteva diventare un vero e proprio lavoro. Agli scenari delle città che viviamo oggi, anche di notte manca maledettamente il romanticismo racchiuso nell’insegna “Numismatica e filatelia”. Siamo estranei in questa giungla di lounge bar. Le uniche attività commerciali che proliferano sono dedite alla ristorazione o al beveraggio pret a porter. Sembriamo ingranaggi di una macchina più grande di noi che ha svuotato il sogno rendendolo plastificato, impalpabile, imitabile si, ma al contempo irraggiungibile. Non è più il tempo in cui si poteva entrare in un negozio per parlare di monete rare o francobolli. Le città di notte concedono il tempo quantomeno di riflettere, è come se si potesse ragionare su una fotografia che immortala un movimento perpetuo. Qualche minuto per poter pensare al romanticismo che manca, alle insegne che restano spente, ai pensieri e ai sogni che non si accendono più, sovrastati dai banconi dei lounge bar contornati da neon modernissimi.
Una sera ricordo di aver trovato la solita strada interrotta per dei lavori, per questo deviai per il centro. Il cambio di percorso significava tagliare in due la città, attraversarne il corso principale per poi, con una serie di svolte imboccare la lunga strada che collega tutti i paesi senza soluzione di continuità dallo studio a casa mia. Questo tragitto, in pieno centro prevedeva di passare davanti ad un supermercato che nonostante l’ora tarda trovai completamente illuminato.
Le luci imbiancavano tutto quel pezzo di strada ed era difficile non accorgersi che stranamente quel supermercato fosse aperto, anche se in giro non si vedevano molte persone, aperto contro ogni logica aspettativa e forse proprio per quest’immagine irrazionale così interessante da destare una curiosità magnetica. Sembrava un gigantesco lounge bar, ma senza barman acrobatici e cameriere tutte in tiro, soltanto qualche figura che passeggiava stancamente al suo interno. Mi era già capitato una volta di passare di lì mentre tornavo da una serata con gli amici, trovarlo aperto fu alquanto insolito. Entrammo spinti dalla curiosità, dall’idiozia del momento, forse guidati più dalla fame chimica che dal reale interesse. Ma quell’episodio mi era passato di mente, cancellato, rimosso come tutte quelle esperienze che fai una volta sola, casualmente, quando sei brillo e non presti davvero attenzione a quello che ti capita attorno. Era un’immagine sullo sfondo, chiusa in qualche cassetto che improvvisamente saltava fuori alla visione di quelle luci.

Uno passa davanti ad un supermarket di ritorno dal Pub, o dalla radio, e lo trova aperto. Sul momento pensa a quanto questa situazione sia strana, insolita e quasi intrigante, poi magari entra senza rendersi conto di quante esistenze diverse si celino dietro il microcosmo delle corsie notturne tra un detersivo e un pacco di biscotti. L’atmosfera all’interno è di tipo lunare, l’illuminazione è accecante e le lampadine sembrano ancora più bianche quando ci si trova nei corridoi, per lo più c’è silenzio, eccezion fatta per un brusìo di cui non riesco ad individuare con precisione l’origine. Penso che quello è il posto per gli stralunati come me, il silenzio che regna al suo interno è il posto giusto per passeggiare con una canzone nella testa, quasi si fluttuasse, come degli astronauti. One small step for a man, one giant leap for music nerd, mi verrebbe da dire per parafrasare Neil Armstrong.

In automatico nella mia testa comincio a canticchiare:

I’m all lost in the supermarket
I can no longer shop happily
I came in here for that special offer
A guaranteed personality

Proprio il genere di sensazione che si prova ad entrare in un supermarket come se per noi fosse un luogo altro, per alcuni lo è in quanto non abituati a fare la spesa, per me e non solo è un luogo estraneo anche se familiare in quanto vissuto in un momento in cui lo si immagina dormire, lo si conosce come luogo spento, silente, quasi in letargo.
Di tanto in tanto si sente il rumore di qualche scatolone sistemato, ora della cassa che si apre per dare il resto a qualcuno. Tra i corridoi umanità varia. Alcuni ragazzi cingalesi con il camice sistemano degli scaffali, passa una coppia di ragazzi in cerca di dolci. Ridacchiano, vivono questa situazione con curiosità, cercano di placare la fame, probabilmente proveranno invano a comprare qualcosa da bere che sia alcolica, lei coi capelli raccolti in un cappellino pare camminare appoggiata al ragazzo. Trascina le dottor Martens quasi slacciate, lui ha una giacca di pelle con sotto una maglietta della Vans, la stessa marca di scarpe che ha anche ai piedi, mi tornano in mente le serate insieme alle prime ragazze, quelle con la casa sempre occupata dai tuoi genitori e la voglia di stare insieme che fa sembrare anche un’utilitaria il posto migliore che si possa trovare su Air B&B. Un supermercato aperto di notte è il luogo giusto in cui trovare una coppia come questa, magari in cerca di un posto dove ridere dopo aver fatto l’amore chi sa dove, ridere facendo rumore, rompendo il silenzio quasi religioso di una veglia al consumismo. Giro l’angolo e trovo un altro ragazzo, lui è in giacca e cravatta, la camicia è palesemente sgualcita, quel genere di camicia sgualcita da una giornata passata a lavorare, dalla borsa mi sembrerebbe un avvocato, o almeno un aspirante tale. Ne conosco tantissimi, li vedo e li riconosco, ho imparato a coglierne i dettagli da mia sorella. Quella vita di chi dopo l’università sa di dover “lavorare” a guadagno zero obbligatoriamente in qualche studio per il tirocinio obbligatorio e sperando poi di passare l’esame di stato e abilitarsi. Gli orari in uno di questi studi sono indefinibili, i limiti dell’organizzazione degli impegni a dir poco rarefatti. Capita quindi di uscire a tarda sera e approfittare di un luogo del genere per comprare quantomeno il necessario per una cena veloce ed una colazione prima di collassare sul letto.
Mi torna alla mente il monologo di Titta di Girolamo nel film “Le conseguenze dell’amore”

Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, razze e religioni: è la setta degli insonni…

in un supermercato del genere sembra di riconoscerne tanti, persone che vagano più che camminare, tutti individui a loro modo persi. La giornata come abbiamo imparato a conoscerla non ha più gli stessi punti cardinali, il tempo e lo spazio diventano irriconoscibili e il senso di spaesamento ti assale come una sensazione di asfissia, una sensazione che non ti uccide ma che ti tallona, come un’ansia, come una mancanza che sposta l’oggetto della tranquillità sempre un metro oltre il punto dove siamo riusciti ad arrivare.
Non mi rendo conto che assorto in questo genere di pensieri ero fermo impalato davanti al frigorifero delle bevande. Prendo una coca cola e mi avvicino alla cassa. Mi sento come Thom Yorke nel video di No Surprises, una sorta di astronauta, cammino facendo attenzione a non far rumore, quasi avessi paura di attirare l’attenzione. Nell’avvicinarmi alla cassa mi rendo conto che il brusio cresce lentamente di tono, fino ad accorgermi che il cassiere aveva una radio accesa sul bancone.

– Mi fa compagnia

mi dice mentre passa la coca cola ed i biscotti sul laser che indica il loro prezzo. In quel momento parte una canzone dei R.E.M. – dayspleeper – ci guardiamo e entrambi facciamo come per strozzare in gola le parole dell’attacco. Parte un mezzo sorriso d’intesa. Riconosco la canzone perché l’avevo programmata io in radio prima di scendere. Era una serata in cui i R.E.M. mi giravano in testa, una di quelle sere in cui si fa strada una certa malinconia lenta ma decisa, come una goccia che non smette di cadere sullo stesso punto dell’anima. Prima in trasmissione era andata un’altra canzone di Stipe e soci, una di quelle che a metterle fa male, per mille motivi. Mi faccio coraggio e rompo quel silenzio impacciato:

– Bella questa canzone, poi mi pare proprio adatta alla situazione, a voi intendo.
– Vero, potrei proporla come inno aziendale a pensarci bene

Altra risata, pago, metto la lattina e i biscotti in una busta. Poi riprendiamo a parlare.

– Come ti chiami?
– Enrico
– Il turno è cominciato da molto?
– Ho attaccato alle dieci, faccio un tirata fino a domattina, almeno sento un po’ di musica.
– Ma avete molti clienti di notte?
– Di solito uno ogni venti minuti, un popolo di personaggi vari. Tassisti, prostitute, ragazzi che tirano tardi e personaggi più strani che non ti so riassumere in una categoria precisa.

Gli dico della canzone dei Rem, di averla messa in programmazione, avevo capito che era sintonizzato sulla frequenza della mia radio. Essendo una delle principali radio in città il segnale è forte ed è più semplice trovarla tra le frequenze delle radio nazionali che solitamente le becchi anche senza volerlo. Intanto passa l’avvocato, paga il suo scatolame e se ne va. In fondo al corridoio vedo la coppia che si scatta delle foto al reparto della carta igienica ridendo parecchio, credo che questo sia il tipico genere di fotografie che su un social network risultano “brillanti” o quantomeno insolite. Enrico ha un’espressione quasi assente, ma la storia della canzone sembra averlo interessato molto.

– Quindi prima eri tu quello che ha passato nightswimming
– Si
– Io con quella canzone vado fuori di testa
– Si, anche a me piace moltissimo
– No io ormai faccio anche fatica a sentirla

Ognuno di noi ha una manciata di canzoni proibite. Sono quelle canzoni che fanno male, più male di altre, le canzoni che suonano come pugnali nel cuore, come ferite nella memoria, ferite che si riaprono già alle prime note, sensazioni così forti che prima del ritornello ne avresti già abbastanza. La musica ha questa forza, migliore della DeLorean di ritorno al futuro. Canzoni che puoi tornare ad ascoltare solo dopo aver chiuso i conti col passato. Enrico mi racconta di Nightswimming, non c’entra lui, ma una sua amica, che poi era anche una collega, Chiara. Loro avevano fatto le superiori insieme, vivevano nella stessa strada. Poi avevano scelto università diverse, Enrico per mantenersi all’Università aveva cominciato a fare lavoretti saltuari, volantinaggi, traslochi, poi una cosa tira l’altra e aveva conosciuto un ragazzo che lavorava per una cooperativa. Si perché la prima cosa che era invisibile agli occhi è che Enrico non era dipendente del supermercato, ma lavorava per una cooperativa che forniva personale a quella struttura.
Mi indica i due cingalesi che sistemavano gli scaffali. Loro hanno un contratto part-time di 18 ore settimanali ma in realtà nemmeno loro saprebbero dirti quante ore hanno lavorato questa settimana. Il turno di notte poi non è che ti faccia guadagnare tanto di più, a volte lo si preferisce per la calma con cui si può stare al lavoro, nonostante il fatto che le assegnazioni avvengono con un preavviso inferiore ad un giorno.

– Io sono sempre stato un tipo notturno, anche all’università, gli esami li preparavo di notte. Silenzio assoluto in casa e in strada, ogni tanto solo qualche auto a scandire il passaggio tra un capitolo e l’altro, ecco perché ora mi trovi qui alla cassa, il passaggio tra i libri ed il bancone di notte mi è sembrato naturale.

Dopo qualche mese di lavoro Enrico fa il nome di Chiara. Si cercava personale e a lui venne naturale provare a dare questa possibilità ad un’amica. Chiara era quasi alla fine degli studi, le mancavano un paio di esami e la tesi. Un lavoro da queste parti è sempre un’occasione da prendere al volo.

– Spesso facevamo il turno insieme, poi però i ritmi sono cambiati e non riuscivamo a vederci

I turni in un supermercato che resta aperto tutto il giorno ed anche la notte diventano frammentati. Quello che dovrebbe essere il turno base viene allungato, stiracchiato, e se non dai la disponibilità per gli straordinari il caporeparto ti lascia ai margini, o comincia a metterti nei posti peggiori, sempre tu, sempre con meno preavviso, anche quando si tratta di fare 16 o 20 ore di lavoro continuato.
Chiara divideva il suo tempo tra studio e lavoro, ma aveva anche una grandissima passione: l’equitazione. Da poco si era tagliata i capelli corti, lasciando scoperta la nuca e le spalle. Uno di quei tagli che ti fanno innamorare di una ragazza anche quando non le guardi il volto, perché lo sguardo dalla nuca scivola sulle spalle senza impedimenti e così fanno i pensieri. Chiara poi usava indossare orecchini grandi che si muovevano liberi a sfiorare le spalle, sempre con delle trame orientali, luccicavano come il pearcing che aveva al naso. Quegli orecchini erano il segno della vitalità di Chiara, li vedevi penzolare e sapevi che stava ridendo, che stava facendo qualcosa che le piaceva, tipo andare a cavallo. Il suo preferito si chiamava, non a caso, Michael. Era un modo di passare il tempo che la rilassava, le lunghe passeggiate con Michael.

– Enrico parli di Chiara come se te ne fossi innamorato.
– Non era facile sfuggire a Chiara, io dopo le superiori me l’ero tolta dalla testa, ma da quando avevamo ricominciato a lavorare insieme non ti nascondo che i turni senza di lei erano una tortura. Il lavoro non mi bastava, era anche per quello che feci il suo nome in cooperativa. Ed è anche per questo che non mi perdonerò mai.

Dopo qualche mese di lavoro le cose erano diventate sempre più pesanti. Spesso è come entrare in un circolo vizioso, non si può star senza lavorare, ma il lavoro una volta ottenuto ci toglie tutto quello per il quale si cerca un lavoro. Non puoi gestire più il tuo tempo, i turni ti tolgono tutta l’energia vitale con la quale affrontare il resto della giornata, allo stesso tempo perdere il lavoro significa anche perdere quel poco che si riesce a racimolare per vivere le proprie passioni.
Poi successe una cosa che fece precipitare tutto. Chiara aveva una gara di equitazione, si era preparata mesi per affrontarla. A lavoro un collega sistemando uno scaffale cadde e si ruppe una spalla proprio qualche giorno prima della gara. Anche se Chiara aveva chiesto le ferie con ampio preavviso il personale scarseggiava e ci furono violente discussioni sulla disponibilità a rinunciare a quella giornata. Da quel momento Chiara entrò in un vortice sempre più nero. Agli occhi del capo reparto era diventata l’esempio da additare ogni volta che qualcosa andava male. Lei dal canto suo cercò di stringere i denti, perché le mancava ormai solo la tesi, dopo avrebbe provato un dottorato all’estero. Ecco perché anche quei soldi, pochi e maledetti, le facevano dannatamente comodo.
In tanti casini c’era un sollievo, quando finivamo il turno, a volte il tardo pomeriggio o altre quando arrivavano i colleghi e smontavamo dopo la notte qui alla cassa, il ritorno a casa col furgone, fino al deposito per poi prendere le nostre auto, musica che andava e tanti discorsi, tutti sul futuro, tutti fuori da queste corsie, tutti lontani da questi scaffali. Parole lontane dai frigoriferi che esplodevano dei colori sgargianti delle bibite gassate. Parole come ossigeno, come riemergere sul pelo dell’acqua dopo una gara di apnea quando sei piccolo al mare. Avevamo bisogno di qualcosa con cui evadere.  Il mondo ti appare un posto pieno di fragilità se lo guardi da dentro un supermercato di notte. Perché anche voi clienti quando entrate siete osservati, noi sembriamo quasi invisibili, indaffarati, ma il quadro che ti si presenta spesso è di un mondo a pezzi, quei pezzi che entrano, ognuno perso dentro i fatti suoi, persone che finiscono qui dentro a comprare quasi sempre cose inutili, come te, che hai comprato una coca cola e dei biscotti all’una di notte, che se avessi trovato le luci del supermercato spente non avresti mai sentito il bisogno di comprarti un pacco di biscotti in piena notte. A volte stavamo qui fuori a fumare una sigaretta, a giocare coi carrelli, come nel video di Nightswimming, le luci dei lampioni rendevano tutto più chiaro, illuminavano a giorno i pensieri e quella vita surreale da sembrare quasi paranoica e senza uscita.

Every streetlight reveals the picture in reverse.

Still, it’s so much clearer.

Perché è vero che lavorare ti fa diventare grande, ma ti toglie anche tutte le cose di cui non avresti mai immaginato di sentire la mancanza. Ti toglie i tempi morti, ti toglie il tempo di pensare, di riflettere, di perderti dentro un ragionamento. Noi nuotavamo, nuotavamo la notte, trattenevamo il fiato per interi turni, interminabili, riemergevamo nei parcheggi, rifiatavamo nei depositi, inzuppati di lavoro, non avevamo nemmeno il tempo di capire che stava succedendo qualcosa che non volevamo, perché correre era diventato un fine, non più un mezzo. Era una corsa alla cieca, senza meta, come quella di un criceto in una gabbia. Io quando ascolto quella canzone provo sempre quel senso di asfissia, di affanno, come quando corri più forte di quanto dovresti.
Mi piaceva perdere tempo nei parcheggi del supermercato di notte, c’era molto silenzio, sembrava un grande spazio vuoto per gli altri ma per me pieno di pace, di tempo da perdere, di parole da scambiarsi, di pensieri di cui riappropriarsi. Tiravamo tardi lì, bevendo qualcosa e assaporando il fresco estivo, quello diverso dai condizionatori sempre accesi nei locali. Ricordo che ci furono settimane pesanti.

– Ma scusami, non ci sono sindacati?
– I sindacati sono disarmati per noi che lavoriamo in cooperativa, facciamo turni brevi con contratti atipici, e spesso se si sciopera siamo gli unici costretti ad andare a lavoro perché la volta dopo semmai resti a casa, e quella successiva pure.

Enrico parla sempre con più enfasi, parla senza riuscire a fermarsi, tambureggia con le dita sul rullo della cassa. Porta il ritmo delle canzoni che passa la radio e spesso si perde con lo sguardo lontano da me, come per pudore quando i ricordi riaffiorano con più forza. Mi racconta di quella volta in cui ritornava in macchina con Chiara. Avevano ‘Automatic for the people’ nello stereo. Curiosamente anche il titolo di quel disco veniva dallo spot di un supermercato di Athens, la città natale dei R.E.M.
La strada scorreva anonima mentre la mente portava i pensieri altrove, la guida per tornare a casa era anche per Enrico un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternavano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pareva estraneo quando in realtà l’osservatore era il vero corpo estraneo di. Enrico e Chiara cantavano, pezzi di canzoni, quelli di cui ricordavano il testo. Enrico tambureggiava sulla leva del cambio portando il tempo delle canzoni, Chiara cantava sempre meno, aveva sporto la fronte fuori dal finestrino con gli occhi socchiusi dalla stanchezza, il vento la spettinava, le labbra si juovevano sempre più lentamente, languide, fino a fermarsi, assopite anche loro. Enrico la guardava e pensava che era quello il posto dove voleva essere, con quelle canzoni, col fresco della mattina, con il lavoro alle spalle e una giornata di riposo davanti. Enrico fantasticava, lo faceva perché forse si era innamorato di Chiara. Fantasticava perché quando si è stanchi si cerca rifugio nelle cose che ci fanno stare bene, si cerca riposo. Enrico era stanco.

It’s not like years ago,

The fear of getting caught,

Of recklessness and water.

They cannot see me naked.

These things, they go away,

Replaced by everyday.

Fu un attimo, e un colpo di sonno fece sbandare il furgone, il controsterzo istintivo lo fece cappottare più volte su se stesso. Poi ci fu silenzio. Un silenzio freddo, irreale, immobile.

Nightswimming

deserves a quiet night,

deserves a quiet night.

Lo stereo non aveva smesso di andare ma nessuno lo ascoltava più. Da lontano si sentirono dei passi, macchine ferme lì vicino, sportelli che si aprirono, telefonate, ambulanze. Tutti rumori che parevano lontani. Come ascoltare qualcuno che ti parla mentre nuoti sott’acqua. Mentre nuoti di notte, per riemergere in un parcheggio, per ritornare sulla riva di un magazzino, inzuppato di lavoro, appesantito dalla fatica. Enrico non disse più molto. Non mi guardò neppure. Arrivò la coppia di ragazzini con dei cornetti e degli yogurt, lui imperturbabile fece pagare anche loro e andò oltre.
Io non dissi altro. Lo salutai e me ne andai. Uscì fuori nel parcheggio illuminato e montai in macchina, abbassai i finestrini e ripresi la strada verso casa con lo sguardo perso nel vuoto  davanti a me.
Uno passa davanti ad un supermercato di ritorno dal Pub, o dalla radio, e lo trova aperto. Sul momento pensa a quanto questa situazione possa essere strana, insolita e quasi intrigante, poi magari entra guidato solo dalla curiosità, senza rendersi conto di quante esistenze diverse si celino dietro il microcosmo delle corsie notturne e degli scaffali. Entra in un luogo che pare anestetizzato e senza rendersene conto in realtà entra nelle vite di altre persone, che di notte cercano di sfuggire ad altre persone, vite che cercano ospitalità in un luogo che non pone domande, in un luogo silenzioso, buio. Entra nelle vite che cercano nascondiglio e che spesso non lo trovano, incontra storie grazie ad una canzone, o per dei ricordi che fanno male e che tornano prepotenti in superficie per respirare dopo aver nuotato sotto il pelo dell’acqua cercando solo un parcheggio dove riprendersi il proprio tempo.

*

© Raffaele Calvanese

*

Nota: Il racconto di Raffaele Calvanese nasce dopo la lettura di un articolo di Christian Raimo, uscito su Internazionale

 

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