Raffaele Calvanese

In questo ricordo mi perdo

foto fonte google / pubblico dominio

In questo ricordo mi perdo

di Raffaele Calvanese

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Settembre rimette a posto le cose, lo ha sempre fatto. È sempre stato così, a Settembre rimetti insieme i pezzi, ci rifletti su, dai un senso ai pensieri e forse tiri un il fiato, conti fino a dieci, e il più delle volte comincia a piangere prima d’arrivare a nove.

– Settembre rimette a posto le cose.

Lo diceva sempre Mario, il proprietario dello Shaker Bar. Lo conoscevo da quando ero piccola.

Prima, all’inizio, le cose sembravano facili. I miei d’estate mi portavano in vacanza, ci rimanevo tutta l’estate. Anche quando i miei dovevano lavorare potevo stare lì con mio fratello e con la zia di mio padre. Teneva d’occhio me e i miei cugini che abitavano di fianco a noi. In quella casa ci andavamo solo d’estate. Mio padre l’aveva comprata nello stesso condominio di sua sorella. In quel parco c’erano tante persone che venivano da casa nostra. Scauri era molto vicina, una colonia in pratica. Poco dopo essere entrati nel Lazio era come stare a Gaeta ma costava meno, e non ti confondevi con quelli che andavano a Baia Domitia. Era come stare a casa, ma con il mare. Con la pizza un po’ meno buona e col gelato che gocciolava sempre più che a casa. Non l’ho mai capito perché, ma lì il gelato era sempre più difficile da mangiare. Quando passavi il ponte eri quasi arrivata, pochi minuti ed eri lì, un paio di semafori ed eri a casa, nel parco, c’era sempre qualcuno che era già arrivato, lo trovavi già nel lì, scendevo dall’auto di corsa e lo salutavo. Sempre così, tutti gli anni.

Allo Shaker bar c’era un juke-box che suonava ininterrottamente da giugno a settembre. C’era sempre qualcuno che sceglieva  una canzone, quando non si avvicinava nessuno ci pensava Mario.

– Quando entri qui e senti il juke-box suonare avrai meno vergogna ad avvicinarti e a scegliere la prossima. Se il Juke Box fosse in silenzio nessuno avrebbe il coraggio di venire a scegliere la prima canzone.

Mio fratello e gli amici facevano un gioco idiota, mettevano la stessa canzone decine di volte di seguito, fino a che si avvicinava qualche adulto e li faceva smettere, cosa che però non succedeva sempre, quindi poteva capitare di doverti riascoltare una canzone di Luca Carboni anche venti volte. A loro magari la canzone non piaceva ma era diventata una sfida di resistenza. “Il gioco dell’estate”. Rimettere la canzone più insulsa presente nel juke-box a nastro.

Al mare venivano un sacco di famiglie di Caserta. Molti erano amici dei miei. Alcuni colleghi, altri parenti, amici di amici. Insomma, anno dopo anno ci si conosceva tutti. Era come essere in un porto franco, dove potevi essere un po’ più onesta, libera, non lo so perché, ma a me pareva che fosse così.

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Anita Pallenberg, mille vite in una sola

Anita Pallenberg selezione foto su Pinterest

È una storia fatta di canzoni, di roulette russe, in cui Marlon Brando viene respinto e dove si accende la scintilla per la factory di Warhol e della Swinging London. È la storia di una candela che ha bruciato ardentemente per molti anni, molti di più di quanto molti suoi detrattori ne avrebbero predetti, è una storia imperfetta ma onesta, è la storia di Anita Pallenberg.

Era marzo. E in Spagna era l’inizio della primavera. In Inghilterra e in Francia faceva piuttosto freddo, era inverno. Valicati i Pirenei, nel giro di mezz’ora sbocciò la primavera, e quando arrivammo a Valencia Era estate. Ricordo ancora l’odore degli aranci, a Valencia. Quando vai a letto con Anita Pallenberg per la prima volta, certe cose le ricordi. (K.R.)

Roma a metà degli anni ’40 era una città che voleva rimettersi in piedi, il mondo attorno a lei stava facendo lo stesso. Erano anni fertili, tutto era nuovo e tutto era vecchio allo stesso tempo. Anita aveva un padre italiano e una madre tedesca, senza saperlo era al centro del mondo, prima che il centro del mondo diventasse lei.

Mario Schifano è stato il mio primo ragazzo, frequentavo artisti, intellettuali e il mondo del cinema. Ci vedevamo al Caffe Rosati: c’erano Furio Colombo, Giorgio Franchetti, Cy Twombly, Giulio Turcato. Ero* molto amica della cantante Gabriella Ferri, che mi ha insegnato il romanesco.

Vivere il proprio tempo non significa sempre subirlo, ma nel caso di Anita è stato come modellarlo. Cosmopolita ante litteram, oltre la diatriba tra politicamente corretto e non, oltre le dogane che insieme a lei sono scomparse e poi gradualmente riapparse. Anche oggi in cui pensiamo di essere in un mondo integrato e molto più piccolo una donna come Anita Pallenberg rappresenta un’idea di futuro remoto.

Donne che vanno dove vogliono, donne che sbagliano, senza dar peso a ciò che secondo tutti tranne che per gli interessati una donna dovrebbe fare. Anita Pallenberg ha vissuto la sua vita senza stare troppo a pensare a queste sovrastrutture, perché la vita è una e forse lei ne ha vissute molte di più di quelle che tutti noi ne vivremo mai. Ce ne rendiamo conto da come la descrive uno che di vite ne ha vissute parecchie e che di certo non è conosciuto per essere un perbenista, Keith Richards, suo compagno di vita per oltre 15 anni:

Anita proveniva da un mondo di artisti, e lei stessa aveva un discreto talento – era una appassionata d’arte, molto amica dei suoi interpreti contemporanei e invischiata nel giro della pop art. Il nonno e il bisnonno erano pittori, e la sua famiglia, a quanto pareva, era colata a picco in una vampata di sifilide e follia. Anita sapeva disegnare. Era cresciuta nella grande villa romana del nonno, ma gli anni dell’adolescenza li aveva passati a Monaco, in un decadente liceo frequentato dai rampolli dell’aristocrazia tedesca, dal quale era stata cacciata per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop. A sedici anni, aveva ottenuto la borsa di studio messa in palio da una scuola di disegno di Roma, vicino a piazza del Popolo, dove, a quella tenera età, aveva cominciato a bazzicare nei caffè della intellighenzia romana – “Fellini e i suoi amici,” come diceva lei. Aveva stile da vendere, Anita. E la sorprendente capacità di unire le cose, di legare con le persone. Quella era la stagione della Dolce vita, a Roma. I registi li conosceva tutti – Fellini, Visconti, Pasolini; a New York era entrata nell’entourage di Warhol, nel mondo della pop art e dei poeti beat. Grazie, per lo più, alle proprie doti, aveva stretto intensi rapporti con molti mondi e persone diverse. Era la forza catalizzatrice all’origine di tantissimi avvenimenti di quegli anni…

Roma ma non solo, perché già a vent’anni il mondo era un posto tutto alla sua portata, i poli di attrazione erano Roma, New York, dove oltre a Warhol era stata con Mario Schifano, e Londra, vero centro pulsante negli anni sessanta:

Se ci fosse un albero genealogico, un grafico relativo alla genesi della scena londinese di quel periodo – il movimento d’avanguardia per cui Londra era nota –, Anita e Robert Fraser, il mercante d’arte e proprietario di gallerie, sarebbero lassù in cima, accanto a Christopher Gibbs, antiquario e bibliofilo, e pochi altri cortigiani di prima grandezza. Anita aveva incontrato Robert Fraser parecchio tempo addietro, nel 1961, quando ancora era in contatto con gli ambienti della prima pop art tramite il suo compagno, Mario Schifano. Grazie a Fraser, aveva conosciuto Sir Mark Palmer, il magnate stravagante e girovago, Julian e JaneOrmbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles), perciò una base era già stata gettata per l’incontro tra la musica e l’aristocrazia, benché quelli non fossero i soliti aristocratici. Ormbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles).

 

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Massimo Palma, Happy Diaz (un’intervista)

Massimo Palma, Happy Diaz, Arcana editore 2017; € 14,00, ebook € 6,99

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intervista a cura di Raffaele Calvanese

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Il sottotitolo del libro recita testualmente “la formazione musicale di una generazione che a Genova è stata ammazzata di botte”. Parte tutto da lì, dalla Manchester che in molti, musicalmente, adorano. I Joy Division, gli Smiths, i New Order, passando per gli Stone Roses fino ad arrivare agli Happy Mondays. Un po’ 24 Hour party e un po’ Control di Corbijn, nel libro Happy Diaz Massimo Palma prova a leggere su vari livelli eventi della nostra storia recente sia politica che musicale. Abbiamo fatto due chiacchiere per provare a capirne di più.

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RC – Nel 2001 Giorgio Gaber pubblica un disco in studio dopo 14 anni, il titolo è tutto un programma, La mia generazione ha perso. La generazione di cui parla Gaber è quella del ’68, quella dei nostri genitori, il caso vuole che quel disco venisse pubblicato proprio nell’anno del G8 di Genova, quando la nostra generazione affrontava la sua personale sconfitta. In quel disco c’è una canzone che si intitola L’appartenenza, nel testo Gaber descrive secondo me alla perfezione l’essenza delle persone accorse a Genova: “L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé….”

MP – La frase di Gaber calza perfettamente se si vuole rappresentare un’idea di partecipazione che oggi è molto più difficile reperire. Perlomeno a livelli di massa è difficile trovarla, è arduo scovare quell’adesione sincera che un tempo era di casa nei posti più diversi dell’impegno politico a sinistra. Forse a Genova, nel 2001, si respirò l’aria di uno scambio di testimoni tra generazioni, dove una sinistra che negli anni Settanta era stata protagonista, in vari modi, si preparò – dopo una lunga, esagerata pausa, tra gli Ottanta e i Novanta – a cedere il passo (avendo, anche qui in vari modi, “perso”) a una nuova generazione, pronta a coltivare una nuova idea di appartenenza. Solo che accadde qualcosa a impedire il passaggio di testimone, come sappiamo.

RC- Il tuo primo libro Berlino Zoo Station affrontava in modo simile l’accostamento tra una città e la sua mappatura musicale, anche lì, una città attraversata da dinamiche politiche e musicali per raccontarne e definirne lo spazio. È stato il punto di partenza e la premessa necessaria alla scrittura di Happy Diaz?

MP – In un certo senso sì – c’è sempre l’idea che uno spazio fisico come quello cittadino sia uno spazio di per sé politico, che mettere tanti individui insieme significhi metterli a una prova politica. E che ci sia una musicalità di quest’esperienza, che si presta a esser ascoltata e poi ricostruita. Poi, certo, in Berlino Zoo Station la politica era più sullo sfondo della narrazione, anche se in realtà ben presente nella trama di quei ‘sotterranei’ di Berlino che ho voluto raccontare.

RC  In questo libro c’è un disco dei Joy Division in copertina, il loro nome e la loro influenza aleggia in tutte le pagine ma in nessuna delle playlist dei giorni della settimana figura una loro canzone, è stata una scelta voluta?

MP – Certamente è una scelta non casuale. Diciamo che tutto il libro tratta dell’economia di un lutto – di come si gestisce una perdita, di come la si affronta. Se avessi messo un pezzo dei Joy Division li avrei resi ‘presenti’ in qualche modo. Mentre tutto sta nel modo in cui un gruppo, una città e una generazione ha reagito, ha amministrato la scomparsa di Ian Curtis, e quindi del suo gruppo.

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Vengo da dove veniva Fausto

 

fausto mesolella foto di fiorella passante

Vengo da dove veniva Fausto

di Raffaele Calvanese

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Una volta ho comprato una rivista con Lemmy dei Motorhead in copertina. Il titolo recitava testuale “mi sono salvato perché sono brutto”. Ironia della sorte: ho trovato un concetto simile nella biografia di Keith Richards. Se mi fermo a pensarci è così, è questa l’essenza del rock, della musica in generale, alcuni riescono ad affrontarla di petto, senza orpelli, ci sbattono la faccia e non nascondono le cicatrici, quelli sono i veri immortali. Sono musicisti, troppo impegnati ad inseguire un accordo, un giro di basso, una melodia, troppo lontani dalla realtà che siamo abituati a popolare noi che raramente riusciamo a sollevarci da terra come fa un chitarrista, come fa un musicista nell’atto di fare l’amore con il proprio strumento, nell’atto di creare qualcosa di nuovo, nell’atto di fare musica, che poi è come viaggiare. L’ironia della sorte ha poi voluto che la band di Fausto Mesolella prendesse il nome da un’agenzia di viaggi della sua città.

Mia madre mi diceva sempre che mio nonno quello lì in casa non ce lo voleva. Era un tipo strano, coi capelli troppo lunghi e la barba incolta, e poi era brutto, faceva spavento. Mia madre e le sue amiche gli passavano i compiti, Fausto passava a prenderli la sera tardi o la mattina presto lungo la strada per il magistrale. A Caserta lo conoscevano in molti, perché un tipo così non passa inosservato, e poi il tempo per studiare era poco, sempre in giro a suonare ai concertini della zona, sempre a provare, sempre con la chitarra in spalla. I racconti di mia madre li avrò ascoltati un miliardo di volte ed ogni volta che li riascoltavo era come vedere delle fotografie di un tempo che fugge dalle mani, e che forse ogni tanto grazie ad una canzone riusciamo a trattenere qualche secondo in più, qualche momento ancora.

E a quei racconti spesso mi ci aggrappavo, come ci si aggrappava lei, come tutti ci aggrappiamo alle persone che reputiamo migliori di noi o semplicemente in grado di farci stare meglio. Succede a tutti, succede specialmente a chi giorno dopo giorno è abituato a sentir parlare della propria terra come di un posto da cui scappare e da cui effettivamente in tantissimi scappano. E alla fine un po’ cominci a credere anche tu che forse è meglio scappare, abbandonare la nave, ricominciare da zero, darsi una ripulita, mettere il vestito migliore e sfoggiare un sorriso da fotografia. Perché fuori c’è chi grida, chi alza il volume, chi scrive di più, chi suona di più, chi costruisce di più, insomma lì fuori c’è sempre qualcuno in qualche altro posto che è qualcosa di più.

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Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

fonte alessandrobono.com

fonte alessandrobono.com

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

(racconto ispirato a “OGNI GIORNO CHE VA VIA È UN QUADRO CHE APPENDO” di Mauro Covacich, In “La sposa“, Bompiani, 2014)

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di Raffaele Calvanese

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Mi piace vivere, mi piace scrivere, mi piace ascoltare canzoni, mi piace parlare di canzoni.

Sono un fan delle canzoni.

Ma di che cosa parla veramente una canzone?

Se lo chiedevano anche i Tre Allegri Ragazzi Morti in coda al disco Nel giardino dei fantasmi. Una canzone parla di mille cose e di niente. Spessissimo parla di cose infinitamente lontane dal pensiero di chi l’ha scritta. Perché ci sono strade che arrivano da lontano per incrociarsi inaspettatamente in un punto e non c’è mai un momento giusto ed uno sbagliato per arrivare a quegli incroci, ci si arriva e basta.

Dopo la pubblicità appare il segnale dell’Eurovisione e subito di nuovo lo studio. Milioni di persone in tutta Europa, affondate nei loro divani, stanno osservando la panoramica a volo d’uccello sulla platea, l’orchestra, il palcoscenico, poi l’inquadratura in piano americano che trova il presentatore e la sua valletta…

Sanremo invece arriva sempre puntuale, più o meno a metà Febbraio, come una settimana sabbatica in un anno di frenesie, uno dei pochi momenti in cui che ne parli bene o male, comunque se ne parla. Quando ero molto piccolo lo guardavo senza pormi nessun problema, lo guardavo con mia madre, lei nemmeno si poneva alcun problema. Mio padre invece era iscritto alla scuola di pensiero di quelli che lo reputano il fondo del barile musicale, di quelli della contestazione, di quelli che la musica è altrove e per questo non lo ha mai amato. Ha sempre tenuto quella posizione più o meno in modo intransigente. Anche io ho attraversato quella fase, in cui mi credevo al di sopra delle parti, in cui vedevo musica solo altrove. Inevitabilmente però ho una serie di ricordi personali legati alle canzoni del festival, come la prima volta che ho suonato una batteria durante l’ora di musica e ho sprecato questo momento storico per la mia vita in un accompagnamento di “Strani amori” di Laura Pausini.

Poi dopo un po’ di anni che bazzicavo il mondo della musica, un anno sul quel palco è arrivato un ragazzo che avevo avuto la fortuna di conoscere prima di arrivare al grande pubblico e questa cosa ha cominciato a farmi vedere il Festival con occhi diversi. Si incrinava quella posizione di superiorità che tutti nel mio giro avevano nei confronti di Sanremo. Perché quando c’è Sanremo tutti credono di sapere tutto di quello che succede, ognuno ha in tasca la sua verità. Quando ho incominciato a scrivere di musica l’ho fatto per piacere, prima di tutto il mio, e solo dopo per il piacere di quelli di cui scrivevo. Non l’ho fatto per soldi, e per questo ho quasi sempre scritto di cose che mi piacevano e persone a cui volevo bene, perché credevo nel loro lavoro, conoscevo i sacrifici che c’erano dietro. Col passare del tempo mi sono sentito ripetere sempre la stessa cosa “ci vuole più cattiveria, più cinismo”. E quindi anche io ho pensato che dovesse essere così, ho cominciato a scrivere anche di Sanremo e dei suoi protagonisti con cinismo, con cattiveria, aspettandomi sempre di più, sempre qualcosa che non sapevo spiegare ma che non vedevo arrivare. Ne ho scritto ai limiti dell’acidità. Non so bene chi mi abbia convinto di essere su un piedistallo per poter guardare e commentare quelle esibizioni, forse i social network, che danno questo senso di ebbrezza, forse la frenesia generale che porta con sé Sanremo.

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Il Natale è il 24

milano foto gm

milano foto gm

Il Natale è il 24

di Raffaele Calvanese 

 

La scomparsa dei canditi dai panettoni classici è uno di quei segni del tempo che passa che riescono a spiegare la nostra epoca molto meglio di tanti sociologi. Si narra che pure Ludovico il Moro a Milano, assaggiando il primo panettone inventato dal suo cuoco abbia esclamato “anche a voi l’uvetta fa cagare?” Il Natale ho smesso di sentirlo arrivare da quando ho terminato la scuola e ho iniziato a lavorare, da allora arriva sempre all’improvviso, da un giorno all’altro, nonostante le numerose avvisaglie che dissemina in giro già da Novembre.

La vita dei pendolari, infatti, è un lungo “nel frattempo”. Avanti e indietro, avanti e indietro. L’autobus per me è una seconda casa, ho anche i miei posti preferiti, anzi il posto preferito. Per via delle mie gambe. Troppo lunghe per poter stare comodamente in quegli scomodi scranni tarati su altezze che ricordano i tempi delle scuole medie. Il protocollo era rigido e ben rodato, appena vedo spuntare all’angolo l’autobus comincia la corsa per stare tra i primi, due gradini per salire e buttare subito lo sguardo ai sedili vicino alla porta per la discesa, il posto più largo, se occupato adottare prontamente il piano B, ai penultimi della fila, i sedili forse più stretti e per questo sempre vuoti, lì ci entravo a malapena ma essendo molto ingombrante chiunque mi avesse visto seduto lì avrebbe desistito dal chiedere di mettersi al posto di fianco al mio onde evitare un viaggio fatto di contorsionismi. Ogni santo giorno una guerra di posizione. Durante le feste di Natale diventa tutto più complicato, perché molti passeggeri occasionali affollano le corse che prendo anche io, senza contare il traffico a fiumi per le strade. La domanda ogni anno è sempre la stessa “durante il resto dell’anno dov’è tutta la gente che gira in auto a Dicembre?”. Io non l’ho mai capito, per di più dovendo andare al lavoro mentre molti sono in ferie a caccia di regali il nervosismo è una costante quotidiana. Come se non bastasse vicino la mia fermata stavano ristrutturando un palazzo e nei giorni scorsi su una delle pareti esterne della costruzione è apparsa una figura che molti si ostinano a dire assomigli al “volto santo”.

“Scusi signora ma che è successo qui?”

“È apparso il volto santo non vede, è un miracolo, il miracolo di Natale”

Miracolo, cazzo, è un miracolo di sicuro, perché anche se sembrava impossibile immaginare ci potesse essere più traffico di quanto normalmente ce n’è a Dicembre, l’apparizione di quella immagine ha scatenato un pellegrinaggio infinito di curiosi e di fedeli. Da lì pronta adozione di un nuovo protocollo, come molti altri compagni di sventura su quel bus, scendere alla fermata precedente e fare quattro passi a piedi in più onde evitare di dover dividere in due le folle come fece Mosè col mar nero, solo che io avrei dovuto farlo in autobus.

Ricordo il primo anno che cominciai a lavorare, ero l’ultimo arrivato e chiaramente il 24 non mi toccarono ferie, per anzianità, che non avevo, ed anche perché si faceva solo mezza giornata. Pensai che nessuno sarebbe venuto in ufficio la vigilia di Natale, mi immaginavo tutti intenti a impacchettare regali o a dispensare auguri. Beata ingenuità di chi non capiva il postulato secondo il quale chiunque, con una giornata libera a disposizione, aspetterà di certo l’ultimissimo momento per sbrigare una pratica, richiedere un documento o semplicemente venire a fare qualcosa di assolutamente non indispensabile. Me ne resi conto appena girai l’angolo e vidi la fila fuori la porta ad aspettare l’apertura. Il personale era ridotto all’osso e i clienti tantissimi, al punto che dovemmo chiudere mandando qualche cliente a casa in anticipo tra le bestemmie gli insulti ed anche qualche bella e fantasiosa minaccia personale. Da allora la scena è sempre pressappoco la stessa ma con meno ingenuità e più disillusione. Io ho continuato ad andare a lavoro il 24, più che altro come strategia per non farmi risucchiare subito dal via vai di auguri di circostanza, cercando di dare un tono normale ad una giornata che tutti cercano di sentire come speciale. Quest’anno non ha fatto differenza. Uscendo sempre piuttosto frastornato, con mille cose a cui correre dietro e mille persone in testa, tanti volti, familiari, che non vedo più, e che forse oggi rivedrò davanti a una bevuta, traffico permettendo, volto santo permettendo. Poi passare a casa di miei solo per farmi dire di non tornare tardi, se mi piace la pizza di scarole, che mi hanno preso anche un pezzo di quella con la salsiccia e i friarielli.

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Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

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L’abbandono

berlino foto gm

berlino foto gm

L’abbandono

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di Raffaele Calvanese

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Di notte avevo paura, perché faceva freddo, un freddo dannato. Di giorno avevo paura lo stesso, perché faceva caldo e non arrivavamo mai. Alcuni compagni di viaggio non sono riusciti a vedere la Libia, sono rimasti lì nel deserto. Bevevamo la nostra urina e pregavamo, ognuno pregava ciò che voleva, ognuno sperava in ciò che poteva”

Robert insegnava economia. L’ho conosciuto all’università di Bujumbura un pomeriggio di Giugno. Veniva da Ibadan, aveva studiato lì.  Era alto, bello piazzato, alto quasi quanto me, non sembrava un professore, eppure era lì per insegnare economia, in quel paese che stava cercando di uscire da anni di guerra civile. Noi pure eravamo lì perché la guerra civile stava terminando ed il paese voleva tornare alla normalità con delle elezioni democratiche, le prime dopo anni di lotte intestine e di genocidio. Eravamo lì per capire come fa un paese a rialzarsi.
Io quella maledetta tesi l’avevo già pronta da Novembre. Scritta di getto, come quasi tutto quello che scrivo, ma il professore aveva voluto aspettare. Un toscano, funzionario europeo, una famiglia prestigiosa, discendente lontano della famiglia Ricasoli. Mi ci trovavo bene con lui, era alla mano, come me. Ricordo ancora quando scoprii che aveva dimenticato di firmarmi il frontespizio ed era ripartito per Bruxelles, il funzionario me lo fece notare, scesi, feci due giri del palazzo e al ritorno come da una corsa stremata in facoltà lo riportai con una bella firma assolutamente fasulla. Lui non ebbe nulla da ridire. Solo per la mia sessione di laurea volle aspettare quella straordinaria di Maggio. Poco male, intanto continuavo il corso di specializzazione, sarei partito per l’Africa Sub-sahariana, Burundi per la precisione. Peacekeeping, questo era il termine giusto con cui spiegavo ai miei amici quello di cui mi stavo interessando, senza peraltro che quasi nessuno capisse cosa andavo davvero a fare lì giù. Il Burundi è quel paese che nel linguaggio comune è diventato la metafora del paradosso: “ma da dove vieni, dal Burundi?” “ quant’è vero Dio se non supero l’esame mi faccio frate e me ne vado in Burundi”. Il Burundi era il fratello minore del Rwanda, famoso anch’esso per la sanguinaria guerra civile scoppiata tra Hutu e Tutsi. Nella Regione dei Grandi laghi gli Hutu rappresentano l’etnia più numerosa, mentre i Tutsi sono in netta minoranza, ma nonostante questo rivestono una sorta di ruolo di elite sociale, occupando spesso i posti chiave all’interno della vita di paesi come il Rwanda e il Burundi. La rivalità e le discordie tra queste due etnie balzarono agli onori della cronaca all’inizio degli anni ’90. In Burundi, per la precisione, era scoppiato tutto nel ’93 quando il presidente Ndadaye di etnia Hutu vinse le elezioni in Giugno, divenendo il primo presidente Hutu del Burundi. Già nel Novembre dello stesso anno un colpo di stato lo depose con la violenza, uccidendolo, e facendo ripiombare il paese nel disordine. Un quadro molto chiaro della situazione di quei giorni lo ebbi guardando il film “Hotel Rwanda”.
L’Africa è probabilmente il più grande “luogo comune” esistente. Specialmente se lo si intende come entità unica e indivisibile. Molti problemi legati a questo continente nascono proprio dalla visione che gli “altri” ne avevano a prescindere dalle diverse identità che la abitavano e la abitano ancora. Una terra travisata e rovinata da chi crede di conoscerla. Napoli per certi versi è vittima dello stessa voglia di stereotiparla. In molti, spesso anche tra chi la abita, cadono nel “luogo comune”, pochi sanno difenderla con la forza delle argomentazioni e spesso e più comodo assecondare la vena macchiettista che allo stesso tempo è carta d’identità e condanna di un popolo che è tutt’altro che omogeneo. A Napoli lavora un amico che venne giù in Burundi con me, si chiama Luca, con lui vivemmo quei giorni africani con estrema intensità.

“ Ero partito da casa mia per andare ad aiutare un posto in cui stavano peggio di me. Ero andato per fare la mia parte, coi miei pregi e coi miei difetti. Conoscevo l’economia e credevo che questo sapere potesse essere la mia arma per dare una mano, invece qualche anno dopo ho capito che era un’arma che mi avrebbero puntato contro, a casa mia, dove me l’avevano insegnata l’economia. Ero partito per dare una mano agli altri, poi sono dovuto ripartire per scappare da chi mi minacciava di morte. Ho abbandonato tante cose, tante vite, tanti volti. Ho dovuto trovare la forza di partire da troppi luoghi, di ripartire dopo tante cadute, tante difficoltà. Ora vorrei trovare la forza di restare da qualche parte “

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Afterhours: Folfiri o folfox

folfiri-o-folfox

Afterhours: Folfiri o folfox

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di Raffaele Calvanese

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Un album che si muove tra magniloquenza, spocchia, genialità e catarsi, un percorso lungo e faticoso, ma anche molto gratificante.
Ammetto di aver fatto fatica, parecchia fatica a finire il disco degli Afterhours. L’ultimo album di Agnelli e soci infatti, come si capisce già dal titolo duale, è un album doppio davvero ricco di spunti e canzoni. I soci poi non sono i soliti ma la line-up del gruppo si rimescola e segna l’ingresso di nomi importanti del panorama italiano;  oltre a Xabier IriondoRoberto Dell’Era, con ottimi progetti solisti alle spalle, e Rodrigo D’Erasmo, salgono a bordo Fabio Rondanini dei Calibro 35, forse qualcuno lo ha anche visto nella band di Gazebo, al posto del batterista storico Giorgio Prette e Stefano Pilia (chitarrista dei Massimo Volume), a sostituire Giorgio Ciccarelli. Più che degli Afterhours si potrebbe a tutti gli effetti parlare di una All-Star band della musica alternative-rock italiana.
Nel disco questi nuovi ingressi si fanno sentire, anche se le liriche sono ancora tutte incentrate su Manuel Agnelli e nello specifico di questo lavoro, sul suo rapporto con il padre e la sua perdita a seguito di un tumore. Il titolo dell’album infatti prende proprio spunto dai nomi di due terapie antitumorali.

L’album, come si diceva, è lungo. Per i meno abituati potrebbe rappresentare una montagna troppo alta da scalare, e in alcuni momenti anche per i fan più incalliti si sente il fiato corto per arrivare alla fine delle ben 18 canzoni di cui è composto il lavoro.
Alcune canzoni sono gemme brillanti già al primo ascolto. È il caso di Non voglio ritrovare il tuo nome e di Grande, ma anche di Lasciati ingannare e Se io fossi il giudice: quest’ultima quasi una profezia che si auto-adempie in quanto Manuel Agnelli è balzato agli onori delle cronache più per la sua annunciata partecipazione a XFactor come giudice che per la presentazione del nuovo disco, atteso da ormai qualche anno. In queste canzoni c’è tutta la delicatezza che solo gli Afterhours sanno tirar fuori da una ballata rock. Sembra a tratti di ascoltare i brani più leggeri di Non è per sempre.
Poi ci sono le canzoni da evitare, anche se nel percorso del concept album hanno un senso, brani come San Miguel e Il mio popolo si fa, a mio parere sono solo un grande SKIP.
Al contrario di queste due canzoni, pezzi come Fa male solo la prima volta e Né pani né pesci mi hanno riportato a brani come Non sono immaginario. Pezzi capaci di dare il giusto ritmo ad un album, come già detto, già su lunghe distanze e che senza episodi del genere potrebbe diventare davvero soporifero. (altro…)

Nightswimming

amsterdam, foto gm

amsterdam, foto gm

Nightswimming (un racconto musicale)

di Raffaele Calvanese

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Non è facile chiudere la porta dietro ad una serata passata al microfono. Chiudere in un luogo fisico le parole e i pensieri, come fosse un compartimento stagno. Come chiedere ad uno scrittore se riesce a separarsi da una storia appena mette da parte il taccuino o ad un lettore appena chiuso un libro se riesce a dimenticare ciò che ha letto o immaginato grazie a quelle pagine. Capita di sembrare stralunati, assenti, persi con lo sguardo nel vuoto. Nelle orecchie girano ancora le parole, le canzoni. Uno dei piaceri di lavorare in radio è proprio quello di poter avere sempre a disposizione una canzone a farti compagnia, una canzone scelta da te. Chi conduce i programmi notturni ogni tanto mette mano alla programmazione quel tanto che basta ad accompagnarti fino a casa, una serie non casuale di canzoni che si alternano senza sorprese spiacevoli, senza stonature, quelle canzoni capaci di tenere viva la fiamma, quell’energia che si sprigiona solo quando si accende il microfono e si sente in cuffia la tua voce.
Capita che la strada scorra anonima mentre la mente guida i pensieri altrove, la guida per tornare a casa diviene un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pare estraneo quando in realtà l’osservatore è il vero corpo estraneo di questo scenario. Tra le insegne luminose ne noto una scura, ormai in disarmo. “Numismatica e Filatelia”, il reperto di un’epoca che non c’è più. Un esempio di economia romantica, in cui anche una passione poteva diventare un vero e proprio lavoro. Agli scenari delle città che viviamo oggi, anche di notte manca maledettamente il romanticismo racchiuso nell’insegna “Numismatica e filatelia”. Siamo estranei in questa giungla di lounge bar. Le uniche attività commerciali che proliferano sono dedite alla ristorazione o al beveraggio pret a porter. Sembriamo ingranaggi di una macchina più grande di noi che ha svuotato il sogno rendendolo plastificato, impalpabile, imitabile si, ma al contempo irraggiungibile. Non è più il tempo in cui si poteva entrare in un negozio per parlare di monete rare o francobolli. Le città di notte concedono il tempo quantomeno di riflettere, è come se si potesse ragionare su una fotografia che immortala un movimento perpetuo. Qualche minuto per poter pensare al romanticismo che manca, alle insegne che restano spente, ai pensieri e ai sogni che non si accendono più, sovrastati dai banconi dei lounge bar contornati da neon modernissimi.
Una sera ricordo di aver trovato la solita strada interrotta per dei lavori, per questo deviai per il centro. Il cambio di percorso significava tagliare in due la città, attraversarne il corso principale per poi, con una serie di svolte imboccare la lunga strada che collega tutti i paesi senza soluzione di continuità dallo studio a casa mia. Questo tragitto, in pieno centro prevedeva di passare davanti ad un supermercato che nonostante l’ora tarda trovai completamente illuminato.
Le luci imbiancavano tutto quel pezzo di strada ed era difficile non accorgersi che stranamente quel supermercato fosse aperto, anche se in giro non si vedevano molte persone, aperto contro ogni logica aspettativa e forse proprio per quest’immagine irrazionale così interessante da destare una curiosità magnetica. Sembrava un gigantesco lounge bar, ma senza barman acrobatici e cameriere tutte in tiro, soltanto qualche figura che passeggiava stancamente al suo interno. Mi era già capitato una volta di passare di lì mentre tornavo da una serata con gli amici, trovarlo aperto fu alquanto insolito. Entrammo spinti dalla curiosità, dall’idiozia del momento, forse guidati più dalla fame chimica che dal reale interesse. Ma quell’episodio mi era passato di mente, cancellato, rimosso come tutte quelle esperienze che fai una volta sola, casualmente, quando sei brillo e non presti davvero attenzione a quello che ti capita attorno. Era un’immagine sullo sfondo, chiusa in qualche cassetto che improvvisamente saltava fuori alla visione di quelle luci.

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Raffaele Calvanese, Foto di classe

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Raffaele Calvanese, Foto di classe

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Molti non ci credono, ma l’estate può mettere una infinita tristezza. Forse, se dovessi descriverla con uno stato d’animo, io la ritroverei nella malinconia. Le giornate si allungano e c’è più tempo per andare in giro, a fare cosa poi io non l’ho mai capito. L’estate significa la fine della scuola, la fine della routine, la fine dei pomeriggi a studiare con gli amici, e se oltre la scuola hai poco altro si capisce benissimo perché gli ultimi giorni di maggio possano rappresentare un conto alla rovescia durissimo.
La foto di classe che abbiamo scattato quest’anno mi piace, siamo nel cortile dell’istituto e ci sono tutti, non siamo così belli da vedere ma a me fa molto ridere lo stesso. Vicino a me c’è Antonella, io mi ci sono affezionato davvero, lei è bravissima in latino, e riesce sempre a passarmi le versioni. Nonostante ciò non capisco perché io prenda sempre almeno due voti in meno di lei. Anche Antonella sta sentendo parecchio la fine della scuola, certi rapporti che vengono meno, alcuni anche con una certa violenza. Forse anche io se fossi in lei ci starei male per come sono andati a finire gli esami. Per cinque anni ha spartito sonno,  pensieri e desideri con Lucia, le versioni poi passavano sempre prima da lei, eppure alla fine Lucia, per intercessione dello Spirito Santo esce da questa scuola con un voto miracoloso. Penso che anche io, se fossi stata in lei, avrei dato di matto. Io ed altri abbiamo scoperto di avere dei geni incompresi tra i nostri amici che non pensavamo di avere, come minimo mi aspetto qualche premio Nobel per la fisica a giudicare da come a fine anno siano volate valutazioni incredibili.
Una cosa però mi è rimasta, Antonella. Cioè non solo lei, c’è anche la musica. Ma Antonella è speciale, c’è intesa, c’è sintonia, riesco a parlarle di cose difficili da dire ai miei migliori amici.
Si fa presto poi a dire “la musica”. Ne son piene le pagine di “Cioè” di persone che parlano della musica come la vera e unica ancora di salvezza. No, per me è qualcosa di più. Per me è una questione di identità, di ossigeno, di simbiosi con la mia chitarra, anzi non solo per lei, perché per la maturità mi hanno regalato un banjo. Lo so che è una cosa strana da farsi regalare, quantomeno è strano se non abiti in qualche fattoria del Midwest degli Stati Uniti. Solitamente ci si fa regalare un viaggio, una playstation o che so io dei soldi, io invece mi sono fatto comprare un banjo. Uno degli strumenti fondativi del bluegrass, nato dai primi coloni americani con soli strumenti acustici, tipo la chitarra e il violino. Non è certo uno strumento di grande utilizzo qui da noi eppure io non so perché ma era come un magnete che mi attraeva, e quindi eccomi qui  a passare i pomeriggi tra il Giro D’Italia tra un banjo e una chitarra. Ogni tanto me la guardo quella foto, chi sa che fine faremo io e i miei compagni, chi lo sa dove e quando ci rivedremo, come cambieremo. Pare tremarmi la terra sotto i piedi. Il futuro è uno di quei posti dove ho sempre paura di andare. Anche perché a conti fatti di studiare non so se ho più voglia, passo intere giornate tra la chitarra e il banjo, qualcosa vorrà pur dire.
Io questo non ben definito qualcosa l’ho capito bene, e forse lo hanno capito anche i miei genitori ma sia io che loro facciamo finta di non vedere quello che ci è già chiaro, giriamo lo sguardo, lo abbassiamo, ignoriamo i segnali. Quello del musicista da queste parti se va bene è considerato un buon “secondo lavoro”, devi sempre prima cercarti un lavoro vero. Mah, non so nemmeno io come affrontarla questa cosa, forse dovrei fare come tutti gli altri. Mi iscrivo a Scienze della Comunicazione e guadagno un po’ di tempo, evito i litigi e pace. A volte mi sento come nel libro di Conrad – La linea d’ombra – chiamato a partire, ad uscire dalla famosa linea d’ombra. Sentirsi persi tra un sogno ed una paura. Io non lo so davvero se è meglio non avere sogni o averne di troppo grandi.

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