proSabato: Gianna Manzini, La zingara del cielo

Gianna Manzini scrittrice italiana Roma 1960

Pasquale De Antonis, Roma 1960

La zingara del cielo

Mio padre era cacciatore. Ecco una cosa che non ho mai capito: che si potesse essere, come lui, innamorati della vita con un senso struggente di protezione, e insieme cacciatori; attenti al filo d’erba, rispettosi del ragno, del moscerino, della formica: e pronti a sparare su gli uccelli. È l’unico punto d’incomprensione fra me e lui, ieri come adesso.
Uno che s’indignava e sfavillava di furore per le scarpe rotte del bambino povero, che, saltando come un grillo da un paese all’altro d’Europa, rivendicava «i deboli e gli oppressi», che in nome della libertà rischiava e pagava di persona (è morto al confino, sulla montagna pistoiese) poteva poi, con ebrezza, fare strage del più inerme e grazioso degli animali.
Proprio non lo capivo; se glielo dicevo rideva senza rispondere; e, facendo gli occhi piccini, mi sottraeva almeno la metà di quello scintillante e quasi inconfessabile entusiasmo: come a scusarsi d’una irresistibile monelleria, di cui gli sfuggisse il significato e la portata.

Fra tutte le forme di caccia, preferiva quella che a me sembrava la più atroce, con la civetta.
Tu vedessi il suo gioco di richiamo, le sue smorfie, la sua commedia, le sue incredibili civetterie: e, nella luce dell’alba, lo stupore, l’incantamento degli uccellini di fronte a una bestia così straordinaria.
Da vicino, io non l’avevo vista mai. La conoscevo di fama, e la temevo: ma non avrei mai immaginato di poter essere così sconvolta, quando mi apparvero i suoi occhi, dietro il cancelletto di giunchi del panierino.
Eravamo a Cutigliano. L’avevamo portata da Firenze, proprio per la caccia. – Vedrai com’è bella – fece il babbo. Ed ecco che i suoi occhi, due mezze sfere enormi, gialle con la pupilla forse fosforescente, gli occhi, d’un grosso gatto in un uccello mi dettero un senso pauroso di sortilegio: come se con quegli occhi d’accatto, avesse cominciato a contraffare la sua stessa natura e, soltanto guardando e girandoli, spalancati, potesse alterare e stregare tutto intorno, a cominciare da me, che non potevo fare a meno di fissarla, attraverso la sua clausura di bianche sbarre.
Nulla doveva resistere al raggio delle sue pupille. Trapassava: non uno di quei diaframmi d’indifferenza, d’ironia, di ripulsa, di semplice opacità, con cui possiamo ostacolare dentro di noi il percorso d’uno sguardo, concedendo molto o poco della nostra intimità, era valido con lei. All’istante, t’accorgevi d’aver subìto una violazione, di essere senza riparo, d’averle fatto toccare un fondo segreto, insomma di trovarti in sua balìa.
Intorno agli occhi, le piume erano disposte a corona, e schiacciate, sì da cerchiarli, come una faccia umana. Una vera cerchiatura d’abbattimento rendeva dunque la sua espressione stranamente adulta. Uomo, gatto, uccello: e per giunta, il senso della notte in pieno giorno: perché, notturna, sfidava la luce.
Un mostro: uno sbaglio troppo vivente: d’una gagliardia, infatti, d’un’accensione, d’una potenza che, ora non ne dubitavo, le meritava di stare a cavallo fra il mondo dei vivi e quello delle ombre. Non si dice che aspetti gli agonizzanti per accompagnarli al cimitero, questa ladra degli ultimi respiri? E mio padre esclamava: «Guarda che bellezza. Sarà un piacere, ammaestrarla».

La rividi poi, quando le zampine erano state protette con anelli di cuoio dai quali pendevano due cordicelle, presto congiunte in una sola, lunga quanto bastava per un breve svolazzare dal pavimento alla gruccia; che era simile a un grosso appunta-spilli, rosso fiamma, issato su un bastone. Ora mi sconcertava soprattutto la sua mancanza di sorpresa: mancanza di sorpresa o di timore che il babbo chiamava «agevolezza», contento di vederla subito famigliarizzata con noi, con la stanza, co’ suoi calzoni di cuoio, con quella gruccia, e con la luce del mezzogiorno; mentre io non vedevo, in tanta disinvoltura che esperienza antica: un conoscere e un ricordare, di cui era impossibile valutar l’estensione.
Quasi approvandomi, spiegò le ali a pochi palmi dal mio viso di scatto e senza alcun rumore, sofficemente.
Di qualsiasi uccello, suppongo, il volo si ode; starnazzi, sfruscii, batta l’ala, remighi. Ma lei ti veniva quasi addosso, t’avvolgeva; e non la sentivi: conturbante silenziosità, in cui traspariva la sua ironia, forse la sua beffa; comunque la sua natura d’ombra: infatti tutta la stanza diventava uno schermo su cui veniva proiettato, evidente e irreale, il puro disegno del suo svolazzare.

Dopo una settimana, era pronta.
– Bravissima: mai conosciuto un uccello che capisca tutto in questo modo. Altro che ubbidienza: si tratta di vera partecipazione.
Il solito fanatismo dei cacciatori.
Mi convinse invece, allorché mi propose di andare a caccia con lui:
– Non foss’altro perché tu possa renderti conto di cos’è l’alba in montagna.
Dell’alba ne sai appena quanto una scolara; che crede di conoscerla per essersi alzata presto, quando si preparava agli esami.
Ciò che avviene a distanza, la civetta lo annunzia con grande anticipo, in modo incredibilmente espressivo: perché il suo orecchio, insuperabile per finezza, percepisce i più lontani fruscii.
Dicono che sopra il foro uditivo, disposta su una piega della cute, lei abbia una mezzaluna di piccolissime penne, che, piegate indietro o in avanti, a suo piacere, con movimenti minimi, diventa uno strumento adatto a raccogliere suoni, come un cornetto. Forse il suo volo è perfettamente silenzioso perché deve ascoltare anche volando. Quali segnali, per noi inafferrabili dovrà ricevere questa notturna zingara del cielo nelle sue scorribande felpate? Comunque, l’indomani fui la prima ad alzarmi, con le stelle ancora splendenti.
Fra ottobre e novembre, in quella zona, c’è il passo dei codirossi. A stormi vengon giù, scegliendo le valli più riparate; e dove, in qualche schiarita ben protetta dai venti, a un povero uccello stanco potrà sembrare propizio e bello sostare, lì il cacciatore si apposta.
Il capanno è nascosto dalle frasche. Bene in vista sul prato, isolata, sta la civetta con la sua gruccia: a una certa distanza, i bastoni sono disposti con ingannevole naturalezza e soprattutto in modo che il sole, quando sorgerà non li colpisca altrimenti la pania che li riveste brillerebbe, rendendoli sospetti: perché è lì sopra, come in tanti palchetti di teatro, che dovranno fermarsi gli uccellini per assistere al grande spettacolo della civetta.
La quale era davvero spettacolosa, nelle prime ore del mattino, in mezzo a quel brillante tappeto verde. Svolazzando, senza dubbio faceva le prove. Poi, eretta sul rosso cuscinetto, sfoderati i lunghi stili delle unghie, arruffava le penne in modo da sembrare massiccia: e, senza mostrare di muoversi, girava il collo tanto che la faccia appariva rivolta completamente all’indietro come una maschera appoggiata sulla nuca.
Passò, senza fermarsi, con un volo a grandi archi, una prima ondata di codirossi. Poi, due di essi fecero finta di lasciarsi capitombolare dall’alto; a mezza via, risalirono vivacemente, frullando per gioco; quindi ridiscesero con una linea serpentina per osservare da ogni lato la grande stravagante. Che brio, nel loro volteggiare. Snelli, col manto cinereo, la fronte chiara, la gola nera, il petto di un color ruggine che nella coda si accende, arditi e gentili, si avvicinavano.
E lei, soltanto girando la testa, seguiva il loro volo: faceva riverenze, li invitava: fascinosamente li teneva nel riflettore dei grandi occhi carichi di sguardo e di potere; li stregava: infatti quelli, ormai ebbri, cercano ora un ramo su cui posarsi: eccolo, a pochi metri da lei. È il ramo coperto di vischio. Disperati gridano, si sbattono, si protendono: con lunghe frasi invocano aiuto; e più si muovono, più rimangono presi. Ora anche l’ala vi s’inchioda, e anche la coda smagliante. E la civetta sforbicia il becco rumorosamente, come per sminuzzare; minaccia: trionfa, stridendo: soffia più di un gatto. Ma ad un tratto s’addolcisce, compone le penne, si fa bella e vezzosa. Ha percepito il volo lontano dello stormo che accorre al richiamo dei prigionieri e si prepara al solito gioco di seduzione.
Mio padre mi guardò di sfuggita. Cominciava la ridda: e a muoversi si correva il rischio di rompere l’incantesimo. Tuttavia mi disse, in un soffio:
Sarà bene che tu vada a casa. Ho sbagliato a farti venire quassù.
Più tardi, dalla finestra, vidi la piccola comitiva che ritornava. Il babbo portava con cura la civetta. Lo seguiva un ragazzo con un fardello di morticini.

© Gianna Manzini in «Il Gatto Selvatico», rivista aziendale dell’ENI, anno X, n. 6, 1955. Secondo l’archivio Manzini la data di scrittura è il 23 dicembre 1953.

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