La botte piccola #5: Jack London, “Il Gioco”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quinto appuntamento è con il racconto lungo Il gioco di Jack London. Buona lettura.

game

J. London, prima edizione di “The Game”, Macmillan Company 1905

Non mi interesso di boxe né amo particolarmente i racconti che fondano la propria struttura sulla descrizione di partite di qualsiasi genere, che si tratti di calcio o di scacchi. Ma è proprio l’improvvisa unione di questi due dis-interessi, la boxe come evento (per evento si legga: qualcosa che accade) e la descrizione di uno sport, a eliminare gli addendi e a creare una somma del tutto nuova, un senso che riguarda il mistero del corpo, della sua bellezza, il suo legame con le regole universali e feroci della natura.
Trovo straordinarie, ad esempio, descrizioni di questo tipo (da Una bella bistecca, Newton Compton 1994, trad. Paola Cabibbo):

Prima vennero sfilati a Sandel i pantaloni, poi gli fu sfilata dalla testa la casacca, quando si alzò in piedi. E Tom King, che osservava, vide un’immagine di gioventù incarnata: torace profondo, possente, muscoli lisci e guizzanti come oggetti vivi sotto la pelle bianca. Tutto il corpo emanava un’eccezionale vitalità, e Tom King sapeva che era una vita che non aveva disperso nulla della sua freschezza attraverso i pori dolenti nei lunghi combattimenti in cui la gioventù pagava il pedaggio e da cui usciva un po’ meno giovane di quando era arrivata.
(…) Sandel si faceva sotto e si ritraeva, saltellava a destra, a sinistra, ovunque, agile e avido, miracolo vivente di carne bianca e muscoli accordati, tessuti insieme in mirabolante intreccio, guizzando e saltando come una spoletta velocissima da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte mirate alla distruzione di Tom King.

Le trovo straordinarie, e non le amerei tanto se si trattasse di una descrizione estemporanea, fine a se stessa; se insomma quel corpo non dovesse operare da un momento all’altro, difendersi e distruggere, venire a patti con le regole fisiche del movimento, dell’inerzia e dell’impatto, perfettamente preparate a loro da un lungo addestramento. È la bellezza che avvertiamo quando un atleta corre superando il limite assodato della corsa umana, o quando la parabola di un pallone prende l’avvio dal centrocampo e si chiude con grazia naturale nella ridicolmente piccola rete di un portiere.
Ma a questa bellezza ancora superficiale si aggiunge, in London, un significato molto più profondo. I racconti di boxe di Jack London sono l’ennesima prova di un occhio allenato a guardare tutti i segni del movimento della vita, di una penna industriosa come un’ape nel fare una storia di ogni fase della sua rocambolesca biografia.
La vita, per Jack London, fu una questione di tempo da sfruttare e mistero di cui avere rispetto. Ladruncolo di treni merci, cercatore d’oro, giornalista e reporter per ogni angolo del mondo, London finì i suoi giorni a quarant’anni ma non si limitò a sorseggiarli. Intuì il richiamo che ricorda al cane il lupo ma anche l’inverso; testimoniò l’angoscia dello spegnimento in Come accendere un fuoco ma anche la potenza delle emozioni umane in Martin Eden. Tutti i suoi personaggi percorrono un arco che li obbliga ad affondare a piedi pari nella grande e spesso tragica complessità dell’esistenza. Esistenza, come quella di London, ricca e degna di essere vissuta.
E la vita è anche il minuscolo tremito che una proteina può dare o togliere, come ancora nel caso di Un pezzo di bistecca, a un corpo umano, indagato fin nelle minuzie della sua fisiologia:

Verso la fine del round King, messo in guardia dalla vista dei secondi pronti a balzare nel ring dalle corde, fece in modo da trascinare l’avversario verso il proprio angolo. E quando suonò il gong sedette immediatamente sullo sgabello, mentre Sandel dovette attraversare in diagonale tutto il ring. Era una cosa da poco, ma era la somma di questo tipo di mosse che contava. Sandel era stato costretto a fare molti più passi, a spendere una certa quantità di energia, e a perdere una porzione del prezioso minuto di riposo. All’inizio di ogni round King si spostava lentamente dal suo angolo, obbligando l’avversario a percorrere la maggior parte del cammino. Alla fine del round King manovrava sempre le cose in modo da trovarsi nel proprio angolo e potersi immediatamente sedere.

I racconti di boxe – la boxe, tout court – sono per London estensione dei suoi temi cari: quelli della convivenza tra superomismo e radici animali, scommessa e massacro, onesta messa in gioco delle proprie qualità e tiri gobbi della sfortuna. Un’ultima citazione da Un pezzo di bistecca:

Tom guardava la stanza nuda. Era tutto ciò che aveva al mondo, insieme con la pigione arretrata, lei e i ragazzi. E stava per lasciare tutto ciò, e uscire nella notte per procurare il cibo alla sua compagna e ai suoi cuccioli; non come un lavoratore moderno che si reca alle sue macchine, ma nel modo vecchio, primitivo, regale, quello degli animali, lottando per conquistarlo.

La grandezza di La sfida (o comunque si voglia tradurre The Game, qui Newton Compton 1994, trad. di Flaminio di Biagi) sta nell’aver immesso nel tema del modo “vecchio, primitivo, regale”, una disturbante forza antagonista: la pretesa della giovane e dolce Geneviève che il suo futuro marito Joe, campione di boxe, abbandoni la disciplina per amor suo.
Geneviève e Jack sono due «aristocratici della classe lavoratrice» che stanno per convolare a giuste nozze. Di bellezza quasi femminea, sembra strano che lui sia campione in quello sport che la famiglia adottiva di lei ritiene tanto disdicevole. Poco prima delle nozze, Joe per amore accetta di abbandonare la boxe e chiede un’ultima sfida, un’ultima lotta cui Geneviève stessa, poco a suo agio nel mondo dei corpi maschili che ha fino a quel momento solo immaginato, assiste.
Ma è nei brani del corteggiamento che London allude nella maniera più efficace alla differenza di natura tra Joe e Geneviève. Perfettamente inserita nel mondo umano non solo delle convenzioni ma anche delle semplici strutture, Geneviève si oppone a un Joe che è fuori da ogni codice, è natura allo stato puro, anche nella più semplice codifica delle emozioni: Così si parla del loro incontro:

Geneviève sognò per tutto il pomeriggio e seppe di essere innamorata. Non così Joe. Lui sapeva soltanto che desiderava guardarla ancora, guardare il suo viso. I suoi pensieri non andavano al di là di questo, e, inoltre, questo non era neanche un pensiero, trattandosi piuttosto di un desiderio vago e indistinto.

Il corteggiamento è una vera e propria cosmogonia dell’amore. Non sapendo dell’abitudine di mandare dei fiori, per istinto Joe le manda della frutta: «C’era un utile, nella frutta». E quando si accorge dell’abitudine di lei di portare una rosellina nei capelli, si regola di conseguenza:

Divenne un inventore della galanteria. Le mandò un mazzo di violette. L’idea fu tutta sua. Non aveva mai sentito di un uomo che mandasse fiori a una donna.

È sul ring che Joe è realmente padrone delle proprie azioni. Lì che Geneviève, che lo osserva da uno stanzino nascosto, stenta a riconoscerlo per quanto la sua natura gli somiglia. Nel mondo di fuori, Joe è costretto ad andare verso di lei; ma quando è sul ring le sue stesse fattezze impediscono alle due creature, quella solo umana e quella sia superumana che bestiale, di incontrarsi:

A volte il suo viso era apparso decisamente fanciullesco; altre volte, mentre stava buscando la più severa battuta, era apparso pallido e grigio; e ancora più tardi, mentre cercava di sopravvivere e stringeva e si aggrappava, aveva preso un’espressione ansiosa. Ma ora, fuori dal pericolo ed essendo lui a forzare l’incontro, il suo volto di combattente gli ritornò. Lei lo vide e rabbrividì. Lo allontanava così tanto da lei. Credeva di conoscerlo, di sapere tutto di lui, e di tenerlo nel palmo della mano; ma questo non lo conosceva – questo viso d’acciaio, questa bocca d’acciaio, questi occhi d’acciaio balenanti la luce e lo scintillio dell’acciaio. Le sembrò il volto impietoso di un angelo vendicatore, modellato soltanto dalla volontà di Dio.

È ben altra la volontà che muove Joe nell’ultima sfida della sua vita, quando dovrebbe lasciare il ring per ritirarsi a vita borghese. La sua natura, che ha fatto di lui un campione e un “angelo vendicatore”, non accetta un ritiro: la Natura che chiama il cane ai lupi non sopporta che uno dei suoi figli abdichi a lei. Joe muore per un colpo alla testa. Geneviève, dal suo spiraglio, non coglie immediatamente quello che è successo:

Il suo innamorato era stato messo fuori combattimento. Dato che lui sarebbe stato contrariato, lei condivideva il disappunto; ma quello era tutto. In un certo modo era perfino contenta. Il Gioco l’aveva ingannato, lui era più sicuramente suo.

© Giovanna Amato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...