Rileggere Giorgio Bassani poeta nel centenario della nascita

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© Dino Ignani

Nel 1942, quando Bassani scrive alcuni tra i versi che leggiamo qui oggi, è un uomo che “esce dalla giovinezza” sentendosi “spettatore di sé stesso” per la prima volta. Lo scrivere poesia − come dirà nel Poscritto ai testi nell’edizione einaudiana, testo già proposto in RAI nel ’52 − è un fatto che continua un interesse che non lo lega al suo tempo, “alla vita e alla realtà”, ma al mondo dell’arte e della critica d’arte; lo scrittore ferrarese vede in Roberto Longhi un punto di riferimento, così come altri amici storici d’arte − tra cui Francesco Arcangeli, anch’egli poeta al tempo − sono i mentori della sua attività poetica. La sua poesia − di cui qui diamo soltanto un assaggio − perseguirebbe un ‘intento’ che si proclama, potremmo dire, ‘figurale’. Non è forse una forzatura pensare che, il complesso momento storico in cui ci troviamo nella maggior parte dei testi che leggiamo oggi (nel ’42-’43 il paese è già in guerra), ancora di più possa far decidere al poeta di scegliere una strada diversa per comporre poesia che, se da un lato imprime il proprio contesto al presente (pur in una visione traslata dalla pittura), dall’altro rivela un’ammissione: l’essere alla ricerca di quella “verità poetica”, che Eugenio Montale ravviserà in una recensione del ’45 del volume per l’Astrolabio Storie dei poveri amanti e altri versi, e che sarà incessante in seguito, soprattutto nella raccolta Un’altra libertà (Einaudi, 1951) da cui è tratta la lirica L’alba ai vetri. I primi quattro testi proposti oggi sono inclusi in Te lucis ante, 1946-’47 (Roma, l’Astrolabio, 1947); Verso Ferrara, poesia famosa da Primi versi − prima sezione della raccolta einaudiana del ’63 − si può leggere qui, mentre Commiato, da Un’altra libertà, è stata già proposta qui.
Invitiamo a leggere e rileggere Giorgio Bassani poeta dunque, nel centenario della sua nascita, proponendo un incontro con la parola secondo quanto tracciato; se l’appuntamento con la sua poesia è poco frequentato, il lettore potrà godere tuttavia testi che, già a quest’altezza e nei temi, imprimono alcune caratteristiche peculiari dell’Italia fascista, soprattutto nei colori e nei ‘rumori’, nei volti e nei luoghi di una terra emiliana che sarà poi al centro − e diversamente − anche del cinema che, a posteriori, racconterà quel tempo.

© Alessandra Trevisan

Un ultimo segnale,
forse l’estremo avviso,
mi folgorò, per nere
scale, impresso in un viso.

O forse il giusto, il santo
angelo trafelato,
sorgeva a me, placato
per assolvermi, accanto.

Questa lingua che adoperi
cosí oscura è per me!
Ma l’intesi; fuorché
per averne paura.

*

L’effimera creatura di luce incoronata,
che al margine del prato lentamente saluta,
non essa è che a un suo breve bisbiglio fa piú acuta
(s’abbandona una musica…) la pietà c’hai di te?

Ma l’altra che fra i tronchi, muta ombra assolata,
muove adagio col sole la rigida figura,
e, schiena affardellata che si volge, paura
noia ed ira rinnova – oh, un miraggio non è!

*

Luce che i caldi tetti
della città saluti,
ombra che li tramuti…

(Un passo, solo un poco
più stanco; e soffi là,
dalla spia: « Sei libero,
non è che un gioco va’… »).

Non hai pace. Prometti
cieco, ancora, Tu dài
sempre ciò che non hai:
luce, ombra, libertà.

*

M’avessi da bambino
serbato alla tua Legge.
Stato sarei del gregge
dei morti a capo chino,

vittima persuasa
di un’altra libertà.
Tu solo nella casa
decrepita vegliavi

del tuo trono… Oh, se agli avi
sommessi, cieco infante,
dedicato m’avessi
col tuo sguardo distante!

*

L’alba ai vetri; e la musica d’un piffero e un tamburo
volava a me con lieve, vaneggiante allegria;
eri tu che passavi, vita, tu, vita mia,
tu che sopravvenivi, innocente futuro.

« Empio evo venturo che premi dalle porte »,
dicevo io, con lacrime piú soavi che amare,
« dimentica il mio nome ». Dicevo. E la tua, morte,
ebbra ancora m’assonnava melodia militare.

© Giorgio Bassani, in L’alba ai vetri. Poesie 1942-’50, Torino, Einaudi, 1963.

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