Una frase lunga un libro #46: Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda

marmo

Una frase lunga un libro #46: Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda, Nino Aragno editore, 2015, € 8,00

*

Vedo luce e ombra. Nulla è più faticoso
che distinguere i fatti evidenti
dagli incerti.

Tuttavia non ammetto che
tu occhio mi inganni
neanche per un istante.

Rumore di tacchi,
l’agonia del neon.

Ogni volta che leggo una poesia di Giovanna Marmo penso a un palcoscenico. Il teatro è la prima cosa a cui penso. Non penso alla poeta napoletana su un palcoscenico, anche se lì Marmo ci sa stare benissimo, ma penso al suo modo di vedere e poi rappresentare le cose. Marmo pensa sempre a uno scambio, pensa a qualcosa prima e dopo lo schermo, a chi sta dietro il sipario, a chi sta davanti, a chi guarda. Ma chi guarda? Tutti guardano. Guarda il regista, guarda l’attore e guarda lo spettatore, ciascuno vede in base a ciò che conosce, alla propria capacità di abbandono, vede per conoscenza e per fantasia. Per Marmo si vede per sottrazione, si vede per immaginazione, e quindi si vede senza trucchi, con molti inganni da stanare. I fatti evidenti dagli incerti, ma anche i fatti dai non accadimenti. Marmo scrive del tangibile e di ciò che non si riesce a comprendere, nella doppia accezione capire/contenere. Giovanna Marmo scrive poesie e per noi che leggiamo questo è un bene. Leggiamo queste due brevi poesie dalla prima sezione del libro Al di là delle palbebre:

La mano 1

Quando la mano schiaccia
l’occhio da sotto

tutte le cose mi guardano.
Due volte.

*

La mano 2

La mano sinistra
diventa destra

e poi torna indietro
e diventa com’era.

La mia mano attraversa
più specchi.

 

Questa serie di versi fa ondeggiare, pare di trovarsi su un’altalena che fa avanti e indietro dal corpo e nel corpo, e quindi raddoppia, anzi moltiplica ciò che l’occhio  percepisce, ciò che le mani sentono. Marmo spinge il lettore a un attraversamento, non spiega quale, perché ogni attraversamento è quello proprio, ogni ricerca è singola. L’immaginazione di chi scrive serve, qui, a liberare quella di chi legge, ma il mondo immaginato è personale, ed è per questo che la poesia funziona. Si legge Marmo e ci si trova in una dimensione che è prossima a quella del sogno, che sfiora quella delle fiabe. Si percepiscono trasparenze e luce, una visione più chiara e pericolosa delle cose, laddove pericolo corrisponde al rischio della curiosità. Oltre i titoli di coda, ma dove, dunque? In un posto che non esiste? In quale dimensione? L’oltre è altrove, eppure è anche qui, l’oltre è quando afferriamo qualcosa di non visibile, l’oltre è quando capiamo, l’oltre è quando ci appare il chiarore dove avevamo visto nebbia. Oltre è quando cambia qualcosa. Tutto ciò che appare e scompare è responsabilità personale dallo sguardo al tatto, dalla pelle al suo sotto. Ciò che percepiamo difettoso è un nostro difetto. Questo viaggio si concretizza nella seconda sezione: Scomparendo dallo schermo. Leggiamo un’altra poesia:

Senza corde vocali

Lo sai, non ho nessun ricordo.
Vivo in una casa senza corde vocali.
Ma quello che tu non mi racconti
è in questo ambiente. Ogni cosa si contrae,
devo espandere i miei confini.
Se mi sdraio qui, forse non dimentico tutto.

Fuori nel mondo, il montaggio
dei miei istanti è già avvenuto. Una luce
si spegne. Si accende una insegna.
L’ombra di una macchina che passa
si proietta sul muro. Un film che filma
il tempo, il calcolo degli intervalli.

Da dove mi chiami? Dove sei finito?

In un mondo prima del suono
una goccia ingoia un’altra goccia.

Il sipario qui è socchiuso, fuori sul palco qualcosa è avvenuto, ma è dentro, è nell’intimo che tutto è destinato a perdersi, a sottrarsi in un sentimento silenzioso, ma è da quella piccola casa fatta di noi che possiamo ripartire cominciando a salvare, che siano brandelli di memoria, che sia un tempo sparito e un altro destinato a tornare, e quanto è bello e definitivo, impaurito e coraggioso quel: Da dove mi chiami? Dove sei finito?

Ci spostiamo nella terza parte del libro: Case riflesse. C’è bisogno di oggetti e muri, di nuovo di specchi, le cose fanno memoria perché stanno. Le case sono persone andate, sono macchie sui divani e macchie siamo noi, le case sono barche e ondeggiano, le case sono musica e silenzio, le case sono niente e quindi tutto, sono, per diritto di nascita, richiamo; sono, per conformazione, portatrici di assenza; sono spazio destinato alla dispersione, sono cerchi che non si chiudono, quasi mai riparo. Le case sono anche, e di nuovo, il movimento degli occhi, la palpebra si abbassa ed è parete, si apre ed è finestra. Le case sono uomini, uomini statici, sono telefoni staccati. Nulla somiglia al vuoto come un telefono staccato, il suono muto che rimbalza. La casa è il poeta, la casa è l’altro, il gioco si compie dal soffitto al pavimento.

Un topo senza voce

La porta tocca quasi il tetto. Il tetto è basso,
assorbe ogni cosa: non è più la mia casa.
Il pavimento è coperto di briciole.

Ogni tanto percepisco una frase
che non collego alle altre. Divido
l’aria con le mani, il catrame si scioglie.
Tutto si riveste di ottone fuso.

Secondo voi, perdo ancora sangue?
Ho un corpo privo di membra.

Allungò il braccio per spegnere
l’unica luce rimasta accesa.
Nessuno protestò.

Gli alberi sono molto più grandi, i pali
si piegavano nel buio.

Va a chiudersi il sipario di Giovanna Marmo, chiude sul mondo palcoscenico, sullo spettatore teatro, sul pubblico che è attore, sulla parte da recitare che è vita. Chiude il sipario ma non del tutto l’occhio, che resta vigile, come in attesa, di qualcosa che torni o di qualcosa che appaia dal niente, qualcosa che somigli al chiaro e che prema sul buio.

*

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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