Gli undici addii #2: “Ricreazione”, di Gianluca Wayne Palazzo

cover_Ricreazione

Eleonora finì di tracciare l’ultima sottolineatura con l’evidenziatore giallo, poi tolse il righello che aveva usato da base e osservò soddisfatta l’impatto grafico della linea, perfettamente sovrapposta a quella rosa subito sotto. Un boato grossolano attraversò la porta dell’aula insieme ai soliti quattro imbecilli che correvano dietro a una palla di stagnola e mulinavano calci sul pavimento lercio di briciole di pizza e appiccicoso dei succhi rovesciati. Era solo metà ricreazione e la professoressa Bergamotta aveva già perso il controllo della classe.
Forse aveva ragione suo padre. Forse avrebbe dovuto cambiare sezione l’anno precedente, meglio ancora in prima media. La terza G era l’evoluzione esponenziale degli scricchiolii che si registravano fin dal primo anno, e della mancanza di coraggio del consiglio di classe di bocciare chi bisognava bocciare.
Eleonora osservò con disappunto la sbavatura dell’evidenziatore sul bordo del righello. Detestava dover scegliere fra una riga dritta e un righello sporco. Per quanto stesse attenta c’erano le tracce del giallo, del rosa e dell’azzurro. A proposito, l’evidenziatore azzurro era quasi scarico. Doveva ricordarsi di passare in cartoleria.
Lisciò la pagina del libro di artistica aperto su Mondrian col palmo della mano, ormai la traccia era asciutta. Chissà perché non aveva dato retta a suo padre. A casa davano per scontato che non volesse lasciare Alessia. Erano compagne dalla prima elementare. Poteva anche essere. Alessia era diventata un po’ smorfiosa, già da un anno, ma era ancora indiscutibilmente la sua migliore amica.
Un nuovo boato, seguito da un gracchio isterico della Bergamotta. Chiunque sa che la caratteristica principale per fare l’insegnante è avere polso coi ragazzi. Si domandò cosa avesse spinto quella donna, piccola e tozza come i resti di una gomma Staedtler troppo consumata, a intraprendere una simile carriera. Il suo accento calabrese era insopportabile. Eleonora non aveva niente contro i professori meridionali, ma riteneva che fosse loro dovere parlare italiano, in classe, un italiano corretto, se possibile. Un italiano ineccepibile.
Vide Alessia chiacchierare vicino alla finestra con altre due compagne. Una di loro indossava una minigonna inguardabile. Ma non c’era un regolamento contro quel genere di abbigliamento? Era passata una circolare, se non ricordava male.
Alessia rovesciò la testa indietro in una risata argentina. Eleonora inghiottì. La sua vecchia amica era la ragazza più bella della classe. Si domandò quando avesse deciso che lei stava diventando troppo noiosa e fosse ora di frequentare qualcuno più sveglio. Ovvio. Porti una minigonna senza calze in pieno autunno e sei sveglia. Beh, buona fortuna a te, allora.
Decisamente non era per quello che aveva scelto di restare in terza G. E probabilmente è stato un grosso errore. Probabilmente…
Un pugno si abbatté come il martello di un maniscalco sul Broadway Boogie Woogie al centro della pagina e le mozzò il fiato in gola.
«Chi cazzo ti ha detto di inventarti quelle stronzate?» ruggì Marco, in piedi di fronte al banco. Era comparso all’improvviso, in quel caos chiamato ricreazione, e la Bergamotta era in corridoio a rincorrere le altre bestie dietro a quella palla di…
«Rispondi!»
Eleonora trattenne un sussulto e mandò giù altra saliva. Si sforzò di tenere sotto controllo i battiti del cuore e si concesse un paio di secondi prima di aprire bocca. Ma furono due secondi di troppo per Marco, che ne approfittò per mollare un altro schiaffo, sul banco stavolta. I suoi riccioli bruni scarmigliati fecero l’hula-hoop sulla sua fronte arrossata, e una specie di locomotiva luminosa attraversò in orizzontale gli occhi argentati che aveva. Eleonora ripensò immediatamente al David, alla gita a Firenze dell’anno prima, alla mandibola che le cedeva e alla bocca che si riempiva di meraviglia, allorché nella piazza più artistica del mondo aveva constatato come lei e Michelangelo avessero la medesima idea di ciò che fosse supremamente bello.
«A che cosa ti riferisci?» chiese, con una sorta di calma.
«“A che cosa ti riferisci”» cantilenò lui con una voce da bimbetta ritardata, che le chiuse gli occhi involontariamente mentre tentava di assorbire la ferita. «Chi cazzo ti ha detto di dire al Carlini di togliermi la nota e che avrei chiesto scusa?»
«Guarda che io volevo…»
«Volevi cosa
Eleonora prese un respiro. «Mi fai parlare? O dobbiamo esprimerci a schiaffi e pugni sui libri? Mi hai fatto una domanda e vuoi una risposta? O ti basta strillare, fare il pagliaccio e poi puoi andare soddisfatto a fare la scimmia coi tuoi amici ritardati in corridoio? Dimmi.»
Marco ansimava. La fissò negli occhi senza rendersi conto di quante chilocalorie lei stava consumando soltanto per reggere il suo sguardo, senza badare al fatto che le lentiggini si erano infiammate di viola sopra al porpora delle guance, senza far caso che le manine dalle unghie pulite e corte, prive di smalto – forse l’unica in classe che non sapesse nemmeno cos’era lo smalto – tremavano impercettibili sulle ginocchia unite sotto lo scudo del banco.
«Hai già preso due note nel primo quadrimestre» riprese Eleonora. «Alla terza tua madre non ti farà più uscire di casa. L’ha detto a mio padre all’ultimo consiglio di classe. Di sicuro non ti permetterà di venire a Venezia quest’anno. Siamo già in pochi disposti a partire, ci servi per raggiungere la quota. Avevi detto va bene all’assemblea di classe, no? O stavi solo facendo il buffone?»
Marco boccheggiò per pochi istanti, le dita sporche di penna aggrappate al banco e le unghie sfoderate sul legno dalla vernice scrostata. Poi abbassò la testa sul libro d’arte, sulle sgargianti linee geometriche di Mondrian che sembravano proseguire fuori dalle fotografie, nelle tracce fluorescenti e perfettamente allineate degli evidenziatori. Dietro di lui i quattro bovini rientrarono con la palla di stagnola saldamente in loro possesso, seguiti dalla Bergamotta che ripeteva esasperata di consegnargliela immediatamente.
Marco avvicinò la faccia a pochi centimetri da quella di Eleonora e  l’odore del suo sudore e di qualcos’altro riempirono il naso della ragazza.
«La “signorina ordinatina” vuole andare a Venezia?» sibilò. «Stai attenta, perché ci potrei anche venire. Magari ci facciamo mettere in stanza insieme…»
Eleonora tentò di alzare un sopracciglio. Sentiva di essere allo stremo, la faccia del compagno di classe non era mai, mai, stata così vicina alla sua. Te ne dovevi andare l’anno scorso, disse la voce di suo padre, meglio ancora l’anno prima. In A. Era la sezione giusta. Dal fondo Alessia rise ancora. Con la coda dell’occhio vide la ragazza in minigonna accarezzarsi distrattamente una coscia sotto lo sguardo allucinato dei quattro gorilla appena rientrati in aula. Ma io non me ne volevo andare, papà.
Si schiarì la voce con una specie di miagolio e sporse le labbra in una smorfia di disprezzo.
«Marco» cominciò, aggiustandosi il fermaglio tra i capelli. «Quando smetterai di comportarti da clown, allora forse potremo avere una conversazione.»
La mano scura di Marco guizzò come una biscia sul libro d’arte e agguantò una manciata di pagine, le aggrovigliò nel palmo con una furia selvatica, stropicciandole e masticandole fra le dita, poi si chiuse a pugno, trascinò in alto l’intero volume e dopo una nuova scrollata, in un sonoro di strappi e crepitii, lo scaraventò a piombo sul tavolo.
Un groviglio eruttava adesso dalla rilegatura, contorto come la palla di stagnola di cui finalmente la professoressa Bergamotta si era impadronita. Eleonora fissò quel nodo di carta e inchiostro mentre, lentissime, le pagine ammorbidivano le pieghe più aguzze in una fiacca distensione. Sentì le lacrime precipitarsi violente dentro agli occhi e impose loro di fermarsi. Alzò la testa verso Marco, che attese di avere tutta la sua attenzione per spremerle una smorfia folle sulla faccia.
«Fa’ la brava» le disse, e poi sparì.

Nell’ora successiva venne chiamato alla cattedra per l’interrogazione di francese. Si diede impreparato senza nemmeno alzarsi in piedi. La professoressa lo invitò ad andare comunque, aveva assolutamente bisogno di un voto.
«‘Sti cazzi» lo sentirono mormorare i compagni più vicini. Lo sentì anche Eleonora, mentre ostinatamente seguitava a lisciare le pagine del libro d’arte, ormai definitivamente compromesso.
La professoressa chiese con una qualche dolcezza se poteva parlargli di Parigi, almeno. Parigi era facile. Parigi l’avevano studiata per un mese. Parigi…
«Parigi è piena di negri» disse Marco. La professoressa si bloccò.
«Marco» fece. «Marco. Si può sapere che ti prende?»
«È vero. Io non ho niente contro i negri. Balotelli è negro. Mica lo fischiano perché è negro, anche se è vero che è negro. Lo fischiano perché è una pippa.»
«Marco la devi smettere di fare il cretino ogni volta…»
«Seh, seh…»
«Marco! Non ti permettere! Portami qui il diario, subito. Adesso convoco i tuoi genitori perché questa storia deve finire.»
Eleonora lo vide alzarsi col diario in mano, e in due passi arrivare alla cattedra.
«Guardi che mamma non viene» disse acido. «Può provare a convocare papà.»
La donna prese il diario e cominciò a scrivere. Eleonora sentì qualcosa che gli si stringeva in petto.
«Può venire chi vuole» disse la donna senza guardarlo. «Perché poi tua madre non dovrebbe venire?»
«Ma come, non lo sa?» rispose Marco, sorridendo con la dolcezza con cui aveva sorriso ad Eleonora il primo anno, i primi giorni di scuola, in cortile, dopo ginnastica, mentre le regalava la sorpresa di un ovetto kinder che la mamma gli aveva lasciato nello zaino per merenda, e lei aveva deciso che non avrebbe cambiato classe, no, perché lì c’era Alessia, e lei voleva stare con Alessia, e la sorpresa era un pinguino da montare, e lei l’aveva montato, e se ne stava ancora a casa sua, nella sua camera, sopra il suo libro preferito del suo scrittore preferito, a guardarla la sera, prima di addormentarsi, e quando poi anche la professoressa alzò gli occhi su di lui quel sorriso così dolce si trasformò in un ghigno, il ghigno del pagliaccio.
«Perché mia madre è una troia, prof» disse, e cominciò ad annuire.

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente è il secondo di un ciclo di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare il primo episodio lo troverebbe qui. Dello stesso autore, su PoetarumSilva, Fenomenologia del Nuntemove.