Daniele Mencarelli, Storia d’amore

MENCARELLI_STORIA_DAMORE

Daniele Mencarelli, poesie da Storia d’amore, Lietocolle, 2015

 

Didascalia:

La scena si comporrà in un paese di provincia romana, nell’anno millenovecentonovantadue.
Gabriele è il primo attore, anni sedici, di carattere malamente vitale, rabbioso e disincantato, sofferente, inconsapevole testimone della grandezza. Svezzato alle droghe sintetiche, le consuma assieme agli amici venerati, in loro si riflette, s’illude d’essergli davvero simile, ma nessuno di quelli che gli è attorno si schianta sulle cose quanto lui. Gli amici, pronti a ogni esperimento, trasformeranno la comunanza in rancore, la gelosia in violenza, quando Gabriele mostrerà il suo volto spogliato, vero.
Anna sarà l’agente ignara, la fiamma avvicinata all’esplosivo, di bellezza semplice e vertiginosa, porterà nella vita di Gabriele un segno sconosciuto, sorprendente, un rovescio d’interrogativi. Forza umana, stellare.
E Gabriele, alla fine, a un passo dal significato, darà forma alla sua scomparsa, diventerà egli stesso interrogativo, per Anna, che rimarrà per sempre accanto alla sua assenza.
Altri attori appariranno, ma mai nessuno è riuscito veramente a descriverne il profilo.

 

Undici Ottobre Millenovecentonovantadue

Undici Ottobre novantadue
sedici gli anni appena scoppiati
mille i cazzotti mille i baci
strappati dalle labbra di un paese
sgranato passo dopo passo,
senza mai soddisfarla veramente
questa fame infelice
questo desiderio cane di carne e vita
di voglie ubriache sempre in festa.
Non arriverà il sonno ma una perdita di sensi
un corpo sfinito che s’arrende
a qualcosa dentro di feroce.

 

Nostro parco giochi è questa piazza
un letto comodo la villa comunale
siamo proprietari di un paese
che conosce i nostri nomi uno a uno,
tu zingaro tu sbandato
io figlio di puttana,
è la qualità dei giochi a farci noti
ferocia compressa dentro scherzi
finiti nel pianto e nella storia.
Dai paesi vicini come pellegrini
arrivano ragazzi solo per sapere
di quel motorino aliante mancato
scaraventato giù da un sesto piano
o delle nostre comete impazzite
pagnotte intrise d’ogni liquame
in volo fino allo schianto calcolato
sui vecchi in tondo a briscolare.
Ogni bocca delle nostre
aggiunge al racconto il suo dettaglio
mentre ammirazione mista a risa
cresce negli occhi di chi ascolta,
poi solo ridere, che dannato ridere.

Le giostre spuntate sui parcheggi
altro non sono che una grazia
l’archivio d’interi pomeriggi
in attesa che qualche materasso
non metta fine a questa noia,
tu inchiodata sempre all’angolo
mentre io con la mia banda
da tagadà a macchina a scontro
al punchingball che ci racconta
non così forti come pensavamo,
poi ti vedo quasi vergognandoti
raggiungere i calcinculo e lì rimani
come aspettandoti qualcosa,
e sia si salga sulla giostra
ma solo per poterti lanciare in aria
senza che reato si commetta.
E tu voli leggerissima,
da impaurire lo zingaro giostraio
così alta da far voltare tutti,
a ogni giro ti prendo e ti rilancio
sempre più forte sempre più alto,
tu astronauta silenziosa
chissà quale terrore starai vedendo,
invece come un tuono inaspettato
oltre la musica scoppia una risata
infinita di una nota sconosciuta,
quando ti volti per guardarmi
io che intanto ti prendo per rilanciarti
scopro quanto enorme sai sorridere
e quel neo al centro esatto della palpebra
quando ad occhi chiusi chiedi ancora di girare,
io che in tasca non arrivo a millelire.

 

Trentuno Dicembre Millenovecentonovantadue

Trentuno Dicembre novantadue
si bruci il vecchio avanti il nuovo,
la discoteca ci agguanta come un’onda
ci trascina sollevandoci da terra,
tu felice ma solo di riflesso
altro veglione speravi di brindare.
Il mucchio della banda è già schierato
nemmeno l’aria gli si avvicina
C’è pure il coglione innamorato!
Ecco chiara l’accoglienza
tra occhiate e discorsi a pezzi.
La pace coi fratelli arriva
dalla violenza esplosa nelle casse
l’amaro della colombina (*)
boccone posato sulla lingua
una furia dallo stomaco al sangue.
Da lì si sbianca la memoria
ricordo urla contro l’anno nuovo
baci al sapore di Negroni,
io che ti cerco e tu sparita.

Primavera è luce che s’allunga
colore resuscitato al mondo
sulle pene inflitte dall’inverno,
ricordi il sentiero del primo incontro?
Ora sei tu a spingermi in alto
mi trascini sempre più dentro
solo per sorprendere il bosco
col suo vestito di gemme
e profumi le foglie neonate,
quando ti volti e mi prendi
qualcosa di purissima voglia
e più bambina paura tra i baci
mi dice a quale disegno
dal principio avevi pensato,
mentre tutto accade per gioco
il bomber steso per lenzuolo
la lentezza che mi comando
contro la fretta che ti spoglia
il tuo corpo come mai pronto.
Anna non temere solo la luce ci guarda,
ora dammi il fiore della tua timidezza.

 

Diciotto Luglio Millenovecentonovantatré

Scendi dal bus carnaio
e una voce da dentro esplode
punta dritto all’azzurro altissimo
al cielo che diventa spazio
voce che urla una parola sola
parola sentita parola toccata
Grazie ripetuto Grazie
in eterno allo sfinimento Grazie,
ma chi per la tua carne bionda
per l’incendio che fai scoppiare
fino al mare lontano una linea
chi ringrazio per il tuo nome
per la dolce voce luminosa
per il viso amato tuo viso
chi posso inginocchiato ringraziare?
Tuo padre autista brav’uomo
piccolo di fronte stempiata?
O tua madre donna di scuola
maestra di classi d’asilo?
Perché sento più grande di loro
gigante il mio grazie?
Ma chi o cosa è così grande?
E se fosse niente da ringraziare
come si ringrazia il niente?

Il dolore poi è arrivato
reclamato da ogni osso
a gran voce da tutte le ferite,
si aggiunga una febbre da delirio
un letto fradicio di gelo
e la tribolazione può dirsi realizzata,
tu spunti partorita da mia madre
intimidita ma più forte è il male
che mi vedi e sfiori con le dita
una vertigine sei fortissima
da tenermi stretto alle tue mani
tutto nella stanza è in balìa,
tu rimani radice nella terra
la tua forza non teme la natura,
io prego la tua bellezza
il tuo viso è la mia chiesa
il tuo corpo un vivo crocifisso
ti prego accogli il mio delirio
toglimi questa febbre bestia,
un miracolo ti sbocci dalle labbra.

Primo Dicembre Millenovecentonovantatré

Un giorno saprò dire tutto questo
con una sola parola, miracolosa,
dirà tutto svelerà ogni cosa,
cadranno una volta pronunciata
tutti gli inganni sparsi sul percorso,
la via apparirà chiara senza intralci
salvarti sarà un gioco da bambini,
per te riuscirò nell’impensabile
il primo a schiavare l’universo.
Niente di tutto questo.
L’intero verso del futuro
si consumerà senza fuochi dal cielo,
ai tuoi piedi mai poggerò la preda
la prova che alla fine resisteremo,
ma tolta l’impazienza che mi smania
altro atto vuole la mia fede,
dare rinascita ogni giorno
al clamore che sei per i miei occhi,
poi con ogni fibra di esistenza
amare e ringraziare, questo mi basta.

© Daniele Mencarelli

2 comments

  1. “tu rimani radice nella terra
    la tua forza non teme la natura,”
    Questi due versi mi hanno colpito in modo particolare.

    Bello scoprire un autore nuovo per me.
    Grazie.
    Amo molto la poesia.

    Un sorriso
    gb

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