Una frase lunga un libro #36: Mario De Santis, Sciami

DE_SANTIS_SCIAMI

Una frase lunga un libro #36: Mario De Santis, Sciami, Ladolfi, 2015, € 10,00

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Si diventa così, capaci di abitare / le città, perché capace è solo l’abbandono.

 

Chiude così la prima poesia di Sciami il nuovo libro di Mario De Santis. Venerdì sera, ero in treno, e ho letto questi due versi una decina di volte, perché a volte si rimane folgorati, come sempre la poesia dovrebbe lasciarti. A folgorarmi, però, non è stata soltanto l’indubbia bellezza di questi due versi, ma anche la loro straordinaria efficacia. Così poche parole riescono ad aprire un tale spazio, un così vasto campo di gioco, e ci permettono di ricordare una delle cose più importanti di un testo poetico, la capacità di accelerare e, contemporaneamente, di condensare. Racchiudere tutto in poche parole e aprire a molti significati o a nessuno, perché davanti a versi particolarmente riusciti il significato non ha più alcuna importanza, il risultato è stato già raggiunto. De Santis qui lo ha raggiunto col lettore, perché il lettore è tornato indietro a rileggere due versi parecchie volte, e anche adesso che ne scrive (il lettore) non ha ancora deciso, per esempio, a quel “capace” cosa vuol far fare.  Siccome è un lettore abbastanza attento non lo deciderà, ha già deciso De Santis, può bastare.

Sciami è un piccolo e bellissimo libro che pone alcune questioni interessanti, questioni centrali. De Santis tenta un modo di comprendere il tempo, attraversandolo. Attraversandolo storicamente e geograficamente, studiandolo. La poesia va oltre il soggetto, si muove verso il luogo e poi nel luogo perseguendo l’obiettivo di fondersi, mischiarsi. Il luogo esiste nel testo perché esiste l’uomo, il luogo è nominato perché è soggetto anch’esso. Se Milano o Roma stanno in una poesia, esistono, è perché senza non avrebbe ragione l’io poetico, non ci sarebbe il “noi”, e al contrario senza le persone il luogo non ha ragione d’essere. I posti ci sono perché possono poi anche svanire o prefigurare qualcosa che sparirà o che non si costituirà, come in quest’altro bellissimo verso: “Arrivo con il tram dove Milano non esiste ancora”. È il primo verso di una poesia che poi, in fondo, troverete per intero, ma se ci fermassimo qui? Quante strade possibili apre un solo verso? Qui c’è tutto quello che provavo a dire poco più sopra. Il soggetto, il mezzo pubblico riconoscibile/riconducibile più di tutti al luogo, il luogo che però non esiste ancora. Cosa non esiste ancora? La città non ancora in movimento? La parte centrale della città non è ancora stata raggiunta? Il poeta arriva da una periferia? E quindi da un non luogo? Ma quale? È mattina presto, non può essere notte. Sembrano domande banali e forse questo è un gioco, eppure non possiamo non farcele, altrimenti non leggeremmo poesia. Il poeta vuole che noi leggiamo quel verso, che ci fermiamo, il secondo verso arriverà dopo carico delle nostre domande, che saranno risolte, aumentate o annullate dal verso successivo.

Per De Santis contano i vivi e contano i morti. Queste poesie fanno anche da mappa della memoria, gli ultimi venti, venticinque anni della nostra storia stanno lì, presenti, incombenti, ci rappresentano, la bravura del poeta sta nel metterli nel racconto senza quasi mai aver il bisogno di nominarli. Si fa storia senza abusare della cronologia, racconto senza dimenticarsi della poesia. Il mondo è oscurità, tentare di far chiarezza, di tenere accesa la luce, che sia ragione o speranza, è la sola possibilità che abbiamo.

De Santis nella nota alla fine del libro spiega che alcuni testi risalgono a diversi anni fa, altri sono più recenti, eppure se noi non leggessimo quella nota potremmo pensare a testi scritti a poca distanza l’uno dall’altro, perché si completano, non si contemplano e procedono nella stessa direzione.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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Due poesie da Sciami:

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La nuvola che muore ha il cielo sopra lei
e il viola inutile dei gas che la colora: dalla piazza
più grande di Milano, su verso tetti tra le antenne sale
la processione di insetti avvelenati, di triboli e di spine:
disegna quell’ornato che è incendio della vita
ma nulla sa di noi – cellule di corsa, cera dell’affanno.
Da un punto all’altro senza alcun battesimo
il tempo si dissolve in giorni soli.
Qui la vita che si fa più grande
di ogni suo creatore, che l’ha voluta qui,
si fa senz’ombre, pure, e senza direzione.

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(il giorno fuori)

Arrivo con il tram dove Milano non esiste ancora
per ogni passeggero la strada si dirama, è un delta
di piazze e di cantieri abbandonati e ha svolte, all’improvviso.
noi le passiamo e tutto corre in noi, ritardo senza peso
le mattine delle città sono già fiumi scontrosi e senza vuoti.
eppure le coincidenze fanno ogni persona
o il suo corpo che va da lievità a posa informe,
un’esistenza – e c’è chi sciama via per un batterio,
per l’invisibile che si nasconde all’aria.
Il rifugiato che abita il riposo
illecito, in corpo ha cielo ed ha prigione;
la libertà di fatto cerca facili indirizzi.
Ben venga allora morire per la prima volta
nel tuo respiro e poi restare avvolto da correnti,
nell’impazienza ascolto la moltitudine di avvisi
e nomi in codici. Crolli minimi che sento
intorno come fioritura,
avverto del palazzo, del pericolo e lontano
un altro posto da occupare. Così fermo la fuga
aprendo un porta all’improvviso, salutando.

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