Jo Shapcott, due poesie da Della mutabilità e una nota di lettura

14463668113859-shapcottJo Shapcott, Della mutabilità, (traduzione di Paola Splendore), Del Vecchio editore, 2015, € 15,00

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Religion for Girls

Just now, we need as many as we can get.
Myself, I’d like an underground goddess
to supervise the tube, to watch the drains.
A god for airlines, one for dodgy builders
and one for children’s breath. But we’ve got this,
a temple filled with marble body parts:
the giant hand with which Mithras killed the bull;
Minerva’s head, her helmet lost, her wisdom
leaking out; a tiny Mercury too small to dash
between earth and paradise, stuck chatting here;
a local London genius for this and that;
an elderly god for the Thames, lying down;
a mother goddess, unnervingly, powerfully plump;
a god from Egypt for the underworld;
Bacchus for giving sparky life. And all,
all of these gods and bits of gods left here
to chew over the wandering mortals of London,
as we chant our Evening Standards to ourselves
in our stalled commuter trains, curse under breath
at traffic jams, high rises, shopping centres
and go about our business following
the invincible sun from east to west.


*
Religione per ragazze

Al momento ce ne servono quanti più possibile.
Per me, vorrei che ci fosse una dea sotterranea
a controllare i treni della metro, a sorvegliare i tubi di scarico.
Un dio per le linee aeree, uno per gli inaffidabili costruttori
e uno per il respiro dei bambini. Invece abbiamo questo,
un tempio zeppo di parti del corpo in marmo:
la gigantesca mano con cui Mitra uccise il toro;
la testa di Minerva, priva dell’elmetto, gocciolante
saggezza; un Mercurio troppo piccolo per fare la spola
tra terra e paradiso, fermo qui a chiacchierare;
un genio locale di Londra per questo e per quello;
un vecchio dio per il Tamigi, lungo disteso;
una dea madre, spaventosamente grassa e potente;
un dio dall’Egitto per il mondo sottoterra;
Bacco per dare un frizzo alla vita. E tutti,
tutti questi dèi e i pezzi di quegli altri lasciati qui
a ruminare sui mortali erranti di Londra,
mentre noi recitiamo a noi stessi l’Evening Standard
negli scomparti dei treni di pendolari, malediciamo sottovoce
gli ingorghi del traffico, i grattacieli, i centri commerciali
e ci facciamo i fatti nostri seguendo
il sole invitto da est a ovest.
*

Religion for Boys

Thursday night in the temple of Mithras
is busy. Deals to do, rituals to keep,
favours to return. But all the lads
take time to nod to the goddess as they go,
the little stone figure in the porch
who overflows on to her plinth. No female’s
been through that church door, not even her,
more ancient than the altar carved like a movie
where a sacred bull has an ear of corn sprouting
from his tail, and a raven, dog, snake and scorpion
surround the young god under the sun and moon.
She’s older than resurrection and she’s seen
it all before. The men, muttering and striving
before the sacrifice, eyeing each other’s rank.
She chuckles. These boys do such hard graft,
big tests where they’re sat hard against the fire
torturing themselves through seven grades towards
perfection. The costumes – and the drinking,
whether beer, wine or cockerel blood,
it starts them chanting Father! Father! Father!
the word sliding out of the temple, through
the porch, into the goddess’s granite fists
until she lets it fly to the sun and to the moon.

*

Religione per ragazzi

Il giovedì sera al tempio di Mitra
c’è movimento. Affari da fare, rituali da seguire,
favori da ricambiare. Ma tutti i giovani
si fermano a salutare la dea all’entrata,
la piccola statua di pietra sotto il portico
che straborda sul plinto. Nessuna donna
ha attraversato quel portale, neppure lei,
più antica dell’altare scolpito come un film
dove un toro sacro ha una pannocchia di grano che gli sbuca
dalla coda, e un corvo, cane, serpente e scorpione
circondano il giovane dio sotto il sole e la luna.
La dea è più antica della resurrezione e ha già visto
tutto. Gli uomini bisbigliano e si danno da fare
prima del sacrificio, spiando la posizione degli altri.
Lei ridacchia. Questi ragazzi fanno tali fatiche,
quando sottoposti alla prova del fuoco
si torturano per sette gradi verso
la perfezione. I costumi – e il bere,
che sia birra, vino o sangue di galletto,
li spingono a invocare Padre! Padre! Padre!
la parola scivola fuori del tempio, attraversa
il portico, fino ai pugni di granito della dea
finché lei la lascia volare verso il sole e la luna.

*

Jo Shapcott, poeta, grande poeta inglese, di cui non so nulla fino all’invito a scrivere un commento a una poesia per SenzaZucchero. Leggo le poesie rapidamente, voracemente, salto le pagine a caso, vado avanti e indietro, su è giù tra i versi di Della mutabilità (tradotto da Paola Splendore), questo è il titolo, sono colpito e disorientato, per qualche poesia ho esultato, come si fa per una novità, una bella novità. Rileggo il libro seguendo il suo ordine naturale e mi fermo su queste due poesie: Religione per ragazzeReligione per ragazzi. Il primo aspetto interessante è che i due testi non sono in contrapposizione tra di loro ma sono affiancati, stanno dentro un unico specchio che riflette due immagini vicine, leggermente diverse, storie con percorsi simili. Shapcott è poeta che ha vissuto in molti luoghi: Dublino, Oxford, Harvard. È stata allieva di Heaney, innamorata dei versi, e studiosa, della Bishop. È una poeta per cui conta la biografia e conta la geografia, ma entrambe le cose sono sia importanti sia marginali. Stanno lì a far da base al racconto di Shapcott, sono il pavimento, ma poi le pareti e il soffitto, così come gli arredi sono mobili, sono moduli interscambiabili, mai fissi, mai troppo regolari. Le poesie di Jo Shapcott oscillano come l’orizzonte mobile di Daniele Del Giudice, tra realtà e mondo immaginario, o meglio ancora tra vero e finzione, è una poesia della fantasia e per questo ho scelto questi due testi. Sono testi che danzano. In Religione per ragazze la danza è gioco ma anche riflessione, viene espresso ironicamente il desiderio per i dei che salverebbero, contrapposti a quelli esistiti, quelli dei marmi, come Mitra, e invece si vorrebbe una dea sotterranea a controllare i treni della metro. Dii per le cose pratiche, invocare il finto, il mitico, per salvare il quotidiano, per distrarsi e trovare qualcosa che ci lasci alla nostra indifferenza, ai fatti nostri. In Religione per ragazzi c’è il ribaltamento del marmo, Mitra e il tempio diventano luogo frivolo, di falsa speranza, di illusoria accoglienza. È tutto vano. Questi ragazzi fanno tali fatiche. Cosa ci dice Shapcott in queste due poesie? Non sta contrapponendo le ragazze ai ragazzi, sta scrivendo della futilità del mito, del religioso, del sacro. Che lo si invochi per salvarci dai pensieri affinché noi si possa continuare a leggere l’Evening Standard, o che lo si usi quasi come totem d’accoglienza davanti a una discoteca, dio non c’è, è cosa futile, e si merita i futili motivi se scritti in bellissimi versi.

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

Nota: articolo uscito il 10 novembre su Senza Zucchero (blog di Del Vecchio editore, per la rubrica Marginalia)

 

 

 

 

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