Pizzinato e la poesia di Zanzotto. Di Silvana Tamiozzo Goldmann

Pizzinato-Zanzotto
«Questi versi […] li ho subito sentiti “miei”»: Armando Pizzinato e la poesia La contrada. Zauberkraft

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Armando Pizzinato muore nella sua casa veneziana nei pressi della Basilica della Salute il 17 aprile 2004 (era nato a Maniago il 7 ottobre 1910).[1]
Mi sembra bello ricordarlo, come mi ha chiesto di fare l’amico Fabio Michieli, con una piccola scheggia a latere della sua straordinaria carriera artistica, vale a dire attraverso una poesia che gli fu cara nel tempo: La contrada. Zauberkraft di Andrea Zanzotto, che segnò un momento di singolare intensità nella storia della loro amicizia.
La poesia appartiene alla seconda sezione di Idioma ed è vero centro di questa raccolta[2] il cui motivo dominante è l’incontro con le presenze della contrada (il paesaggio è quello familiare di Pieve di Soligo) in una tensione – colloquio con i trapassati cui fa da tramite il mondo di chi sta ai confini e sta per traghettare all’altra riva portando con sé tesori di piccole rare esperienze e preziose storie.
Il mio breve excursus riguarda un segmento poco noto del tragitto compiuto da questa poesia che, come avverte giustamente Stefano Dal Bianco nel commento alle Poesie e prose scelte di Zanzotto (Mondadori, i Meridiani, 1999), funge da introduzione razionale (e per questo in italiano) alla serie successiva delle poesie in dialetto di Onde eli (Dove sono).
Ricordo, en passant, che Pizzinato fu tra i fondatori nel 1946 (insieme a Santomaso, Vedova, Guttuso, Viani, Corpora, Turcato, Birolli, Leoncillo, Morlotti e Franchina) del Fronte nuovo delle Arti e che con Guttuso nel 1950 fu tra i protagonisti del Realismo (tra le sue realizzazioni più significative di questo periodo va ricordato il ciclo degli affreschi per la sala consiliare di Parma, arredata da Carlo Scarpa). Seguiranno le nuove stagioni dei Giardini di Zaira, nel 1962, delle Betulle, nel 1970, dei Gabbiani, nel 1973 fino al ritorno, alla fine degli anni ’70, alla primitiva ricerca espressiva di un astrattismo in cui le forme movimento nello spazio assumono trasparenze e limpidezze inedite in un discorso dai tratti anche lirici.

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio - 11 luglio 1999)

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio – 11 luglio 1999)

Riassumo brevemente le tappe principali del sodalizio tra Pizzinato e Zanzotto.
Il primo abbozzo in forma manoscritta della poesia in questione (datata da Zanzotto: 1980) a lavoro compiuto sembra nuotare in una sorta di felice fusione nelle Forme in movimento della serigrafia di Pizzinato. È Zanzotto stesso a proporgliela (o meglio, a riproporgliela, se guardiamo le date) in una delle lettere conservate al Centro interuniversitario di Studi veneti di Venezia, datata 2 luglio 1984 (CISVe: “Archivio Carte del Contemporaneo”, Fondo Pizzinato): «Caro Armando, ti unisco qui il testo autografo da riprodurre per la nostra serigrafia. Puoi sceglierne delle parti ed anche collocare le strofe qua e là, oppure, lasciando insieme, puoi tagliare. Vedi tu, mi fido dei tuoi colori. Questa stesura è un po’ diversa da quella che conosci, e quindi fatta ad hoc per la serigrafia».
La versione che si fonde con Le forme in movimento di Pizzinato ripropone dunque un primo nucleo di quello che diventerà il testo definitivo di Zauberkraft. Zanzotto si fida dei “colori” dell’amico e gli dà carta bianca sulla distribuzione delle strofe e dei versi, che gli trascrive. Le tre serie di puntini di sospensione che intervallano le strofe che entrano nella serigrafia alludono infatti a un testo più lungo e compiuto, adattato e compresso per l’occasione pittorica. Rispetto alla versione definitiva, qui il primo gruppo di versi della poesia, dopo l’epigrafe iniziale isolata, parte infatti dal verso 37 («Occorre una Zauberkraft senza pari») e si arresta al verso 42 («Tu non tornare alla decenza dello stato minerale») per poi proseguire, dopo la seconda sospensione rappresentata con puntini, riprendendo e giustapponendo versi precedenti (30-36): inoltre i versi 30-32 qui appaiono spezzati in 4 unità («Come si può pretendere che qualcuno | sopravviva con piccoli commerci | in precarietà più delicate | che vapori sui vetri»).
Dopo l’ulteriore sospensione si inserisce un verso che scomparirà dalle lezioni successive, e cioè «Forza magica, contrada», importantissimo invece per Pizzinato.
Quanto sia importante questa poesia per Pizzinato lo si può evincere dalla costanza con cui accompagna il suo cammino di artista e di uomo. Già infatti nel 1981, in versione ancora non definitiva e con il titolo La contrada, la poesia apre il catalogo, curato da Carandente, di una delle sue mostre più belle (L’arte come bisogno di libertà al Museo Correr di Venezia). Il pittore ne aveva trascritto a mano un gruppo di versi, eliminandone una parte forse per motivi tipografici. È una trascrizione personalizzata e con qualche svista che verrà corretta nell’edizione.
In tutta la sua lunga vita Pizzinato scrisse un solo libro, in difesa della “sua” contrada – vero luogo dell’anima – che stava per essere sfigurata da restauri violenti: Poffabro, luogo magico (Maniago, 1992, ristampa 2010). La poesia di Zanzotto è da subito la “sua” poesia e la versione che trascrive per il suo libro di racconto e di immagini è significativamente quella del catalogo, con il verso «Forza magica, contrada» e non quella definitiva che entra nella raccolta Idioma, uscita da 6 anni, che pur possedeva con dedica.
L’antico borgo di Poffabro, in Friuli, con la sua lunga e tenace storia di miseria e di dignità era rimasto fino ad allora pressoché intatto nei secoli. I suoi muri di sasso «equivalgono alle facce delle persone che li hanno messi in piedi, agli abitanti che erano certamente anche buoni costruttori»: per Pizzinato lì stanno le sue radici. Nel paragrafo intitolato al paese così commenta i versi della poesia di Zanzotto: «Questi versi appartengono al poemetto La contrada di Andrea Zanzotto, pubblicato per la prima volta nel catalogo della mia antologica al Museo Correr di Venezia nel 1981, e li ho subito sentiti “miei”, per quello che riuscivano a evocare, per quel mio paese che trasfigurato vi ritrovavo».
In definitiva quel gruppo di versi che si legavano alle figure in movimento di Pizzinato, che erano entrati come poesia compiuta nella sua mostra più bella, ispirano e quasi impongono al pittore l’unico libro della sua storia. Pizzinato consegna al tipografo i versi della poesia, copiati su un foglietto a quadretti.
Nella sua trascrizione colpisce non tanto la difformità in alcuni passaggi, riconducibile forse a distrazione o alla presunzione di ricordarla a mente (il cambiamento o il salto di parole, o di un verso intero), o magari persino al proposito di “migliorarla” adattandosela (indicativo, ad esempio, che sostituisca a «Quanto soffrire» «Quanta forza»), quanto l’ultimo verso trascritto, che è: «sempre più immagicata in colori, linee, piani», vale a dire il verso in cui si trova rappresentato come pittore, mentre “dimentica” il verso finale, con l’immagine del volo e del battito di mani.
Nel libro su Poffabro la versione, sempre sulla lezione del catalogo, sarà corretta. E comunque ci penserà Zanzotto, otto anni dopo, a mettere le cose a posto: sull’Album per Pizzinato uscito per i 90 anni del pittore (Venezia, Centro Internazionale della Grafica, 2000) gli dedicherà infatti la “sua” versione, quella definitiva di Idioma e la chioserà con nota manoscritta, in un pensiero augurale che davvero li riunisce e racconta: «ad Armando – / vedo, rileggo, confermo/ e moltiplico, tra ali / e mani che battono / augurando! / Andrea Z. 2000».  Zanzotto se ne è andato il 18 ottobre 2011, lasciandoci un mondo di poesia, la poesia di una delle voci più alte della nostra contemporaneità. Armando Pizzinato, oggi così ingiustamente trascurato dai circuiti che contano, è stato un grande pittore, un pittore autentico che ha lasciato dipinti bellissimi che continuano a parlare all’intelligenza e al cuore, e continuano a emozionare chi ha la fortuna di poterli ammirare

Come mancano, tantissimo, entrambi!

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@ Silvana Tamiozzo Goldmann

Letterina di Zanzotto a Pizzinato, datata 1984, in cui gli chiede di illustrare la sua poesia

Letterina di Zanzotto a Pizzinato, datata 1984, in cui gli chiede di illustrare la sua poesia

Trascrizione manoscritta di Zanzotto del gruppo dei versi concordati con Pizzinato

Trascrizione manoscritta di Zanzotto del gruppo dei versi concordati con Pizzinato

La contrada. Zauberkraft.
Come è esistita la contrada? Si può
davvero assumerla come un dato –
o almeno un fattore di contestualità?
Lei con le casette male allineate
sbocconcellate ma talvolta
messe a nuovo dal vento
o da soldi arrivati col vento…
Sì, la tua esistenza
chiede, si attira lettere patenti, attestati
del resto superflui,
sta, a picco, su ciò che di per sé sprofonda
nella propria sovrana potenza
(potenza intesa come spessore del ghiaccio
.          in una valle ampia, fatta a U
.          ghiaccio mai sciolto, nonostante il parere dei più)
Occorre tutta la Zauberkraft
di cui parlava Hegel
come di cosa di cui lui sapeva qualcosa
per credere che la contrada senza posa
si rinnovi in face mentale, vibri
notte e dì stravolta da irti inesprimibili
soli, saggezze, tenebre, riposi e gridi – cigolii:
tela in cui
le stanzette in cui
le funzioni i grafemi in cui
i lucignoli gli smoccolii in cui
noi-io                                 ci risolvemmo
o magari in finissima etra
Come si può pretendere
che qualcuno sopravviva con piccoli commerci
in precarietà più delicate che vapori sui vetri
che orgogli di fi li d’erba, di aghi di brina:
a te due castagne, io ti lavoro una sedia,
tu un materasso, io ti cucio un abitino
e io che faccio il contadino
.          Occorre una Zauberkraft senza pari
per sperare di arrivare a domani, a dopodomani
così commerciando e dandosi a manipolare –
senza precipitar giù tra le nebulose
senza scivolare in un unico passo falso, di sette leghe
Tu non tornare alla decenza dello stato minerale
.          Zauberkraft è la mia contrada
.          l’edificio della mente non lo sento possibile
.          l’illuminazione ottico-mentale
.          funziona con orari incerti – mi sta imbrogliando
.          Ma avallo, firmo cambiali
.          su sentieri di Zauberkraft
.          in stanzette di Zauberkraft
.          pur senza picciòlo cordone tubetto di flebo;
.          e per qualche arteriola-vedi-si riattiva il circolo
.          balugina sempre l’anagrafe
Quanto          vi costò trattenervi
qua su in contrada a manipolare
e, per me già spinto a spallate dove          invade
quanta mania ci fu, contrada, per
reggerti, sola in tutta la tua siderale
forza, inattualità, demoralizzazione costituzionale
e sovrumana inerzia di presenza
sempre più immagicata in colori linee piani –
forse a farli volare basterà un battito di mani

Armando Pizzinato (foto di Paolo della Corte)

Armando Pizzinato
(foto di Paolo della Corte)

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[1] Per un profilo di Armando Pizzinato cfr.: L’arte come bisogno di libertà, Marsilio, 1981; Pizzinato. Opere 1925-1994, Electa, 1996 a cura di M. Goldin; Pizzinato. Dopo il Realismo pitture 1963-1994), Linea d’ombra Libri, 1999, a cura di M. Goldin; Armando Pizzinato dal Fronte Nuovo delle Arti ai Giardini di Zaira, Silvana ed. 2001, a cura di M. Ratti; Nel segno dell’uomo, Allemandi, 2013, a cura di C. Di Crescenzo. Per lo stato dell’arte degli studi sul pittore, è fondamentale: Un costruttivo pittore della realtà. Armando Pizzinato a cento anni dalla nascita. (Atti della giornata di studi Venezia 25 novembre 2010), Roma-Padova, Antenore 2012 (a cura di V. Gobbato).
Sull’episodio qui sintetizzato cfr.: Un tragitto tra poesia e pittura  «La contrada. Zauberkraft» di Zanzotto per Armando Pizzinato, in Andrea Zanzotto. Un poeta nel tempo, a cura di F. Carbognin, Bologna, Aspasia, 2008, pp.183-202. La lettera di Zanzotto, datata 2 luglio 1984, è stata pubblicata con la riproduzione dell’autografo calligrafico per la serigrafia, a cura di M.A. Grignani e A. Modena, nel numero monografico di “Autografo” dedicato a Zanzotto (I novanta di Zanzotto. Studi, incontri, lettere, immagini), n. 46, anno XIX, 2011, pp.178-80)

[2] Idioma chiude la trilogia zanzottiana che comprende anche Galateo in Bosco e Fosfeni, i cui fondali di paesaggio sono rispettivamente il Montello e le Dolomiti. Il paesaggio di Idioma è quello di Pieve di Soligo, paese che, come scrisse Zanzotto in «Ateneo Veneto» (1980, XVIII, 1-2, pp. 170-78), è «come un giardino qua e là devastato, mappa e palinsesto, gesti passati in un eterno istante, ammicchi di occhi, aprirsi improvviso di stradine che sono sempre qui eppure svoltano nell’altrove».  La contrada. Zauberkraft, occupa il quarto posto della sezione centrale della raccolta e fa da preambolo alla serie dialettale che mette a fuoco volti, interni e luoghi del paese.

One comment

  1. Sono molto felice e grato nell’ospitare Silvana Tamiozzo Goldmann e il suo sentito omaggio a due uomini che rappresentano due vertici della cultura italiana del Novecento.
    Grazie

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