Stato interessante di Alessandra Bruno. Con un’intervista all’autrice e a Ilaria Beltramme

stato interessante

«Se uno prende in questo modo così forte e simbolico questa storia della maternità, cioè è finita. Non lo fai, non lo fai. La devi marginalizzare, la devi ridimensionare. La devi vivere come una cosa, una voglia e una cosa come tante nella vita. Oddio, come forse poche, ma come altre.» Inizia così, Stato interessante di Alessandra Bruno, documentario (prodotto da B&B Film in collaborazione con Rai Tre) che affronta il tema della maternità in un modo del tutto nuovo e inedito rispetto ai materiali che, ad oggi e negli ultimi quindici anni almeno, sono circolati in questo paese su questo argomento. E vedremo perché. Vale la pena, a questo livello, almeno citare tre saggi-racconto significativi, ossia Piove sul nostro amore di Silvia Ballestra (Feltrinelli, 2007), Mamma o non mamma di Carola Susani e Elena Stancanelli (Feltrinelli, 2009) e Nove per due di Anna Maria Mori (Marsilio, 2009) ma anche i racconti dell’antologia Fernandel Fiocco rosa. Gravidanza e maternità nei racconti delle donne italiane (2009). La fine del primo decennio Duemila aveva infatti aperto a un nuovo dibattito in materia di maternità, ma anche in materia di maternità e lavoro, di aborto, di procreazione assistita, tutto ciò che attorno alla maternità sembra ruotare continuamente. Era al centro, soprattutto, il corpo delle donne tutto, in un momento politico fragile e delicato, in cui appunto “il corpo” diventa(va) simbolico di molto altro. Il dibattito, poi, è proseguito arrivando sino a noi, e risale a fine settembre il fenomeno anti-stigma statunitense #ShoutYourAbortition che ha preso piede su Twitter ma anche un interessante articolo uscito su Repubblica (ma lo studio è americano) sul talento delle donne che si perde nelle maglie dello stress cui sono sottoposte e sempre più. Si parte da qui, allora, anche dall’inversione di alcuni paradigmi che hanno costruito una certa idea di maternità “nuova”, in questo paese. Uscire da quel racconto ridondante può portare a cambiare il proprio punto di vista, a ripartire dal qui e ora, perché Alessandra Bruno fa un passo indietro che, in realtà, è un passo in avanti: sceglie un taglio differente, «fuori dalla retorica militante e femminista» (ma anche post-femminista), come mi racconta al telefono. Bruno ritorna alla parola “io” che, anche se non è stata esclusa dal Movimento, pare essersi negli anni appiattita, pare essere stata schiacciata da una battaglia comune che doveva sì riunire delle forze (mai troppe) ma che, probabilmente troppo spesso, ha livellato la singolarità del desiderio e dei singoli desideri, non tenendo conto del valore dell’esperienza personale che può invertire il destino di una vita; o ne ha, appunto, tenuto conto solo a livello formale, per raggiungere un obiettivo comune che poteva essere un diritto, oggi ai nostri occhi legittimo e inattaccabile. Si devono ascoltare con attenzione queste voci; soprattutto si deve non abbassare mai il livello di attenzione nei confronti del linguaggio che è una delle peculiarità di questo lavoro. Risulta perciò anti-retorica questa scelta di raccontare che vada a toccare l’individualità delle cinque protagoniste, perché ogni storia possiede la propria forza e merita d’essere raccontata ma soprattutto perché, ancora Bruno al telefono mi spiega: «Mettersi davanti alla questione <pone> ben altre domande, ossia Io chi sono?». E di questo e altro si parla nell’intervista che oggi ci concede, e nell’intervista a una delle protagoniste di questo lavoro, la scrittrice Ilaria Beltramme.

© Alessandra Trevisan

L’intervista alla regista Alessandra Bruno.

Alessandra Bruno

Alessandra Bruno

Una delle cose che mi è più piaciuta del tuo documentario è il linguaggio che queste cinque donne e voci usano. Forse potremmo parlare di sei voci, includendo la tua di regista. Il racconto assume sia la dimensione dialogica sia monologica ma anche la forma diaristica, talvolta, che non esclude le precedenti due. Qual è stato il lavoro sulla “parola”, testuale, nei dialoghi o monologhi, nella costruzione di questo lavoro?

Fin dall’inizio sapevo che questo sarebbe stato un lavoro incentrato sulla parola.
Il punto era proprio capire come verbalizzare e poi comunicare pensieri, stati d’animo, sensazioni così inafferrabili, così piene di sfumature. Ogni parola detta portava sempre con sé il suo contrario e insieme un mondo di altri significati che temevo sfuggissero.
E allora ho deciso di provare a dirle tutte queste parole, di procedere per accumulo.
Ho lasciato libere le protagoniste di perdersi nei loro flussi di coscienza, libere di elaborare i loro pensieri in tempo reale, di fronte a me e alla telecamera, senza interruzioni, senza limiti di tempo. Sono stata invasa dalle parole. Ma era il solo modo per arrivare al punto, un punto che aveva bisogno di essere scovato proprio sotto strati e strati di parole in più. Poi è venuto il momento più difficile. Quello della scelta.
Il momento in cui ho dovuto usare le loro parole come mattoni per costruire il mio discorso. Ed è lì che ho sentito la responsabilità e la difficoltà. Nel trattarle come mattoni appunto. Le parole dovevano essere solide per costruire ma al tempo stesso rimanere sospese, in bilico, insolute, perché io riuscissi a restituire il senso profondo che contenevano. Non volevo che il risultato di tanto dire fosse un macigno pesante come la pietra. Ho combattuto contro l’ansia di voler dire tutto e ho cominciato a sottrarre, a trattare le parole in modo meno reverenziale, a servirmene per capire quali fossero le mie di parole. E’stato un lavoro difficile per questo. Individuare la mia voce e farla emergere in mezzo alle loro. Ma quando l’ho scovata è stato un sollievo, perché mi sono resa conto di quanto tutte quelle parole, che mi sembravano irrinunciabili, non servivano più. Che la mia voce, per potersi esprimere, aveva bisogno solo di alcune, scelte con cura ma solo alcune.

Una parola che invece mi ritorna spesso durante la visione è “desiderare”. L’etimologia di questo verbo ha a che fare con lo “sguardo”, e forse non è casuale questo doppio filo, emotivo e filmico. Se trovi anche tu sia coerente questa lettura, voglio chiederti come dipaneresti questo verbo nel tuo lavoro e nel tema, e se ci siano stati altri verbi che sono rimasti fermi, come un’idea fissa, durante la fase di lavoro, a fare da sfondo, a condurti e a condurre la narrazione.

Desiderare soprattutto. E poi scegliere. Hanno entrambi molto a che fare con me e con il mio lavoro. Ma hanno a che fare molto con la vita direi. Il problema è creare una corrispondenza tra ciò che si desidera e ciò che si riesce ad avere e tra ciò che si ha e ciò che si sceglie di avere.
Forse è su questo che si snoda tutta la faccenda. Non solo della maternità o della non maternità ma di tutto ciò che ci riguarda. E poi direi riconoscere. Individuare. Perché il punto è anche questo. I desideri possono essere molto ingannevoli, si nutrono a tua insaputa delle circostanze esterne, dei desideri degli altri, di una te che magari non c’è più, è cambiata, si è trasformata. Bisognerebbe fare un reset dei propri desideri ogni cinque anni diciamo. Fermarsi e chiedersi “È veramente questo che desidero ancora?”

Dal racconto resta fuori, quasi completamente, la professione delle protagoniste. Non si sa di cosa si occupino; si sa cosa pensano e come vivono il tema ma non cosa facciano nella vita. L’esclusione dell’ambito lavorativo è una tua precisa scelta, anche alla luce di quanto si parli di maternità e lavoro in questo paese, nell’ultimo ventennio sempre di più. Voglio chiederti il perché di questo taglio?
Mi viene in mente, inoltre, un recente video realizzato in Gran Bretagna che “smonta” il significato di “perfect woman” attraverso la voce di alcune donne – credo tutte over 50 -, che parlano alle generazioni più giovani dicendo loro qualcosa come “se tornassi indietro trascorrerei più tempo a essere che non a fare” (da vedere qui).

Sì, è una mia scelta. Volevo affrontare l’argomento da un punto di vista interiore, cercare di sondare cosa succede dentro prima che fuori.
Non che non ritenga il contesto sociale determinante in questa scelta, ma penso anche che superati i 40 anni il punto non sia principalmente quello. Lo è senz’altro prima, nella fase di costruzione della vita ma una volta arrivati a 40 anni, seppure ancora perennemente in costruzione, si tende a fare una specie di tregua con la vita, la osservi per quello che è e cerchi di incastrarci tutto comunque.
E poi nessuna delle donne che ho incontrato, nonostante la diversa provenienza e estrazione sociale, ha sottolineato questo come elemento fondamentale nella scelta.
Forse qui sta la chiave, smettere di pensare che siano fattori esterni a intervenire negativamente su un desiderio che si continua implicitamente a ritenere scontato.
Il fatto che volere un figlio non riesca spesso a diventare una priorità e a prendersi tutto lo spazio può dipendere da tante cose, dal caso, dalle scelte sentimentali, da altri e più potenti desideri. Ma anche da una volontà, che seppure confusa e contraddittoria, a un certo punto si manifesta per forza.

L’intervista a Ilaria Beltramme.

Ilaria Beltramme. Foto di Emiliano Cavicchi

Ilaria Beltramme. Foto di Emiliano Cavicchi

Comincio da una domanda “laterale”. Negli ultimi vent’anni sono usciti moltissimi libri e romanzi sulla maternità; non manuali ma saggi e scritture su questo tema molto sentito e trattato. Tu sei un’autrice: mi chiedevo se prima di diventare “attrice” e protagonista di questo documentario avessi intercettato opere sul tema, non necessariamente letterarie e se queste avessero nutrito il tuo racconto personale.

No. Non ho mai letto libri che parlano di maternità. Veramente non ho mai sentito il bisogno di “informarmi” rispetto a un desiderio in cui, all’inizio, mi percepivo un’isolata e che poi ho preferito risolvere con un ascolto individuale molto intimo, che alla fine è anche quello di cui ho parlato nel documentario. Anzi, l’elemento che più di tutti mi ha incuriosito nel lavoro di Alessandra, soprattutto quando ne abbiamo discusso all’inizio, è stata proprio l’impostazione profondamente libera. Spesso, durante le riprese, abbiamo usato la parola “flusso di coscienza”. Credo sia stata una scelta molto corretta che ha permesso a me e alle altre donne di raccontarci come “uniche”. Anche se poi il desiderio, o il vissuto relativo, che abbiamo condiviso riguarda moltissime nostre coetanee. Del resto, raccontarmi in questo modo, mi ha permesso di mettere in fila alcuni pensieri, in alcuni casi, per la prima volta. E paradossalmente la voglia di leggere materiale sull’argomento mi è venuta soltanto ora, che il mio desiderio si è finalmente stabilizzato sulla realtà. Ora che considero un’eventuale maternità una parte di tutta la mia realizzazione personale e non il fulcro della vita.

C’è una cosa che dici all’inizio del tuo racconto e che riguarda la “naturalità” legata alla parola “maternità”. Secondo gli studi che ho condotto negli anni l’ho spesso trovata contrapposta alla parola “creatività”, soprattutto dal post-femminismo cui questo lavoro filmico non accenna, anzi, lo lascia fuori. Desidero chiederti se vedi anche tu questa contrapposizione, se c’è bisogno di una riappropriazione di entrambi i termini secondo te e in che modo.

Sì c’è bisogno di una riappropriazione di queste bellissime parole, ma non soltanto nella sfera del desiderio di maternità. La scoperta di un bisogno di naturalità rispetto all’infertilità della mia storia che ho raccontato viene infatti da una riflessione globale sulla mia esistenza di “quarantenne non madre”. A un certo punto mi sono dovuta confrontare per forza sul perché, stante l’assenza di condizioni mediche dirimenti, non ero ancora rimasta incinta. Una delle risposte me le ha fornite “la natura”, la mia età, quella dei miei ovociti. Nonostante oggi si tenda a rimanere eterni adolescenti, fisicamente parlando, invece, il tempo passa inesorabile. Ce ne accorgiamo, di solito, quando ci confrontiamo con qualcosa di così ferocemente naturale come la maternità. In quel momento, secondo me, è necessario prendersi (anche a forza, se necessario) il tempo personale di riflettere su di sé come individui. Che cosa vuoi fare? Quanta “creatività” vuoi utilizzare per confrontarti con la natura? Non esiste una risposta generale. Non può esserci. Per questo motivo è fondamentale che nessuno si immischi in una scelta del genere. Né la società, né lo stato, né la chiesa. È un momento delicatissimo in cui le donne, insomma, dovrebbero essere lasciate in pace con se stesse, con la persona cara e con la propria comunità di persone (al massimo). Quello che però mi interessa – e mi interessa a prescindere – è la libertà in una scelta che, quando la natura incalza, diventa sempre meno libera. Rivendico questa libertà. La mia si è espressa nella decisione di non forzare la natura e lasciare liberi gli eventi. Quella di un’altra donna potrebbe andare in una direzione completamente opposta. L’importante – ribadisco – è un ascolto onesto di se stesse, il confronto con il proprio desiderio. Ma sarebbe il caso lo facessimo sempre, per tutto.

Chiedo anche a te quanto ho chiesto ad Alessandra già: da Stato Interessante resta fuori il rapporto che voi protagoniste avete con il lavoro. Mi viene in mente un recente video realizzato in Gran Bretagna che “smonta” il significato di “perfect woman”; alcune donne over 50 parlano alle generazioni più giovani dicendo loro qualcosa come “se tornassi indietro trascorrerei più tempo a essere che non a fare” (il video qui). Cosa ne pensi?

Che sono d’accordo! Bisogna “non fare” il più possibile, coltivando il proprio essere! Solo che sinceramente non ho mai concepito il “rimpianto” di affermarlo guardandosi indietro. E questo mi porta a rispondere alla domanda. Il lavoro che facciamo non c’è perché non era necessario che ci fosse. Non ci definisce in quanto donne senza figli. E meno male, aggiungo!
Il lavoro, insisto a riportare la questione sul generale, non definisce nessuno, credo. Siamo il risultato di una mescolanza di “cose”, attività, percezioni, riflessioni razionali, non soltanto il prodotto di ciò che facciamo, che poi è lo strato che si vede all’esterno, quello più comprensibile. L’unicità di ognuno di noi è invece un valore mai sufficientemente considerato ed esula dalle proprie scelte professionali. Alessandra Bruno, molto intelligentemente, non è voluta cadere nel tranello della descrizione della vita esteriore di noi protagoniste di Stato Interessante. E si è concentrata piuttosto su quella interiore, accettando il rischio di impelagarsi in una narrazione molto più complessa di quella “mediata” che sicuramente sarebbe venuta fuori se invece ci fossimo “presentate” anche attraverso il lavoro che svolgiamo. La profondità di questo documentario sta infatti nell’averci colte in un momento di transizione, nell’attimo di una scelta o di una riflessione un po’ più profonda del solito. Alessandra si è appostata – da brava documentarista – e ci ha lasciate libere di pensare come se fossimo sole con i nostri pensieri. E quando sei fra te e te non pensi mai al lavoro che fai, se non in termini emotivi. Ti confronti con l’essere, piuttosto. Che è il momento in cui di solito viene fuori qualcosa di buono (compresa un’eventuale maternità).