Una frase lunga un libro #29: Joao Guimarães Rosa, Tutameia. Terze storie

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Una frase lunga un libro #29: Joao Guimarães Rosa, Tutameia. Terze storie, Del Vecchio editore, 2015; traduzione di Virginia Caporali e Roberto Francavilla; p. 296, € 16,00, ebook 8,99

Si parlava di una tenerezza perfetta, che ancora neppure esisteva: l’affetto senza sfiducia. Mentre lui, il tempo, come sempre, fingeva di passare. Le vecchiette pattuivano l’allegria di penare e persino in anticipo morire – purché nel sertão una volta almeno avessero la meglio la grazia e l’incanto.

Joao Guimarães Rosa è il più grande scrittore brasiliano, ma possiamo tranquillamente allargare il perimetro ed estendere la sua supremazia letteraria ad altre nazioni. È il più difficile da seguire, per comprenderlo devi adeguarti al suo passo, che è l’incedere di una lingua che non esiste eccetto che nei suoi libri: ecco, Guimarães Rosa è l’inventore di una lingua, inimitabile e indimenticabile. Sono una serie di racconti brevi quelli raccolti in Tutameia, lo sfondo è di nuovo il sertão, ma il filo che lega queste storie non è solo territoriale. Per prima cosa la musica e il ritmo. La prosa dello scrittore brasiliano sembra davvero suonare, le parole cominciano a danzare davanti agli occhi del lettore, a scomporsi e a ricomporsi dentro nuovi significati, l’unico modo per stare al passo e mettersi a seguire il ritmo, considerare di dover tornare indietro quando il primo significato di una frase ci sfugge, consapevoli di farlo senza fatica perché dinanzi a noi si sta componendo un mosaico più grande in cui ogni paragrafo è più forte del senso che vorremo dargli.

Questo libro ha quattro prefazioni, una sola di queste è posta all’inizio, le altre tre compaiono tra una storia e l’altra e sono così uniche da diventare anch’esse racconti. Guimarães Rosa ci sfida, ma non inutilmente, ci sfida all’ingegno, ci fa capire che le storie non sono mai tutte uguali, che all’interno di una storia ce ne sono altre mille, che a cambiarne il corso non è soltanto (per esempio) una decisione presa o meno, ma anche una frase scritta in modo inconsueto, anche un racconto che va a trovare somiglianza in un altro che comparirà cento pagine dopo. E allora? Sembra dirci lo scrittore. Allora, niente, allora è meraviglioso stare dentro a queste storie, allora i personaggi sono indimenticabili anche quando si smaterializzano insieme al diverso dosaggio delle parole. Tutameia è una parola che indica un tipo di ricamo, difficile e molto raffinato, proprio quello che tesse Guimarães Rosa. Vagabondi, vecchie, ciechi, pazzi e poi i mezzi stregoni, i profeti, i contadini, gli addetti al bestiame, il bestiame, donne innamorate, uomini abbandonati e ritrovati. Tutti sono perduti o tutto è perduto, ma in questa perdita nessuno ci sta poi cosi male. La terra del sertão è dura, la gente ha niente, ma quel poco diventa magia tra le mani dello scrittore brasiliano, l’uomo che – in un certo senso – ha superato il portoghese. Non deve essere stato facile per i due traduttori venire a capo del mosaico, portare a casa il ricamo, così come andava portato. Va detto che i racconti sono anche divertenti, la sintesi è perfetta, qui occorre specificare che il gioco linguistico costruito da Guimarães Rosa non è fine a se stesso, il talento visionario può farlo, a volte, apparire eccessivo, addirittura barocco, eppure sintetico, come l’arte del racconto pretende.

Uscì – e aveva fatto tardi – di là, da lei, dal vederla. Volò da Zidica a São Luis, in un mese erano sposati. Furono infelici e felici, mescolato.

Mescolato è l’incanto all’asprezza, la bellezza raggiunta solo da quelle poesie che ti colpiscono prima ancora (ammesso che sia necessario) di comprenderne il significato. Le terze storie di Guimarães Rosa, non vengono dopo le seconde, mai esistite, o forse sì, forse deve trovarle il lettore, quello che magari andrà a cercarsi anche il romanzo Grande sertão (edito da Feltrinelli), oppure no, oppure rimarrà a pensare a nulla e a tutto, e farà un terzo giro, aprendo un racconto a caso, leggendo una prefazione prima di andare a dormire.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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