Tornare Feriti Altrove: Ungaretti e l’esilio

giuseppe-ungaretti

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Quando mi capita di spiegare agli alunni un concetto apparentemente banale, cito spesso quello che diceva S. Agostino a proposito del Tempo: se ci penso per me è chiaro, ma se devo spiegarlo ecco che non lo è più. Ho provato qualcosa del genere parlando dell’esilio, non tanto l’esilio in senso stretto, geografico e politico, quanto quella forma di esilio psicologico e sentimentale che è tanto chiara se ci penso, ma appunto lo diventa meno se devo spiegarla agli altri. Va da sé che la seconda accezione si lega spesso alla prima, ma di fatto ne è indipendente, soprattutto in certa letteratura ottocentesca e novecentesca che ha visto proprio nell’esilio la metafora di una condizione assoluta. Ho provato a ritagliare questo tema in Ungaretti, avendolo intravisto nella sua prima raccolta, L’Allegria. Per farlo ho anche usato in maniera contrappuntistica alcune rappresentazioni dell’esilio rintracciate in altri autori.
Se riprendiamo Dante, il suo famoso esilio da Firenze ha ovviamente ancora i connotati della lotta politica. All’interno della profezia di Cacciaguida ne troviamo quasi una definizione: “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso XVII). L’esilio è dunque per Dante la condizione di chi ha scoperto quanto sia salato e cattivo il pane degli altri, e quanto risultino faticose da percorrere le scale che non ci appartengono: sul retro di quest’affermazione, leggiamo naturalmente com’è invece dolce il pane di casa propria e comode le scale. Un autore nato per così dire sotto il segno dell’esilio è Foscolo, che dopo i primi anni a Zante partirà per non farvi più ritorno, senza dunque più toccare le “sacre sponde” (sulla nascita del mito privato foscoliano, e sulla convergenza di questo con i valori estetici del neoclassicismo, ho già scritto qui). Se andiamo a Baudelaire, ecco che l’esilio si fa invece del tutto psicologico ed esistenziale: il poeta-albatro, “esiliato al suolo in mezzo agli scherni”, è ancora parigino tra i parigini, ma irrimediabilmente isolato e altrove nella nuova società borghese.
Questi esempi torneranno utili tra poco. Se dovessi indicare quale poesia dell’Allegria parla di esilio nel modo più diretto e pregnante, in attesa di definire bene cosa esattamente sia l’esilio per Ungaretti, penso subito a In memoria, dedicata all’amico suicida Moammed Sceab. Cito il testo per intero:

In memoria

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

Locvizza il 30 settembre 1916

Qual era il dramma di Moammed Sceab? Il fatto di non avere più “Patria”, come la parola isolata del settimo verso mette subito in risalto. Ed è questo già un inizio di definizione: non si dà un qualche esilio se non rispetto a una qualche patria. L’imperfetto del primo verso indica il passaggio da un nome all’altro (da Moammed a Marcel), oltre che il passaggio dalla vita alla morte, già annunciato nel titolo. All’irrecuperabile serenità delle tende nomadi sembrano opporsi scene di squallore cittadino (“appassito vicolo”, “decomposta fiera”). La vicenda di Moammed Sceab non ci parla dunque di un esilio soltanto psicologico, come avveniva in Baudelaire, ma di un problema vero e proprio di sradicamento, di abbandono, di perdita oggettiva. Qualcosa di molto simile all’esperienza dello stesso Ungaretti, figlio di genitori italiani, nato ad Alessandria d’Egitto, anche lui trapiantato in Francia. Ma se Moammed diventa arabo di Francia, Ungaretti nasce italiano d’Egitto, come Foscolo sotto il segno della doppia identità e dell’esilio, con la differenza di poter ritornare alle radici, alle origini, di poter ritoccare le sacre sponde. Eppure questa poesia sembra rivelare un aspetto ancora più terribile e moderno dell’esilio, mostrandolo come una condizione irrimediabile: Moammed-Marcel non si sentiva francese, ma non poteva nemmeno più ritornare beduino tra i beduini. Una volta superata la soglia dell’esilio, insomma, anche il pane di casa propria prende il sapore del sale.
Un’altra poesia della raccolta, I fiumi, pone ancora una volta il problema identitario, stavolta direttamente dal punto di vista di Ungaretti, che lascia la propria divisa di soldato italiano, i propri “panni/ sudici di guerra”, e si china a ricevere il sole “come un beduino”. I fiumi “contati nell’Isonzo” (il Serchio delle origini toscane, il Nilo dell’infanzia africana, la Senna della formazione parigina) confluiscono l’uno nell’altro, per effetto di quella logica simmetrica che postula l’equivalenza laddove dovrebbero esserci distinzione e singolarità. Ma la conta dei fiumi, ovvero la somma delle epoche della propria vita, produce solo un eccesso di identità, e quindi in definitiva l’assenza e la perdita, raffigurata da quella “corolla di tenebre” finale. C’è poi un’immagine molto riuscita, quando Ungaretti parla di una dolina “che ha il languore/ di un circo/ prima o dopo lo spettacolo”, che dovrebbe ricordare nella poesia precedente quel sobborgo “che pare/ sempre/ in una giornata/ di una/ decomposta fiera”. Credo infatti che in entrambi i casi si rimandi alla condizione emotiva dell’esilio. Certo, nel secondo caso quel “decomposta” deve farci pensare direttamente alla morte e al disfacimento, perché proprio di una morte specifica si parla, ma è anche vero che le due immagini esprimono soprattutto la sensazione di un proprio tempo irrimediabilmente sfalsato rispetto a quello degli altri. L’esilio è pure questo: trovarsi magari nel posto giusto, ma sempre e comunque nel momento sbagliato, quando la fiera è ormai smontata, o prima che lo spettacolo inizi o quando ormai è terminato.
Ci sono alcune poesie in cui Ungaretti sembra invece pagare un qualche prezzo a una retorica che lo precede. Mi riferisco ad almeno due componimenti con lievi accenti patriottici, Popolo (“O Patria ogni tua età/ s’è desta nel mio sangue”) e Italia (“Ma il tuo popolo è portato/ dalla stessa terra/ che mi porta/ Italia”). È come se per poco si attivasse nella raccolta un’opposizione binaria, tra raffigurazione dell’esilio e spirito di nazione. Arrischio anche un’ipotesi: in Baudelaire l’idea di esilio nasceva in contrasto con l’affermarsi della società moderna e borghese; in Ungaretti si rafforza quanto più cresce in periodo di guerra il sentimento della Patria? Non c’è dubbio peraltro che a prevalere nell’opera sia l’istanza dell’esilio, come in Girovago, che esprime ancora fin dal titolo il difficile senso di sradicamento e la ricerca del luogo. Basti l’attacco (“In nessuna/ parte/ di terra/ mi posso/ accasare”) e l’ennesima parola-verso che dà risalto al significato (“E me ne stacco sempre/ straniero”). In uno degli ultimi componimenti dell’Allegria, Ungaretti racconta infine il difficile incontro con i luoghi delle origini, conosciuti fin lì soltanto nei racconti:

Lucca

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.

[…]

So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.

Il verso da me corsivato è una citazione quasi letterale dalla Jolie Rousse di Apollinaire (“Je sais d’ancien et de nouveau autant qu’un homme seul pourrait des deux savoir”). L’esilio si configura come sospensione irrisolta tra due tempi, prima ancora che tra due luoghi.

@ Andrea Accardi