Rispolverando i Sepolcri – di Andrea Accardi

foscolo

Se davvero esiste un nucleo fondativo, un centro propulsore dell’ispirazione di ogni grande autore, nel caso di Ugo Foscolo è senz’altro questo: la perfetta convergenza tra un immaginario d’epoca e un immaginario personale. La nascita su un’isola greca, la partenza definitiva e la formazione del mito privato segnano cioè un percorso esistenziale che rispecchia gli imperativi estetici del neoclassicismo: il recupero degli ideali antichi coinciderà dunque in Foscolo coll’andare a ritroso nella propria biografia. Il tema soggettivo dell’esilio si innesta così su una mitologia collettiva, in qualche modo complicandola: la nostalgia personale enfatizza infatti il rimpianto delle età perdute, così come il sentimento sempre più doloroso della scissione produrrà presto la transizione al romanticismo. L’originalità di Foscolo va rintracciata in questa nota intima, che risuona dentro la valorizzazione più austera dei valori classici, e lo rende un autore ricco, refrattario alle catalogazioni rigide: neoclassico, ma già romantico; composto, ma ferito. Come Leopardi più tardi sarà illuminista e romantico al tempo stesso.

Quest’idea di un ibridismo foscoliano è particolarmente valida se parliamo dei Sepolcri. Dal punto di vista dell’argomentazione, il carme ha da subito un andamento classico, che corrisponde alla figura retorica della correctio: Foscolo pone all’inizio un concetto, per poi capovolgerlo alcuni versi dopo. All’ombra dei cipressi e dentro le urne, è forse meno tremendo il sonno della morte, per i defunti stessi? Nient’affatto, non lo è, e tra l’altro neppure le tombe sfuggono alla forza devastatrice del tempo che passa, anch’esse vengono modificate e lentamente distrutte: «e l’uomo e le sue tombe/ e l’estreme sembianze e le reliquie/ della terra e del ciel traveste il tempo» (vv. 20-22). Mi dissocio qui da Pagliaro, secondo cui «la determinazione genitivale è da prendere in senso soggettivo: quello che la terra con i suoi terremoti e i suoi sconvolgimenti, il cielo con l’azione delle forze atmosferiche abbiano risparmiato». In realtà si tratta piuttosto di un genitivo oggettivo: ciò che della terra e del cielo appare nel breve tempo umano è comunque poca cosa, reliquia rispetto all’eternità, un’eternità non più metafisica, ma storica. Al verso 23 la correctio agisce: davanti al sepolcro, i morti continuano a esistere nel ricordo dei vivi, e chi resta gode ancora della presenza e dell’esempio di chi non c’è più. Sono queste le corrispondenze di amorosi sensi, Foscolo tiene duro sul materialismo. Lo fa in modo ancora più evidente molti versi dopo: «e chi sedea/ a libar latte e a raccontar sue pene/ ai cari estinti, una fragranza intorno/ sentìa qual aura de’ beati Elisi» (vv. 126-129). La similitudine («qual») parla chiaro: non ci sono più paradisi, è una risonanza tutta interiore e psicologica. Siamo già sulle soglie dell’analogia moderna.

Altrove Foscolo indulge al gusto pre-romantico per il paesaggio notturno, cimiteriale, cosparso di rovine: un nuovo tipo di Sublime europeo, che caratterizzerà il romanzo gotico. Una cagna si aggira affamata tra le tombe, mentre un’upupa balza fuori improvvisamente dal teschio in cui si era nascosta per evitare la luce della luna (vv. 78-86). L’immagine funeraria dell’upupa (che per Montale diventerà «ilare») è mediata dal Parini della Notte, ma alle spalle di entrambi c’è l’atmosfera dei Notturni di Young. Quando invece i morti venivano ancora seppelliti dentro le chiese, l’odore della decomposizione si mescolava all’incenso; i muri delle case erano decorati con pitture macabre; madri in preda a incubi si svegliavano così di soprassalto, per stringere i propri figli neonati (vv. 104-114). Sono tutte aperture, messe per così dire fra parentesi, verso altre possibilità di scrittura. Nella parte finale del carme campeggiano invece figure della classicità, soprattutto di matrice omerica. In particolare Cassandra diventa la vera portavoce del poeta, il suo doppio lirico. Nell’invocazione accorata della profetessa si nasconde quella di Foscolo stesso, soprattutto nella ripetizione patetica della medesima frase: «Proteggete i miei padri» (v. 275 e v. 279). Se l’imperativo plurale si rivolge a una comunità coesa nella cultura, temprata dai valori classici, la nota intima del possessivo sembra invece segnalare quell’interferenza col biografico di cui ho parlato all’inizio. I «padri» di tutti sono anche le radici personalissime di qualcuno. In un solo verso Foscolo ci fa intravedere il passaggio imminente dalla poesia civile all’individualismo romantico.

© Andrea Accardi

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

3 comments

  1. rompere con la tradizione senza fare chiasso! semplicemente dicendo ciò che è nell’aria da sempre ma che la nomenclatura critica, che ha la stessa età e mentalità di quella politica, si guarda bene dall’affermare per non dover ammettere di avere sbagliato in toto.
    grazie, Andrea, per questo contributo.
    Foscolo, come Goethe (e qui attendo Anna Maria), non appartiene a nessun filone e a nessuna scuola. non può! è oltre! anzi, è a cavallo tra due secoli e sente dell’intera temperie culturale che agita l’Europa tra il sec. XVIII e il sec. XIX.
    supera l’Alfieri senza il ben che minimo sforzo (mi si replicherà che ci voleva ben poco, al che non potrò certo contro replicare…). supera Pindemonte che comunque non è una palla al piede come il Cesarotti. e potrei continuare con un commento che si farebbe saggio (pesante) a sua volta.
    questo tuo contributo, Andrea, è stata una sorpresa sin da quando l’ho visto programmato e leggerlo e rileggerlo è un piacere continuo perché di colpo il carme sepolcrale dell’Ughino viene riconsegnato alla grande tradizione poetica italiana e sottratto alla pedanteria scolastica e accademica. parlare con semplicità e chiarezza di “correctio” dovrebbe far deporre la penna (o staccare le dita dalla tastiera) a molti improvvisatori.
    grazie.

    Mi piace

  2. Prima ancora che alla germanista, questo contributo parla alla liceale entusiasta che c’è ancora in me. Ricordo ancora quando, nel bel mezzo di allegre riunioni conviviali (rigorosamente innaffiate da vino simile a quello che allietava le riunioni del buon Gadamer con in suoi studenti) in terza liceo classico e ben prima di iniziare lo studio del tedesco, stendevo programmi politici-letterari partendo dai Sepolcri di Foscolo, mio amato, mio sempre adorato, che sin da allora – anno scolastico 1978-1979, – volevo sottrarre a chi. per addomesticarlo ne faceva un qualsiasi trombone patriottico. Poi ho conosciuto non soltanto Goethe. ma colui che ben più vicino è, ai miei “occhi felici” – qui cito il Faust di Goethe – a Foscolo, per impossibilità di classificazione, ideale vivissimo e originalissimo di grecità. .. mi riferisco ovviamente a Hölderlin. Quanto a una grande contemporanea che mi ha commosso profondamente per il suo amore per i “Sepolcri”, questa è la “nostra” (posso dividerla con te, Fabio? Non ti ringrazierò mai abbastanza per avermela fatta conoscere) Gigetta, Luigia Rizzo Pagnin.
    Insomma, Andrea Accardi, oggi mi hai fatto un regalo grande, con le tue riflessioni, che tornerò ancora a leggere. Grazie.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.