Milo De Angelis, Incontri e agguati. Una nota di lettura

incontri e agguati

Leggendo Incontri e agguati (Mondadori, 2015), l’ultimo libro di Milo De Angelis, mi sono tornate in mente le famosissime scene de Il Settimo sigillo di Ingmar Bergman, in cui il cavaliere Antonius Block, di ritorno dalle crociate, gioca a scacchi con la Morte che è venuta a prenderlo. Incontri e agguati si presenta come una vera e propria partita a scacchi con la morte, gli scacchi non sono altro che una guerra simulata e, non a caso, la prima sezione del libro è intitolata Guerra di trincea, la guerra di trincea è quella che il poeta, appunto, conduce con la morte. Morte che in parte sembra ritrarsi, in altri momenti incalza, altre volte sembra prendersi gioco dell’io lirico in maniera crudele, altre volte si manifesta come elemento chiarificatore dell’esistenza. A ben riflettere questo libro di Milo De Angelis fa emergere un tema che è presente nell’intera sua opera, sin dall’esordio di Somiglianze (1976) e che diventa esplicito nel secondo libro Millimetri (1983), di recente ripubblicato da Il Saggiatore. Ma vi è una differenza fondamentale tra Millimetri e Incontri e agguati, dovuta al fatto forse che sono espressione di due stagioni diverse della vita del poeta. La differenza si coglie già dalla prima poesia del libro. La morte, nell’ultima opera, risulta essere il lavoro di anni, un confronto che si è sedimentato nel tempo ed è passato dallo scontro frontale dei versi di Millimetri a un affiancamento, un’ombra che segue, come nel film di Bergman,  il poeta in ogni suo passo, ombra con cui prima ha lottato, in un corpo a corpo terribile, poi ha convissuto in un’accettazione che non è rassegnazione, perché essa è l’idea centrale su cui deve ritornare per poter rimanere in vita.

Questo atteggiamento più articolato, che contraddistingue l’ultimo libro, lo si coglie anche nel rapporto con il lettore, si passa dall’esclusione di Millimetri, che respingeva il lettore con i suoi versi ardui e assoluti, con le analogie imprevedibili e terribili, ad una vera e propria accoglienza amicale in Incontri  e agguati (Vieni, amico mio, ti faccio vedere,/ ti racconto), in cui il verso, pur rimanendo una durezza e asprezza di fondo tipica del dettato deangelisiano, si distende, in una volontà di dialogo e di racconto, anche nella brevità epigrammatica di molti testi soprattutto della prima sezione, che ricorda alcune delle più belle poesie di Biografia sommaria. In quest’ottica è significativa la sezione conclusiva Alta sorveglianza, che accoglie un vero e proprio poemetto che ripercorre, partendo dall’esperienza d’insegnamento in un carcere di massima sicurezza, l’intera esperienza poetica dell’autore e assurge ad allegoria dell’esistenza stessa e della poesia che la dice. Quindi, in questa guerra di trincea e di agguati, sembra dire il poeta, la poesia è il luogo in cui paradossalmente si può incontrare il mondo e condividere la propria solitudine, la propria guerra solitaria, con ciò che ineluttabilmente ci sconfiggerà, raccontarla a chi vorrà ascoltare (Sono in un segreto frastuono/ sono in questo cortile d’aria/ e in ogni parola di lei violaciocca/ mi fa pensare a ciò che sono/ un povero fiore di fiume/ che si è aggrappato alla poesia). Il racconto è quel barlume di luce che squarcia l’abisso che ci ha preceduti, e quello che seguirà, in cui si muovono, teneri o tremendi, le figure che si affacciano alla memoria, l’adolescenza e la sua vertigine d’eternità, i nomi di chi abbiamo incontrato, i desideri che ci hanno abitato, le vie che abbiamo attraversato, che chiedono di essere salvati, di essere detti, di potersi aggrappare, come il poeta, alla poesia per un attimo (Il ragazzo eterno che risiede/ in te gioca e gioca ancora e insegue un pallone/ che lo porta nel grande urlo dello stadio… cosa ti manca cosa cerchi in una/ donna quale ombra quale segreto quale danza indefinita/ che tradisce il sacro appuntamento/ dell’ultimo minuto, e lo fa più lungo più breve,/ più simile alla vita). È qui che si instaura la dialettica decisiva tra vita e morte; il legame tra questi due termini, mai separabili ma neanche mai conciliabili definitivamente, è dato dalla memoria che diventa verso, è nella dimensione della parola che la tensione tra i due opposti si manifesta. L’insistenza ossessiva della poesia di De Angelis sul tema della fine e della morte nasce evidentemente dal vissuto personale che però si innesta in una dimensione epocale che coinvolge tutti noi. In un’epoca in cui Dio è morto – e questo dato, a prescindere dalle convinzioni personali e la fede di ognuno, è un dato incontrovertibile – la morte squarcia quel velo sacro che la nascondeva, per essere essa stessa l’unico e il solo elemento sacro e quindi tremendo della nostra esistenza, mentre in altre epoche gli uomini sentivano nello sfondo dei loro giorni la voce, più o meno impercettibile, degli dei o di Dio, noi contemporanei possiamo solo sentire il ronzio sordo della morte che ci accompagna e attende. La poesia di De Angelis, tra gli altri meriti, ha quello di aver fatto emergere ciò in maniera ineludibile. Confrontarsi con la morte, quindi, significa confrontarsi con il senso ultimo della vita e con il sacro che l’avvolge e che si fa parola e sangue nel bivio radicale e inevitabile tra speranza e disperazione. Ed è proprio su questa dicotomia indecidibile che si conclude il libro, l’alternativa radicale tra cui oscilla ogni esistenza, la speranza remota di una salvezza o la certezza prossima di un’esecuzione. La poesia, però, non può far altro che tracciare un annuncio oscuro di linee, cercare di dire l’enigma dell’esistenza senza mai poterlo svelare del tutto, preparare i mortali, per accenni e strade solo in parte esplorate, a quell’appuntamento definitivo che rende la vita quel che è e l’apparenta all’eterno (Oppure esce nel mondo/ e mostra alle strade il nostro errore e la collera/ di noi che abbiamo ucciso la cosa più amata/ e ora la tocchiamo, tracciamo per terra/ un annuncio oscuro di linee/ e parole, barlumi di volti e di città: un disegno/ di salvezza, forse, o un’esecuzione).

© Francesco Filia

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