Cobain: Montage of Heck. Recensione

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Abbiamo ascoltato quella musica in ogni dove e centinaia di volte, l’abbiamo fatta nostra quando ancora non sapevamo cosa ci stesse comunicando. Ci siamo adeguati a quello stile: la camicia di flanella, il capello lucido, i jeans strappati, un po’ larghi sul cavallo e sulla gamba; se non alla lettera, abbiamo almeno pensato di farlo. Siamo finiti dentro la stereotipia del grunge ben dopo il suo approdo, fino ai tardi anni Duemila (e oggi), imparando a memoria di cosa si trattasse come già quelli nati negli anni Settanta e nel decennio precedente: il rumore era tutto, una chitarra elettrica doveva farci esplodere la testa ma era soprattutto una voce – urlata, spasimata, minima – a dirci chi eravamo, a spiegarci cosa volevamo. Kurt Cobain avrebbe odiato tutto questo nostro sentire plurimo. A ricordarcelo è Cobain: Montage of Heck di Brett Morgen, docufilm sulla figura del leader dei Nirvana prodotto dalla figlia Frances Bean e, in questi giorni, distribuito nelle sale italiane dopo il successo al Sundance Film Festival 2015 e l’accoglienza entusiastica da parte della critica internazionale. Si tratta della prima pellicola ufficiale e autorizzata che intreccia filmati in Super 8, racconti famigliari (dai genitori alla sorella, dalla prima ragazza, Tracy, a Krist Novoselic fino a Courtney Love), parti di filmati originali sulla band in tour, alcune interviste e live (elettrici, spinti alla massima potenza), ma anche rotocalchi, repertori e articoli di giornale assieme a immagini video e registrazioni audio private, utilizzate nelle ricostruzioni di alcuni momenti della vita di Cobain non famoso con la tecnica ben riuscita dell’animazione rotoscope. Il racconto si snoda a ritmo di punk-rock con due linee guida principali che danno spazio al protagonista: la voce di Cobain che parla e legge, in una sovrapposizione temporale continua di verità tra il Kurt bambino iperattivo e il Kurt adolescente e ragazzo, solo e incompreso; poi ci sono i Diari (pubblicati da Mondadori nel 2002) e i testi. Non un flusso di coscienza, non trascrizioni dell’inconscio: tutto ciò che ci ha lasciato in forma di testimonianza scritta è la necessità di essere umanamente capito e accettato, desiderio catartico che si rivelava quando suonava più che in ogni altro modo, e non necessariamente dal vivo. Lui avrebbe potuto dirci «Soffro dunque sono» ma anche «Soffro perché vivo». Lui, non noi.
Kurt non voleva essere simbolo di una o più generazioni, e lo intendiamo da sempre: il prezzo del successo ha scacciato la sua identità fino a livellarla. Non era John Lennon: lo stimolo artistico di Cobain non è mai stato un “atto politico”, soltanto vitale; l’abbiamo reso politico per estensione di un paradigma, per una coincidenza di aspettative, per una nostra lettura, perché come dice Anais Nin «Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo». Quello di Kurt Cobain era un bisogno personale e soltanto suo di placare una mancata accettazione subita sin da bambino, e che serpeggia in tutto il documento di Morgen. Non sono celate l’inadeguatezza, la mediocrità e nemmeno la frustrazione che conseguiva all’umiliazione (parola chiave) con cui Kurt perennemente si misurava, sentimento che, in psicologia, proviene da un “sentirsi dipendenti dal potere degli altri”. Umiliazione da parte del padre ma anche da parte della carta stampata che seguiva con frenesia le sorti dei Nirvana, e da parte dei giornalisti che accusavano lui e la Love di essere genitori inadatti con un passato (e un presente) da tossici. Emblematici i nomi delle loro band [me lo fa notare Giorgio Finamore, mio compagno di visione, n.d.r.]: ossimorici e opposti, “Nirvana” (estasi e innalzamento verso un status superiore; nel buddismo condizione di salvezza, perfetta pace e serenità) e “Hole” (buco, cavità, sprofondamento verso il basso) paiono predire un destino.
Entriamo in sala conoscendo già la fine. Perché, allora, vedere un nuovo documentario su questa storia? Cosa non abbiamo avuto il coraggio di chiederle ancora? Possiamo individuare almeno due temi: quello della dipendenza – dall’eroina, dal giudizio altrui, ma anche dalla creatività e dalla musica – e quello della sensibilità – nel rapporto con la figlia e con la compagna, ma anche con i compagni del gruppo –; entrambi, ci restituiscono il lato umano di Kurt, troppo spesso sostituito a quello all’artistico. L’uomo-Cobain è ciò che più dovevamo (volevamo?) vedere, materiale vivente e resistente. Ce n’è sicuramente un terzo, poi: è quello che ci fa pensare Cobain come a un uomo – appunto – non in grado di tenere a bada la sete di realtà, incapace di trovare un limite al reale. Una realtà, la sua, anonima e trasformatasi in straordinaria, particolare e diventata universale, sempre attraverso i nostri occhi, le nostre parole, gli occhi dei media e le parole dei media. Siamo noi spettatori a dover fare due passi indietro, a doverci sottrarre per un attimo a quella non dichiarazione di intenti, a quel massacro che Cobain ha patito, per riabilitarlo in un altro modo ed empatizzare (finalmente) con la vicenda umana cui stiamo assistendo. Per tutta la durata del film – se ci riusciamo – proviamo a non riconoscerci ma a restare in ascolto, ad assistere, smettiamo di trasfigurarlo fino a quando sullo schermo si staglia lui stesso mentre canta All Apologies dall’Unplugged del 1993 per MTV. Dopo la proiezione vorremo avere soltanto nostalgia della sua voce e della sua musica: e ce l’abbiamo.

© Alessandra Trevisan

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